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Daniele
Zambelli Franz

 

Copertina di Pietro Bonaldi

 

 

ONLINE LIBRARY

 

EXIT ARGENTINA

 

ROMANZO

 

Una nuvola di fumo azzurrino, che pareva aggrappata al soffitto, gravava sopra al salone principale dell'ostello.

'Che'... è meglio chiuderla quella porta...”. La voce arrivava dall'estremità inferiore della nuvola azzurrina. Feci un cenno con il capo ed entrai.

Hai chiamato tu mezz'ora fa?” chiese una ragazza da dietro il bancone della reception.

Credo di sì.”

“Cosa sei, 'gallego' o 'tano'?”[1]

“A quest'ora mi va bene essere qualsiasi cosa, purché ci sia un letto sotto.”

“Da questa parte allora. Hai un'aria distrutta, puoi compilare domattina il modulo.”

“Per fortuna” commentai.

Del pavimento della stanza non erano visibili che pochi centimetri quadrati. Il resto era coperto da riviste, zaini, scarponcini, mutande e pantaloni. Come appoggiai lo zaino al letto, le venti ore di viaggio mi presentarono improvvisamente il conto. Caddi addormentato al primo contatto con il materasso.

Il fuso orario mi buttò giù dal letto alle cinque e mezza. Mi vestii in silenzio e scesi a passeggiare in una avenida de Mayo quasi deserta. Visto dal basso, il vecchio palazzo grigio faceva a pugni con la luce vivida di un'alba di fine ottobre a Buenos Aires. Sulla strada passavano soltanto macchine di reduci del sabato sera ed i taxi alla fine del turno di notte. Quando aprirono i chioschi dei giornalai, comprai le sigarette e tornai all'ostello a fare colazione.

Erano le otto e nessuno si era ancora svegliato, per cui dovetti mangiare da solo nella cucina silenziosa. Mentre mescolavo una bevanda scura chiamata ottimisticamente caffè, nella tazza vidi riflessa l'immagine di un ragazzino di quasi vent'anni prima. Non ho mai creduto a chi legge i fondi del caffè, però quella mattina corsi in bagno a guardarmi allo specchio. E ad un tratto credetti di non riconoscermi più, che tutti gli anni trascorsi da un sogno preadolescenziale al viaggio di un adulto, non fossero stati altro che una lunga, faticosa e felice preparazione.

Ad undici anni le uniche attività in cui spiccavo erano il calcio e il far ammattire il vecchio maestro delle elementari. Quest'ultima passione però, aveva come conseguenza la punizione più temuta: arresti domiciliari nella mia stanza. Ma erano tutt'altro che noiosi quei pomeriggi di reclusione che trascorrevo leggendo e rileggendo l'enciclopedia dei Quindici, Tom Sawyer ed i bellissimi romanzi western di Mino Milani. E poi ci fu quel giorno d'autunno in cui, per la prima volta, avvistai terra oltre l'oceano Atlantico. Da uno scaffale della libreria fuoriusciva di un paio di centimetri un volume enorme, rosso, che solo a guardarlo mi sentivo un perfetto asino: l'atlante. In casa vigeva una regola non scritta ma assoluta: per consultarlo bisognava perlomeno frequentare le scuole superiori. Nella mia mente pesava almeno trenta chilogrammi, aveva pagine ingiallite dal tempo e misteriose annotazioni ai margini scritte da chissà quale avventuriero. Ci morivo dietro insomma, proprio come ogni cosa vietata. Per fortuna non sono mai stato un grande appassionato di regole e venne il giorno in cui raccolsi tutto il mio coraggio. Cominciai a sfogliarlo disordinatamente, finché una voce caramellosa mi fece trasalire:

“Ah, l'America! Potevi nascere laggiù, lo sai?”

La nonna si sistemò meglio lo scialle azzurro, con al centro ricamata una margherita ed avvicinò il naso alla cartina.

“Per fortuna tuo nonno trovò lavoro, altrimenti adesso staremmo parlando in portoghese o spagnolo.”

“Che vuoi dire, nonna?”

“Che una volta si doveva partire, la fame è la fame dappertutto. Se è ancora vivo dovrei avere un cugino laggiù. L'ultima lettera è arrivata da un posto chiamato Terra del Fuoco o qualcosa del genere, chi ci capisce di lingue straniere. Prova a dare un'occhiata.”

La nonna si abbandonò ai ricordi, raccontando di navi, addii e viaggi lunghi due mesi. Io ascoltavo senza capire. Nel mio mondo di ragazzino non c'era ancora posto per quel massiccio fenomeno che, fino a una manciata di anni prima, aveva trascinato oltreoceano migliaia di italiani alla ricerca di lavoro e fortuna.

Tuttavia, negli anni felici che seguirono pensai spesso all'America del Sud e a quella frase della nonna, anche dopo che ci salutò per svignarsela in un posto più bello. Di solito quelle cinque parole si presentavano in momenti assolutamente inopportuni: all'esame di terza media mentre declamavo una poesia di Ugo Foscolo; quando scivolai per cento metri in un canalone innevato sfiorando un gruppo di rocce; in mezzo ad un incrocio, rispondendo con un sorriso agli insulti di mezza città. E, soprattutto,  quando decisi di dare finalmente retta a quella voce caramellosa resa incerta dall'età e dall'emozione del ricordo:

“Prova a dare un'occhiata.”

Dopo questo paragrafo, per quanto sia possibile, non parlerò più di me, lo prometto, concedetemi soltanto qualche lieve digressione. Cercherò piuttosto di raccontare le storie ed i meravigliosi amici incontrati lungo la  strada.

Da ragazzo ho sempre pensato in questo modo ad una famiglia di emigranti: sullo sfondo di un paesino di montagna, un uomo con una camicia di flanella a quadri e un sacco di tela sulle spalle, cammina lungo un sentiero seguito dalla moglie, quattro figli e un cane. In pratica mancavano solo Peter, Heidi e il vecchio con la barba bianca. Era un'immagine molto ingenua, me ne rendo conto, partorita però dalla vita agiata in una delle province più ricche e pasciute d'Italia.

Andarsene da qui per cercare un lavoro? Nel Medioevo, forse” ero solito pensare in quel periodo. E potete immaginare, con quale sorpresa, scoprii invece che gli ultimi emigranti erano partiti per Sud America, Australia, Stati Uniti e Canada appena una ventina d'anni prima. Vent'anni, praticamente l'altro ieri. Più leggevo, più mi incuriosivano quegli uomini e quelle donne che, sia pur per necessità, puntarono il loro futuro sul nero o sul rosso della roulette dell'emigrazione. Come non provare ammirazione per le loro storie? In fondo quasi tutti andiamo ad abitare da un'altra parte, anche per un breve periodo. O perlomeno pensiamo di farlo. C'è chi parte per lavoro, per amore, per studio, per non pagare le tasse, per puro svago, per comprare il corpo di un bambino per pochi dollari, per andare alla guerra. E poi ci sono gli emigranti che generano altri emigranti, scacciando con le armi e sterminando interi popoli in nome di una presunta superiorità civile o, peggio, religiosa.

Il nome ufficiale dell'aeroporto internazionale di Buenos Aires è Ministro Pistarini, ma gli argentini lo chiamano familiarmente Ezeiza, ovvero la località dove è stato costruito.

Dopo aver ritirato lo zaino, me ne ero andato alla ricerca di un colectivo, un autobus, per il centro. Era già buio e l'esterno dell'aeroporto appariva ordinato e tranquillo. Ai lati dell'autostrada si alzavano palazzoni grigi ed anonimi, interrotti soltanto dai quartieri di baracche e case molto misere.

“Puoi andare a chiedere un letto qui” mi aveva detto l'autista indicando un punto sulla cartina.

“Saranno dieci minuti. Continua diritto fino alla Casa Rosada e da lì taglia a destra in avenida de Mayo.”

Sembrava facile e vicino, l'ideale per uno zaino pesantuccio e due gambe ormai sfinite, ma non conoscevo ancora il concetto di distanza degli argentini. Nelle città si misura tutto in cuadras, che equivalgono ai lati degli isolati. La prima sera capii che è meglio evitare di chiedere se un posto è più o meno lontano, perché l'uomo della strada argentino, probabilmente per non scoraggiarvi, vi dirà sorridendo: “Niente affatto, saranno poco più di cinque minuti.” Non importa se poi dovrete attraversare tutta la città. [...]



[1]  Come vengono chiamati, rispettivamente, spagnoli ed italiani in Argentina.

 

Daniele Zambelli Franz

 

Copertina di Pietro Bonaldi

 

EXIT ARGENTINA
è il numero 48 del catalogo

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