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UN ROMANZO DI FABRIZIA ORISIA SCIPIONI

Quella sera il parco le riportò il ricordo dei giardini della sua infanzia. Li aveva detestati con tutta se stessa, ma ogni volta accettava di seguire le sue amichette, per non rimanere sola.
Guardava i bambini rincorrersi, si sentiva inadeguata, non era riuscita ad uniformarsi allo spensierato gruppetto.
I suoi ricordi la rivedevano piccola, brutta e goffa, triste e trascurata, ma quando poi scendeva nei particolari, si rendeva conto che non doveva essere stato vero.
Si era fatto buio. Pierluigi, per quel giorno, non sarebbe più arrivato.
Tornò a casa, mise l’ombrello bagnato nel portombrelli sul balcone della casa di ringhiera, levò le scarpe zuppe e le lasciò a fianco dello zerbino.
Aprì l’uscio, entrò, appese l’impermeabile vicino al calorifero, alzò la tapparella che saliva solo per metà, e andò a infilarsi una tuta.
Amava quella penombra; la luce discreta che entrava dalla finestra la rassicurava.
Si buttò sulla vecchia poltrona e tornò a pensare alla sua triste infanzia.
Andò allo scaffale dove aveva riposto gli album delle fotografie, fece scorrere sul dorso dei volumi il dito indice, erano tutti datati.
Gli anni scritti sulle etichette corrispondevano alle fotografie.
« 1959-1967… Eccoti qui. »
Lo prese e cominciò a sfogliarlo, si rese conto di quanto la mente potesse distorcere i ricordi.
La realtà di quelle foto, le rimandava un’infanzia serena. Quella bambina le rifaceva la smorfia. Era identica a lei. Sorrise e pianse. Sapeva il perché del sorriso, ma non quello del pianto. Potevano essere lacrime di commozione, di dolore, di gioia nel ritrovarsi, o di sconfitta per avere mancato di rispetto a quella personcina che ignara le sorrideva.
Passò con tenerezza, la mano sulla fotografia.
I riccioli rossi raccolti, i vestiti curati nei particolari, una bambina amata.
Si stava impegnando per riuscire a star bene.
Sentì che il suo vicino era rientrato, la musica di un flamenco si spandeva nell’aria. Le sembrò una novità.
Si alzò, andò a bere e poi riprese il suo viaggio nel passato lontano, quello non più visibile e troppo facile da accusare.
Voltò pagina e si fermò ad osservare i volti delle persone, i loro sguardi, gli abiti fuori moda. Pensò che la moda fosse una cosa strana, quel che aveva fatto epoca un giorno, adesso sembrava anomalo e bizzarro. Come i pensieri, il tempo che scorre riesce a farci sorridere del momento passato. Come se anche la nostra mente subisse il fascino della moda, un costume creato da noi stessi, che corre sul filo dei sentimenti, delle sensazioni di quell’attimo, di quei giorni.
Chiuse l’album e mentre lo stava riponendo le cadde lo sguardo su quello rilegato in pelle. Dopo un attimo d’indugio, decise di lasciarlo dov’era. Quei ricordi le avrebbero potuto fare male, non voleva rischiare.
Aveva pensato, di conservare le loro immagini separatamente, in un raccoglitore che si differenziasse dagli altri, più prezioso.
Pensò che la gente di allora, era più cordiale, meno immusonita, era forte e gioiosa, o forse solo diversa. Lo stress per loro iniziava e finiva in un bicchiere di amaro ai carciofi. Sapevano stare con i piedi nel presente, quale momento unico e singolare. Le famiglie erano allargate e tutti si prendevano cura di tutti, nel crescere i bambini come nell’accudire gli anziani.
Ricordò di quando lo zio la portava con sé al caffè, se scoppiava un litigio per il posto davanti al televisore, la discussione si limitava a quel momento. A spettacolo iniziato i contendenti erano tornati tranquilli e beati.
Andò in camera, aprì l’armadio a muro e tirò fuori con fatica due scatoloni. Non li aveva mai aperti fino a quel momento.
Il primo conteneva, riposti ordinatamente con carta velina bianca, i ricordi di famiglia. Preferì richiuderlo subito temendo di trovarci oggetti appartenuti a sua madre. Nel secondo trovò, come le aveva detto la zia consegnandoglielo, la vecchia cinepresa, le bobine dei film e il proiettore. C’era proprio tutto, persino il vecchio lenzuolo bianco, ingiallito dai segni del tempo. L’appese alla credenza, infilò la spina del proiettore nella presa e spense la luce.
Il chiarore andò a riflettersi sul telo formando un quadro luminoso.
Finalmente Paola si permise di fare le corna come facevano i bambini al cinema dell’oratorio, non aveva mai osato.
Essere soli era fantastico, offriva un sacco d’opportunità.
Allargò le dita per vedere la sagoma della mano, cercò di comporre delle ombre cinesi, improvvisò delle figure, si divertì.
Dopo circa venti minuti di tentativi, vide proiettata sul lenzuolo una luce circoscritta che, diventando d'improvviso più luminosa, dava l'impressione di un foglio di plastica appoggiato sopra la fiamma di una candela. Lentamente i bordi intorno alla luce si fecero scuri. I colori cambiavano velocemente come in un gioco di luci all'interno di bolle silenziose.
Capitava spesso nei cinema di una volta, che la bobina bruciasse mentre era proiettato il film. Allora si sentiva il coro sconsolato provenire da platea e galleria. Pareva accadesse sempre sul più bello. Poi l'omino aggiustava in tutta velocità e lo spettacolo ripartiva tra la gioia dei presenti.
Capì il funzionamento del proiettore e la bobina partì.
Spense la luce di corsa.
Il filmino iniziò con un tragitto sulla vecchia seicento. L’autostrada a due corsie che si intravedeva doveva essere la Milano-Torino, stavano andando in gita.
La tovaglia a quadretti bianchi e rossi posata sul prato, un cesto di vimini con le vivande cucinate il giorno prima dalle donne della famiglia.
Sorrise al pensiero che la parmigiana non mancava mai.
Non c’era ancora l’audio, ma le pareva di sentire ugualmente le loro voci. Gl’improvvisati attori esageravano la mimica, i film muti dovevano aver fatto loro scuola.
Vide proiettata sua madre mentre baciandola sorrideva.
Maledetto aeroplano.
La bobina finì e girò a vuoto.
Il vicino doveva essere uscito, la musica non si sentiva più.
Paola decise di continuare la sua interessante passeggiata in quegli anni.
Recuperò il vecchio mangiadischi giallo e i dischi di vinile.
Tutto ancora funzionava nonostante il fruscio di sottofondo.
Ascoltò le canzoni, ricordava quasi tutte le parole, eppure era passato un secolo.
Era la più piccina di quella numerosa famiglia, sembrava che si volessero molto bene, poi col tempo la parentela si era divisa fino a perdersi.
Rimise tutto a posto, non amava il disordine.
Andò nuovamente in cucina a bere, prese un sonnifero nonostante il medico glielo avesse sconsigliato e andò a letto.
Si addormentò quasi subito. [...]
Fabrizia Orisia Scipioni
UN ROMANZO DI FABRIZIA ORISIA SCIPIONI
Lia aveva lavorato per una vita come biologa per il laboratorio dell’università marina di Montepellier.
Era dolce e raffinata, ingenua, intelligente e indulgente. Sembrava a volte e a chi la conosceva, una marziana in un mondo proteso alla furbizia e all’arrivismo. Era bello stare con lei per la serenità che infondeva.
Abitava a Sète che è a pochi chilometri da Montpellier. Trascorreva il tempo libero preferibilmente in solitudine. Anche durante la stagione fredda non rinunciava alle camminate lungo il mare.
Quando Lia ricevette l’incarico all’università, si trasferì con molto piacere. Erano passati molti anni da allora.
La casa in affitto era stata sempre la stessa, vicino alla spiaggia, sul cordone litoraneo che separa lo stagno di Thau dal Mar Mediterraneo. Era una bella abitazione all’interno di un’antica palazzina a due piani. Dal balcone si vedeva il canal Royal. Séte era una Venezia miniata. L’appartamento era accogliente e di sapore vagamente orientale, tappeti indiani e piante ovunque, persino in bagno. All’ingresso c’era un acquario con pesci e vegetazione tropicale e la stampa di un dipinto di Paul Klee. In ogni stanza le pareti erano di colore diverso, seguendo una sequenza armonica, segno del buon gusto che Lia metteva anche nella cura dei dettagli. Appesi ai muri, batik, ricordi di viaggio e serigrafie d’autore. In sala un grande poster, nel quale una bambina dagli occhi blu rideva allegramente. Lo studio profumava di fiori, che nel vaso sull’antico scrittoio, non mancavano mai. La casa di Lia ispirava pace e benessere.
Abitualmente staccava il telefono di casa lasciando attivo il servizio di segreteria. Non amava essere distolta dai suoi momenti di riflessione, né interrotta quando era impegnata in qualche cosa.
Era schiva fin da bambina, ma stava bene coi suoi fratelli e giocava volentieri con Marianne, la sua unica amica…
Lia era la maggiore di tre figli. Amava molto i suoi fratelli, Corinne e Jean.
Per natura ed educazione ricevuta, era una persona che rispettava chiunque, poi valutava dentro sé e assegnava valori secondo i suoi parametri personali. Tutti erano importanti, ma oltre alla famiglia, a Marianne e a Pierre, nessuno lo era abbastanza da meritare troppa considerazione. Non imponeva le sue opinioni, a volte nemmeno le diceva, ma alla stessa stregua non era condizionabile da quelle altrui. Pensava che fosse importante lanciare un suggerimento se pareva buono, ma senza insistere, giusto “un buttare lì”, poi la conclusione se prenderlo o lasciarlo spettava all’idea che scaturiva dal cervello di ognuno. Accadde una volta che una collega si sfogò in laboratorio riguardo la sua sofferta storia d’amore. Stava rileggendo ad alta voce un messaggio sul display dell’aggeggio infernale. Una seconda collega le afferrò il cellulare dalle mani e si arrogò il diritto di cancellare sia il testo sia il numero del fidanzato dalla rubrica, dicendo: “Guai a te se lo risenti”. Lia spalancò occhi e bocca, incredula di tanta confidenza inopportuna; mai e poi mai si sarebbe permessa e nessuno avrebbe osato farlo con lei. Vide immediatamente le due colleghe sotto una luce diversa. Pensò che il rispetto dovesse venire prima di tutto, anche se si crede che l’altra persona stia sbagliando. Come si può violare tanto facilmente gli spazi di chi abbiamo vicino? Non disse nulla. Si dedicò con attenzione all’analisi batteriologica del campione d’acqua di mare nella beuta che aveva davanti, prese la pipetta, aspirò, controllò i “cc” e soffiò il liquido nella provetta.
Andò a prendere i reagenti. [...]
Fabrizia Orisia Scipioni
LE COSE DI LIA
romanzo sentimentale
è il numero 10 del catalogoIL COLORE DELLA NOSTALGIA
romanzo sentimentale
è il numero 44 del catalogo
Fabrizia Orisia Scipioni è nata a Milano nel 1959, ed è autrice di romanzi d’amore, d’amicizia e sentimenti.
Vive tra Milano e l’Oltrepo pavese con la sua famiglia. Con successo ha partecipato ai premi internazionali di poesia P.M. Kolbe. Poi una pausa di 20 anni durante la quale presta servizio come volontaria tra persone senza fissa dimora, tossicodipendenti e malati di mente. Diventa in quegli anni, dopo aver frequentato un corso tenuto da Ottavio Donati, donatrice di voce.
Nel 2004 ha ripreso in mano la sua grande passione pubblicando il romanzo Color Nostalgia, vincitore del Primo premio letteratura edita, Città di Fucecchio 2007.
Nel 2006 scrive il suo secondo romanzo Le cose di Lia.
La coscenza della vita è arrivato secondo al prestigioso premio Viareggio Carnevale 2008.
LA COSCIENZA DELLA VITA
è il numero 9 del catalogo
LE COSE DI LIA
è il numero 10 del catalogo
IL COLORE DELLA NOSTALGIA
è il numero 44 del catalogo
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