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UN ROMANZO DI MARIA ROSSI
Un tempo di qui passavano dinosauri, un tempo, quando erano loro i signori del pianeta. Ora ci sono carcasse di industrie e detriti, solo una fonderia, con le sue due ciminiere che eruttano fumo, è ciò che resta vivo di una grande illusione. E prima che una furiosa tempesta di sabbia copra tutto.
Il grande tempio è lì. Imponente. Immobile. Nella luce del giorno la sua maestosità non è che desolata costruzione di cemento armato, ma nella notte, con le fiaccole accese ad indicare il percorso, oltre il drago in ferro battuto del cancello automatico, e con le resine profumate che bruciano nei bracieri, è il silo che racchiude tutte le promesse di cui un’anima ha bisogno. E tutta la notte, qui, è frastuono e fragore, nel tentativo di togliere il cuore dal buio perché si dice che sia stato Rahu, il dio delle tenebre, a mangiarsi la luce e che l’unico modo per allontanarlo sia spaventarlo con rumori assordanti.
Piove. Piove sul branco in attesa che il cancello automatico scorra sul suo binario e che il tempio apra il gran portale. Desiderio di tutti è offrirsi quanto prima in un’esaltazione cupa ai denti della notte, impazienti perché prima della luce livida dell’alba tutto deve essere accaduto, prima che le fiaccole si spengano e che tutte le resine siano state bruciate, prima che il nuovo giorno in tutto il suo orrore appaia.
E se ci fosse almeno un mito a spiegare, a dire in quale punto della notte siamo, quanto dolore ancora dovrà essere pagato prima che di nuovo sia mattina, se mai lo sarà di nuovo. Un mito a dire cosa sta accadendo.
Piove. E forse la pioggia li rende ancora più inquieti o forse lo sarebbero comunque dopo un giorno inutile passato a scorrazzare in giro come sciacalli, e non sono sciacalli, in cerca d’istanti che li portino in altri istanti successivi. Davanti il cancello automatico, sempre più numerosi , a ululare, a scalpitare, a ruggire, a sbattere la coda, a colpirsi il petto. Senza un passato che li assolva né un futuro che possa riscattarli. Animali che fuggono. Muli che arrancano su terreno impervio. Pronti a diventare torce che bruciano, a distruggere i cessi se necessario, a stare sul tetto di un treno in corsa in equilibrio su una gamba sola, nel bisogno crudele di essere finalmente reali: sangue e respiro. E c’è chi stasera ha ucciso il padre con una spranga di ferro per rubargli il portafoglio e la macchina chiusa in garage, chi ha fatto un raid allo zoo e ora un cucciolo di leone con le zampe spezzate sta piangendo vicino la madre con la testa spaccata, chi ha già osato un sorpasso in curva per sentire la Vita pulsare con ritmo di samba. E per un istante il Vuoto è stato riempito, solo peccato che quella scarica di adrenalina nel sangue non sia stata sufficientemente forte da dare un’impronta di luce a tutta questa notte di nuovo buia come tutte le altre. Ma ancora qualcosa potrebbe accadere, certo che lo sperano, trovare, per esempio, un granello d’oro e allora vorrebbe dire non aver fallito per l’ennesima volta. Qualcuno di loro morirà stanotte, verrà schizzato fuori da una macchina senza più controllo o forse resterà intrappolato tra le lamiere e il sangue si raggrumerà sull’asfalto. Tanto la vita è così poca cosa, fatta di luoghi comuni, di cose già dette, già viste, di noia, dicono, giocarla dunque, visto quel niente che vale, dicono.
Che la prossima volta possano essere aquile felici nella vastità del cielo, un magnifico baobab in Africa, liberi finalmente dalla desolazione.
Ma intanto ora sono qui, scompostamente in fila, eccitati perché ancora non sanno chi sarà la preda e chi il predatore.
Un tempo stirpe divina che sapeva i canti degli uccelli e riconosceva i profumi portati dal vento, che sfidava la lontananza delle coste progettando ponti e celebrava la notte vivendo quell’amore fatto di sudore e saliva, mani che si intrecciano, liquidi che si incontrano. Non è più così. Qualcuno li ha derubati. Avrebbero dovuto con il becco strappare gli occhi a chi osava tanto. Invece.
Ma intanto ora sono qui, scompostamente in fila, impazienti fino allo spasmo: che il cancello, presto, scorra sul suo binario, che il tempio, subito, apra il gran portale e loro finalmente: tutti dentro!! tutti dentro!!!! Tutti dentro la notte, e che questa notte sia magica, chiedono. [...]
Maria Rossi
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