IL SITO DELL'ASSOCIAZIONE CULTURALE CITTÀ LIBERA - www.libertaedizioni.net
SFOGLIA L NOSTRO CATALOGO UNILIBRO- LEGGIAMO E SELEZIONIAMO MANOSCRITTI
WE READ AND SELECT MANUSCRIPTS FROM ALL OVER THE WORLDi nostri negozi online Ingrosso e Outlet Dettaglio LiberoPost il nostro blog
SERVIZI POSTALI E ORDINAZIONE LIBRI: scrivere a store@libertaedizioni.net
Tutti i nostri eBook sono stampabili su richiesta minimo 30 copie super-sconti spese di spedizione gratuite
All our eBooks are printable on demand: store@libertaedizioni.net
Servizi essenziali, prezzi discount
Guadagna vendendo il tuo libro
.
LibertàEdizioni
Associazione Culturale Città Libera
C.F. e P.IVA: 02134530464
Lucca,
Italy
info
36.
Recensione a BOOBZILLA ZOO di Corrado Spaviero, LibertàEdizioni 2009 - di Elettra Bianchi

UMANESIMO E NATURA NELLA POESIA DI CORRADO SPAVIERO
Quando capita, nella grigia routine del lettore di manoscritti per conto di una casa editrice, di imbattersi in un Autore veramente convincente, originale, libero di usare la propria fantasia al di fuori dei consueti ed abusati schemi letterari, è una vera fortuna, ma anche una sfida tremenda perché bisogna esercitare il difficile ruolo del critico sottraendosi all’abitudinarietà della routine, appunto. Occorre scovare le ricchezze sepolte di una terra inesplorata, aprire la scorza di un frutto sconosciuto e portarne alla luce i nascondimenti, le suggestioni e i sapori senza operare alcuna forzatura né osare troppo nel lavoro di scandaglio e di ricerca ricordandosi che l’interpretazione critica è sempre e soprattutto un lavoro di profonda umiltà intellettuale. La normale prassi di una introduzione alla lettura di un’Opera letteraria vorrebbe che si cominciasse col tracciare le sue derivazioni culturali, il clima in cui sono maturate le idee, gli scrittori che hanno contribuito a formare la personalità artistica dell’Autore. Dico subito che non seguirò questa linea espositiva per un insieme di ragioni, la prima delle quali è che non credo sia possibile etichettare con derivazioni letterarie la produzione di Spaviero che è caratterizzata da una prepotente esigenza espressiva che, nella forza della propria visionarietà, è capace di tutto assorbire e di tutto respingere in riferimento ai vari modelli che potrebbero fare da battistrada. Altra ragione è che il forte temperamento artistico dell’Autore, anche musicista e pittore, non gli ha consentito di soffermarsi a lungo sulle proposte delle varie scuole che si sono susseguite a ritmi per la verità incalzanti per tutto il Novecento. Spaviero compone seguendo il suo temperamento riflessivo e le sue idee con grande immediatezza comunicativa, e si abbandona senza problemi alla spontaneità più sincera e talvolta irriverente e provocatoria, pur non facendosi prendere la mano da un’ideologia. Egli esalta soprattutto in se stesso e negli altri la libertà di pensiero, il rispetto per qualsiasi credo che si fondi sull’uomo, tema preminente nelle sue poesie fino ad arrivare talvolta alla filosofia dell’assurdo, alla tentazione del negativismo, peraltro subito superata da un sentito e forte misticismo di base. Senza alcuna ritrosia sono eliminati gli steccati del dover essere e dei “distinguo”; per il Nostro non esistono il bello e il brutto, il meritevole e l’immeritevole quali concetti astratti, includenti o escludenti, per lui esiste il grande palcoscenico del mondo su cui agiscono gli uomini, più spesso vittime che vincitori. Il suo interesse, anzi, è rivolto verso il mondo dei vinti, come direbbe Verga, verso i diseredati, gli sconfitti, i protagonisti di una vita impoverita da un destino avverso o dalle umane ingiustizie e sopraffazioni. Egli ne è attratto perché ad essi si sente accomunato nella fatica di maturare la propria umanità fino a giungere ad un affrancamento che è al tempo stesso rivelazione della dignità costitutiva dell’essere umano. Un Autore che considera uno dei suoi maestri fu Bukowski perché, secondo le parole stesse di Spaviero, “ racconta la vita di persone come me, lavoratori,operai,ubriaconi, puttane, falliti ed emarginati, bar, fabbriche alienanti,lavori assurdi,degradanti,disumani, donne pazze che rendono pazza la vita famigliare,bevute in compagnia,il tutto unito a molta poesia semplice, ad una voglia disperata di riscatto, o forse neanche, forse rimane solo l’abbandono”. Questa poetica talvolta cruda, che ha il suo apice nella poesia che fornisce il titolo alla raccolta Boobzilla zoo ( da leggere in assoluta dialogante solitudine) non mortifica la sua visione della vita costringendola in un pessimismo sistematico e soffocante (come già sottolineato). Infatti gli altri due grandi temi della riflessione poetica sono la ricerca del trascendente, che è sentito soprattutto come misericordia e pietà, e il senso della natura accolta con una tensione ascetica che porta il Nostro molto vicino alla religiosità indiana di cui apprezza il rispetto verso ogni aspetto creaturale sia esso costituito da esseri animati o inanimati.
Se le figure umane che Egli descrive non scadono mai nel bozzettismo, ma rimangono sempre autentiche e vibranti di una loro vera ed intima vita, anche i paesaggi e gli animali rimangono loro stessi, non subiscono estraneamenti, pur essendo lo scenario talvolta grottesco col quale l’immaginazione affascinante di Spaviero si esercita in giochi di molteplici sensi. Un’attenzione particolare va rivolta al linguaggio poiché in esso traspare forse più che altrove la grande originalità fantastica , la fresca immediatezza, e l’indipendenza dalle varie scuole retoriche.
Il Novecento, più di altri secoli è stato sede di antitradizionalismo e si è esercitato talvolta perfino malignamente l’antiaccademismo, pensiamo ai poeti “maudits” ma anche alle correnti ermetiche, allo sperimentalismo degli ultimi anni del secolo, col risultato che talvolta la poesia ha finito per perdere la comunicabilità e addirittura la comprensibilità. Forse si deve anche a queste troppo drastiche rivoluzioni linguistiche se talvolta si è verificato un vero e proprio distacco del gusto del lettore dalla produzione poetica e la si è posta su un piano di estraneità, di intraducibilità. Spaviero non cade nei tranelli imitativi di scuole e di oscurità di linguaggio: la sua spontaneità ben lega col linguaggio discorsivo, perfino colloquiale ( vedi Boobzilla Zoo, La bilancia, Nico e Tina) tuttavia il risultato non è povero. Varie e bellissime sono le sue figure retoriche; le analogie ( …sotto la doccia di rami di un vecchio tiglio) le similitudini (…uno spicchio di luna come un’unghia penetrata nella carne del cielo, …un rimbombo di automobili lontane/ come vecchie mucche rivoltose)le metonimie ( sgusciarle quel bicchiere di cristallo lasciando intatto il vino…la sua carezza viene da lontano…il silenzio sembra non accorgersi di me,) l’epifonema (…è più triste il piangere o l’andare ?) le domande retoriche ( chi capirebbe se nell’acqua un pesce piangesse ?), il climax discendente e ascendente (una piazza diventa strada, e una strada vicolo, e un vicolo diventa uscio…e dalla porta alla finestra affacciandoti di nuovo sulla piazza) sono altrettanti passaggi di riflessione, momenti meditativi che sottraggono la poesia di Spaviero alla suggestione di un impressionismo che cavalca l’assurdo per farla pervenire alla profondità del significato. Che è in fondo quello che chiediamo ad ogni vera poesia.
Elettra Bianchi
19.
Compendio critico dell'Opera L'AMORE È UNA PERSONA di Marco Battista, LibertàEdizioni 2009 - di Elettra Bianchi

Il volume “L’Amore è una Persona “ raccoglie quasi tutta la produzione poetica di Marco Battista, Autore che per originalità di scrittura e d’ispirazione, costituisce una pregevole eccezione nel panorama quasi omologato della più recente produzione letteraria italiana. Stilisticamente poliforme si fa notare nell’immediato per la preparazione classica di base che costituisce il sottofondo culturale più importante emergente nell’uso modale delle allegorie, nella suggestione dei miti e delle metafore, ma ancor più nel richiamo ai valori fondamentali dei pensatori e dei Poeti dell’antichità greca e latina.
Tuttavia la poetica battistiana subisce le suggestioni e gli stimoli del secolo XX accolto nelle sue profonde trasformazioni e contraddizioni, compenetrato nelle luci e nelle ombre che lo pongono tra i più complessi sotto l’aspetto storico e ideologico per le grandi tragedie umanitarie di guerra e di sopraffazione razziale che in esso si svolsero. Il clima di crisi morale che generò tali inaudite violenze fu preparato in Europa agli inizi del secolo dalla cultura del Decadentismo, dalle filosofie irrazionalistiche estreme conseguenze dell’Idealismo, dal ribellismo anarcoide e dal rifiuto delle radici della tradizione umanistica e religiosa ritenute responsabili del dislivello sociale ed economico esistente nelle popolazioni. Correnti artistiche antiaccademiche si affermano proclamantesi esponenti delle nuove ideologie, quali il surrealismo, il futurismo, il modernismo, il dadaismo cui si accompagnano il gusto del paradossale, del maudit e del noir. Esponenti letterari di tali nuove tendenze sono, tra i maggiori, il ceco Franz Kafka, l’austriaco Robert Musil e l’irlandese James Joyce. Intorno agli anni ’30 si sviluppa un sistema di dottrine filosofiche che, sotto il nome di esistenzialismo, analizzano la situazione dell’uomo “gettato nel mondo” con l’unico possesso dell’esistenza stessa, e si propongono di studiare i suoi rapporti con la realtà, onde allontanare l’angoscia che aveva investito il mondo umano privato di sicuri punti di riferimento. La Poesia non si sottrae a tali problematiche filosofiche ed estetiche, come dimostrano la produzione di T.S. Eliot, seguace convinto di Husserl, e ancor più quella di J. Donne col suo gusto del paradosso e dell’eroicomico.Non meraviglia che un Autore, non attratto dal descrittivismo né dall’impressionismo o dall’intimismo, come Battista, ma sensibile alle problematiche del suo tempo e desideroso di esprimerle attraverso la comunicazione letteraria abbia trovato motivi di profonda ispirazione in tutta la cultura novecentesca, anche del secondo dopoguerra. Non è da tralasciare, infatti, un altro aspetto della poetica del Nostro e precisamente il fascino che su di lui esercitano le fantasie avveniristiche che, già in germe nell’Ottocento con la produzione di J. Verne, ricevono ampio sviluppo a cominciare dagli anni ’40 in America. La fantascienza è stata per molto tempo mortificata dal diffuso pregiudizio che la considerava letteratura di pura evasione. In realtà essa è stata prodotta da scrittori di notevole lungimiranza e discernimento nel presagire future problematiche legate agli eccessi dello scientismo e riguardanti l’umanità e la sopravvivenza stessa del nostro pianeta. Tra di essi vanno almeno ricordati Isaac Asimov e Ray Bradbury la cui produzione venne definita come “fantascienza morale” per l’intento di correggere le follie autodistruttive dell’ambizione umana. Battista, senza cadere nell’eclettismo, ma anzi riuscendo ad uno stile personalissimo, originale e accattivante linguisticamente, ci consegna molti dei contenuti che hanno caratterizzato il dibattito e la produzione del Novecento. Le allegorie e le metafore impiegate maggiormente nelle stesure prosastiche, sono il mezzo per sottolineare i diversi e contrastanti piani di lettura cui si presta non solo l’opera letteraria, ma la stessa realtà umana. Tuttavia non si propone come dispensatore di valori o di ricette sicure per vivere da vincitori; Egli ci pone di fronte all’assurdo che certe vicende possono rivestire quando siano svincolate dal piano del senso, si arresta di fronte all’intraducibilità di certe mentalità, all’inconsistenza di taluni atteggiamenti e ci provoca a pronunciarci, com’era tipico delle avanguardie novecentesche. La provocazione non è però demolitrice né si compiace di ferire, l’ironia battistiana non è una spada, è il sorriso del compagno di strada che forse vuole avvertire il viandante di aver imboccato una via sconosciuta e pericolosa; l’amaro risvolto del cinismo che spesso accompagna le cosiddette “provocazioni” avanguardistiche, il pessimismo di tanta parte dell’esistenzialismo o di dottrine sociali materialistiche non fanno parte del bagaglio ideale di Marco Battista. Egli è salvato da un Valore essenziale, cristiano, quello dell’Amore in cui crede profondamente e che colloca all’apice delle sue aspirazioni ideali. Inscindibile dall’Amore è il culto della Libertà, condizione indispensabile perché si eserciti e sia confermata la dignità di ogni persona. Leggendo i suoi racconti e le poesie spesso si rimane sconcertati di fronte a realtà che sembrano chiuse alla speranza e che presentano l’uomo come schiavo di situazioni, di casualità, di errori incorreggibili. Ma inaspettatamente, mentre stava concretizzandosi uno stato d’animo annichilito ecco la scappatoia, l’anello che non tiene di montaliana memoria, il varco salvifico, la storia è capovolta, lo slancio profondo di una libertà connaturata al nostro esistere travalica gli steccati e rende sempre possibile la scelta etica che, sola, ci rende del tutto umani.
Elettra Bianchi
8. Recensione a LA NOTTE SI TINGE DI BLU DI MARIA ROSSI, LibertàEdizioni 2008 - di Jundra Pinelli

La notte si tinge di Blu di Maria Rossi è un romanzo particolare per il modo in cui l’autrice descrive gli eventi di una notte in una discoteca ai bordi di una città anonima.
Personalmente ho dovuto leggere questo testo una seconda volta per capire meglio come i luoghi e i personaggi di questa storia vengono descritti. Si tratta di una descrizione molto poetica, vengono infatti usate molte comparazioni e similitudini tipiche più della poesia che della prosa.
Il lettore è portato a leggere questo testo tutto d’un fiato per cercare di capire di cosa si tratta. Quando si arriva alla fine del paragrafo e si ha quindi in mente tutta la descrizione fatta si può ammirare la bravura di questa scrittrice nell’aver descritto le cose non in modo oggettivo, per come sono, ma di averlo fatto facendo riferimenti a mondi lontani, a paragoni, a rimandi, a similitudini, usando parole particolari.
All’inizio del testo si ha una contrapposizione tra il mondo primitivo, quello dei dinosauri, con quello della società moderna dove le fabbriche dismesse sono descritte come delle carcasse di animali morti.
Tutta la storia è ambientata presso il Grande Tempio. Solo continuando la lettura si capisce che si tratta di un luogo notturno di ritrovo per giovani, di una discoteca, che prende vita e forma solo di notte mentre di giorno mostra la sua bruttezza in quanto altro non è che una desolata costruzione di cemento armato. Di notte invece è un posto diverso con fiaccole, profumi, gente, e tutte le promesse (o forse meglio le illusioni) di cui un’anima ha bisogno . È la notte il momento di vita per questi giovani che vi si recano, mentre il giorno appare in tutto il suo orrore.
Davanti ai cancelli di questa discoteca le persone sono paragonate ad animali che desiderano entrare e che chiedono che la notte sia magica, questa è la sola aspettativa che hanno.
A pag. 14 appare la protagonista della storia, Angela. Per avere una descrizione completa di questa ragazza occorre leggere tutto il testo: passo dopo passo capiamo che indossa degli anfibi, una canotta bianca, ha i capelli verdi, un anello rosso, un giubbotto di pelle nera, un tatuaggio su una spalla. E’ una dark lady a cui piacciono i poeti, è colta e conosce l’arte, che però non sfrutta per crearsi una vita e trovare un lavoro. Ha una famiglia ma si capisce che le sta stretta e quindi non è una persona felice.
La notte inizia quando i cancelli si aprono e il dj mette la musica. Il dj è il demiurgo della notte, è lui che dà forma e significato alla notte per questi giovani.
Gli altri personaggi della storia vengono descritti con gli occhi di Angela come ad esempio Lidia, un’altra ragazza che lavora nelle cucina della discoteca, quando si trova sdraiata sulla lastra di marmo della cucina come se fosse una vittima sacrificale sulla tomba. Ma queste persone di fatti, sacrificano la loro vita, ma per cosa? Per il niente, per un non futuro, o per una vita fatta solo di hashish.
Tutto il romanzo è una descrizione di cose e persone. Ci si aspetta l’azione, il movimento, ma non arrivano mai. Sono ben poche le azioni in questa storia notturna.
Piove, l’ambiente è triste, fa schifo. Angela sente, è un po’ come una sensitiva, sente per due volte un messaggio di tentato suicidio: “…entrerò nel fiume, lascerò che il fiume di porti via” è un’immagine poetica e romantica, un po’ alla Virginia Woolf con i sassi in tasca…
Si parla anche di amore in questo romanzo, ma cosa è l’amore? Non lo si trova nella ragazza che vomita aggrappata ai capelli di Angela, mentre il suo ragazzo non fa niente. Angela non può rendere noto il suo dispiacere per quella ragazza ubriaca che vomita mentre Ramon dice che la vita à violenza. Angela apparirebbe ridicola se esprimesse il suo pensiero, deve apparire forte e insensibile come gli altri personaggi del racconto che non hanno sentimenti ma che sono solo mossi da avidità e cinismo, come Ramon, come la cartomante, come la cubista che non ha neanche un nome.
Alla fine arriva il mattino, la notte finisce, non piove più. Siamo sempre in questa periferia del mondo senza anima né colore.
Solo alla fine abbiamo un’ immagine felice di Angela con il sorriso, “a casa finalmente” “le labbra si distendono in un sorriso”. Dopo la bruttezza di una notte ai margini del mondo, abbiamo un riscatto finale della protagonista. Anche se questo riscatto non è quello che avremmo voluto leggere, ma forse, per l’autrice, è questo l’unico modo possibile per Angela per salvarsi dalle brutture della sua esistenza.
Jundra Pinelli
30. Recensione a SÌ, CAMBIA DI DAVID GIACANELLI, LibertàEdizioni 2009 - di Paola Buja

“SÌ’, CAMBIA!”, LA DISABILITÀ RACCONTATA DAI FAMILIARI
Letto per voi: il libro di David Giacanelli che ha molto da dire
Leggendo il testo di David Giacanelli ho pensato ad una frase di un libro di Baricco: “Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”. Mi sono chiesta, davanti alle testimonianze dei genitori di figli disabili, se e quando fosse loro arrivata risposta a quel primordiale
“perché” che deve averli attraversati nel momento in cui gli veniva consegnata la diagnosi di disabilità del figlio ancora in grembo. Credo di sì, che prima o poi abbiano ricevuto una risposta, e che questa sia loro pervenuta in modo diretto e chiaro. Perché crescere un
figlio disabile è una gran fatica e, nel contempo, un’esperienza talmente coinvolgente da non lasciare immutata la profondità interiore del genitore che lo accoglie, materialmente e psicologicamente,
all’interno del proprio mondo fisico e interiore. Dunque un “perché” diverso dalla prospettiva iniziale di sbigottimento e, probabilmente, di rabbia, ribellione, interrogativi. Quando il rapporto con il figlio
speciale, diverso, matura e passa il confine dell’accettazione, il “perché” iniziale evolve, matura, e diviene “perché” di risposta e prologo a tutta una serie di considerazioni motivate.
David Giacanelli ha incontrato i genitori poi intervistati durante l'estate 2008 a Roma, prima che scoppiasse il caso di Eluana Englaro,
prima che si accendessero i riflettori dei media su accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia. Lo scrittore affronta il problema dell'handicap lasciando parlare direttamente i genitori delle persone diversamente abili. Questi interlocutori raccontano la loro vicenda realisticamente, senza retorica; ricordano gli ostacoli, i ritardi per ottenere una diagnosi completa, i tempi delle cure,
l'attesa per ottenere l'assistenza; le difficoltà di districarsi nei meandri dell'amministrazione per il maestro di sostegno, l'accompagno,
il passaparola tra i genitori sulle procedure, l'associazionismo come reazione collettiva alla solitudine del disabile e dei familiari.
Prima di altri questi genitori hanno pensato al futuro dei loro figli, al dopo di noi, e parlano di autonomia assistita (le case famiglia), dei problemi delle cure, del loro protrarsi fino a raggiungere gli stadi dell'accanimento terapeutico. Sempre questi genitori si sono soffermati a riflettere sul prima, su cosa avrebbero e hanno fatto quando si è saputo della disabilità prima della nascita.
Leggiamo diverse, talvolta contrastanti argomentazioni nelle interviste ma tutti i genitori, laici o cattolici, si richiamano alla piena libertà di scelta, un valore imprescindibile dell'agire umano.
Sì, cambia! è disponibile in formato eBook ed è possibile prenotare copie del cartaceo inviando una email a ordini@libertaedizioni.net.
David Giacanelli nasce a Roma il 6 settembre del 1972. Dopo la maturità classica, la laurea in Scienze Politiche alla Sapienza. Ha lavorato per diversi anni come ufficio stampa istituzionale e, oggi,
continua a svolgere la funzione di addetto stampa per una società. Ha scritto, come freelance, in numerose testate nazionali e siti internet. Si è occupato delle relazioni esterne di un Istituto per la promozione e divulgazione del cinema e l'audiovisivo dei Paesi
latino-americani e nel novembre del 2004 si è classificato al terzo posto alla II Edizione del Premio giornalistico Benedetta D'Intino, istituito da Cristina Mondatori, con l'articolo sul sociale "Uomini".
Appassionato di narrativa e cinema, appena gli è consentito, viaggia.
Paola Buja
23. Recensione a SALUD LA RIVOLUZIONE DI BEPPE CASALES, LibertàEdizioni 2009 - di Lelio La Porta

Recensione apparsa su “La rinascita della sinistra”, 16/07/2009
STORIA GENEROSA DELLA RIVOLUZIONE
Un racconto sulla guerra civile spagnola
di Lelio La Porta
Il racconto breve di Beppe Casales, intitolato Salud – la rivoluzione, si muove nell'ottica dell'incrocio incontro fra due generazioni di rivoluzionari, legate dallo stesso ideale anarchico, che vivono la loro esperienza fra Napoli e la Spagna precedente la guerra civile e poi contemporanea della stessa. Le vecchie e le nuove generazioni che, più che confrontarsi, vivono la stessa lotta con un impeto e una consapevolezza integrali, totali.
La vicenda, come in un pianosequenza filmico, si sposta continuamente fino a trovare il suo punto di congiunzione e di stabile svolgimento nella città che per antonomasia simboleggia la guerra civile spagnola, cioè Barcellona. Barcellona che ribolle di rivoluzione, che quasi diventa la madre della rivoluzione con i tram verniciati di rosso e di nero, e nella Rambla “gli altoparlanti tuonano rimbombanti canzoni rivoluzionarie per tutto il griorno e per gran parte della notte”.
La storia, quella dei potenti, quella di coloro che governano e decidono, diventa la storia di uomini e donne, più o meno giovani, che combattono una guerra rivoluzionaria giusta perché dalla parte di chi è subalterno. Una guerra in cui si affrontano persone con le divise, i soldati, e persone senza divise, gente normale, che combatte mossa da un ideale profondo e sincero che trova le sue radici non solo nell'insegnamento di Bakunin, ma in quello di Lenin, e nelle parole d'ordine che furono la forza dirompente della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità!
E i giovani eredi dei vecchi anarchici di Napoli e Spagna, si spostano da Barcellona a Madrid dove in un bar incontrano Neruda che attende Lorca il quale non arriverà mai perché i fascisti lo ammazzeranno. Due poeti, coloro destinati, come scriveva Holderlin, a scrivere quelle cose che durano in eterno. E Lorca viene ammazzato proprio per impedirgli di dire cose che sarebbero rimaste nell'eternità. Ma la morte non gli impedirà comunque di scrivere per l'eternità. La morte appartiene ai fascisti. Che se la tengano! La vita è degli altri, cioè di tutti quelli che non sono fascisti.
La guerra civile termina con la vittoria del fascismo, cioè della morte sulla vita; il “no pasaran” sembra sconfitto ma rivivrà, e questa volta vincente, nelle pianure e sulle montagne di tutti quei paesi che appena qualche anno dopo si ribelleranno al nazifascismo, resisteranno e vinceranno.
Casales narra con forza espressiva, con una partecipazione alla vicenda che lascia intendere un coinvolgimento anche ideale, direi ideologico. Non è male di questi tempi, che Brecht avrebbe sicuramente definito “bui”, un'esplicita scelta di campo. L'opera letteraria ne ha bisogno e Casales lo fa senza timore, con la forza di una scrittura immediata che sa muoversi anche tra le pieghe del discorso dialettale con abilità e sagacia. Un racconto breve che racconta una storia lunga; una storia di sentimenti, di coraggio, di astuzie politiche, di generosità rivoluzionaria. Insomma, la storia in un racconto.
Lelio La Porta
21. Recensione a DAL QUADERNO BLU DI ASMAE DACHAN, LibertàEdizioni 2009 - di Irene Ricotta

Da alcuni anni conosco Asmae e mi sono sentita onorata della sua richiesta di recensire il suo primo romanzo ancora prima di conoscerne il contenuto.
È una grande gioia per me parlare di un testo che insieme ad altri primeggia nella giovanissima letteratura musulmana in lingua italiana.
Non si tratta solo di saggistica o di autobiografie di neofiti, ma di romanzi e poesie che affrontano il tema, a mio avviso di scottante attualità, dell’intercultura.
La possibilità che individui diversi per cultura, tradizioni e religione possano convivere in maniera armoniosa e costruttiva è rappresentata in queste opere con strutture e modalità spesso assai diverse e in modo molto originale.
Questo romanzo è emblematico in questo senso.
Ma è molto di più, è un romanzo scritto da una donna, con protagoniste donne, in cui la femminilità è affrontata da diversi punti di vista e che trapela pagina dopo pagina in una prosa che si fonde spesso con la musicalità della poesia.
Un tratto caratteristico dello scrivere femminile, qualcosa che nello stile delle donne dà forma a ciò che ne è il tratto fondamentale: “la sensibilità”.
La sensibilità che è subito evidente dalle prime pagine, dalla “Stanza 103”, il ritratto più forte e certamente più affascinante del romanzo.
Quello in cui la bravura tecnica di Asmae non diventa mai impersonale o indifferente ma riesce a creare un ritratto carico di significati… una personalità affascinante e misteriosa che fino alla fine non viene del tutto svelata.
Un ritratto in cui come direbbe Calvino nelle sue “Lezioni Americane” il vago “porta con se un’idea di movimento e mutevolezza che si associa (…) tanto all’incerto e all’indefinito quanto alla grazia…”.
Quella grazia che come dice la stessa Asmae nel romanzo le permette di entrare nella vita degli altri ”in punta di piedi” senza disturbare, senza pretendere rivelazioni intime, senza dimenticare mai che il rispetto della sensibilità altrui è la base per la costruzione di qualsiasi rapporto umano.
Questo aspetto è presente in tutto il romanzo, fa parte dell’etica musulmana cui Asmae da voce con un limguaggio semplice, cui possono accedere tutti dal ragazzino di quinta elementare al docente universitario.
Un testo in cui è molto forte la duplice natura cui siamo partecipi noi musulmani italiani, appunto l’Islam e la cultura occidentale, sposati felicemente e in piena armonia, sebbene si tratti di un’armonia non sempre facile fatta di lotte e di conquiste sofferte.
Gloria un’altra protagonista, giovane donna occidentale problematica e complessa, la cui psicologia è ben delineata, una femminista matura, in cui il valore più alto è una profonda intellettualità unita ad un grande cuore.
Azra è Asmae, le sorelle di Asmae, sono io, Azra è “tutte le musulmane” che in Europa e nei paesi islamici studiano, prendono lauree e dottorati e agli occhi dei mass-media non esistono sono invisibili, incolore perché testimoniano che il velo non è un limite per loro ma sono un punto di vista diverso sul concetto di pudore e di educazione.
Ed è qui che viene fuori l’alto valore che Asmae dà alla letteratura come strumento privilegiato di conoscenza.
Tutto il suo romanzo rispetta e rispecchia questo ideale che fu di Roland Barth e di Calvino.
“La scrittura è l’incoronazione del pensare e del sentire, la scrittura ha il portere di rendere eterno ciò che effimero. Di rendere visibile ciò che è invisibile.”
Asmae affida questo suo pensiero alle misteriose parole della misteriosa scrittrice del “Quaderno Blu” simili parole possono benissimo essere completate da questo pensiero contenuto nelle Lezioni Americane:
”Nell’infinito universo della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime o antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo…”
Certo chi fosse pieno di pregiudizi forse dovrebbe leggere il romanzo di Asmae per comprendere appieno la totale infodatezza della sua Weltanschaung e rivedere la sua “immagine del mondo”.
Provare a osservare il mondo con gli occhi di Asmae… della donna della “Stanza 103”, di Gloria, di Azra…
Provare a coniugare come suggerisce il romanzo cuore e intelletto, cura per la forma e rispetto del contenuto sarebbe un enorme traguardo che questo romanzo ci sembra aver raggiunto.
Lo stile semplice eppure efficace ci stimola a cercare le verità contenute nel romanzo.
La suspance del sottile file rouge, che sentiamo ma che comprendiamo solo alla fine, tiene legate le tre donne è il risultato di un equilibrio e di una consapevolezza che oggi non sono così frequenti tra le cosiddette giovani promesse della letteratura.
In Asmae possiamo comprendere il significato di quanto Roland Barth sostiene ne “Il grado zero della scrittura”: “Lingua e stile sono oggetti; la scrittura è una funzione: essa è il rapporto tra la creazione e la società, è il linguaggio letterario trasformata dalla sua destinazione sociale e la forma, colta nella sua intenzione umana e legata così alle grandi crisi della Storia.”
La struttura è contrappuntistica, direbbe Edward Said, è la coesistenza di tre storie diverse tra loro, i cui destini si incontrano e si giustappongono come in una “Fuga a 3 voci”.
È la piena e matura consapevolezza della necessità del molteplice come possibilità per la crescita dell’individuo e della società.
C’è una leggerezza nello stile che non è mai superficialità anzi è quella leggerezza che nasce dalla consapevolezza della gravità e del peso del mondo, delle emozioni, del dolore e una leggerezza che aspira a far librare nei cieli più alti la profonda spiritualità intellettuale che si respira in ogni pagina del romanzo.
È nelle descrizioni del cielo e del mare, della nebbia, delle nubi, delle albe, nella descrizione rispettosa della psicologia dei personaggi.
La leggerezza soave di chi ha sperimentato la speranza nel dolore, e di chi sa che il destino se lo si accetta lo si può cambiare.
Asmae sa trasmettere anche nei momenti più emotivamente forti quella sensazione che ogni cosa sia al suo posto, che è un tratto tipico della religiosità musulmana, non ci sono le esasperazioni tipiche del Romanticismo o del Decantentismo che spesso si riscontrano in tanta letteratura e filmografia!
C’è la ricchezza di chi vuol far comprendere la profondità della natura femminile nella delicatezza delle pagine del romanzo.
In questo romanzo Asmae vuole suggerirci che possiamo aprirci un cammino dentro noi stessi per giungere fino alla “fonte silenziosa da cui si innalza la Luce che rende semplice ogni cosa.”
Il grande merito di questa giovane scrittrice musulmana sta nell’aver dimostrato come ancora oggi, in questo momento di grande “crisi della Storia” e dei valori possa esistere una forma d’arte impegnata che con grazia ed eleganza ci propone un modello di società alternativa e possibile, come, ancora, possano esserci forme di lotta intellettuale importanti come la letteratura entro le quali sono contenute le varianti di nuovi mondi possibili.
Spero che Asmae ci regali altri nuovi romanzi e che continui a mostrarci altre vie come racconta Sufi Yunus Emre[1] in questa poesia che dedico ad Asmae e a tutti i lettori di Asmae.
Sono il marinaio amato che i cieli
Ammirano.
L’oceano è la mia goccia d’acqua.
L’al di là degli orizzonti del mare mi appartiene.
Poiché questa mano non conosce
Che il cammino
Che conduce all’Amato,
la mia lingua né padrona né schiava
dirà la verità.
Irene Aaminah Ricotta
[1] Henri Gougaud (a cura di) Racconti dei saggi Sufi, L’Ippocampo.
43. AI BORDI DELLA DISSOLVENZA DI ELETTRA BIANCHI - Saggio LA POESIA METAFISICA DI ELETTRA BIANCHI - di Giovanni Ramella

Chi cercasse nella poesia di Elettra Bianchi leggerezza, scioltezza di ritmi, conforto e riposo di immagini, ricchezza di colori, trasparenza di atmosfere, andrebbe deluso. La sua è una poesia aspra, antimelodica, che non si lascia incantare dalla malia del verso sonoro e cantabile, che rifugge dal calligrafismo, poco incline al raffinato gioco delle analogie. Si direbbe che la lezione simbolista non abbia lasciato traccia significativa in lei. Più attenta semmai all’allegorismo montaliano, alla sovrapposizione di significati altri da quelli immediati. La sua poesia si gioca sul doppio schermo del fisico e del metafisico, del reale e del sovrareale. Il viaggio esistenziale è significato dalle immagini stesse del viaggio reale: partenze, ritardi, fermate, arrivi, alludono alla complessa vicenda del vivere quotidiano pur conservando il loro valore denotativo. Una poesia la sua, che punta tutte le sue carte su di una sintassi a volte impervia, con frequenti inversioni di rapporto soggetto – predicato, o ellissi, dalle ampie volute, e soprattutto su effetti ritmici di notevole suggestione, per l’andamento ascensionale impresso al ductus . E’ la riscoperta della funzione aggettivale del participio, usato anche in sequenze di ablativi assoluti- tipico in Temporale estivo sulle Langhe
( “ Nubi distrutte / Cirri strappati./ Impauriti vapori / … e si disfanno / e smembrati / si dissolvo-
no …”) – a conferire pregnanza al discorso. Già nei titoli stessi delle liriche, il participio contiene in germe, o piuttosto le riassume come un indice esponenziale, le potenzialità espressive, che la lirica nel suo corso svolge ( Il sole immaginato, La luce sognata, I giorni strappati, Il soldato indebolito).
Se nella prima sezione più alta è la frequenza di questo costrutto con felici esiti espressivi ( degno di nota soprattutto ne I tre pioppi : (“ sconosciuto ogni linguaggio/ esaminò/ sui tronchi la scorza/ ….. e si udì/ il tonfo d’addio/ dei discorsi tagliati”), non mancano esempi significativi anche nella seconda sezione ( VI : “Giunge col suo fiume di gemiti/ e la rabbia/ e i soffi agitati/ e le corse insensate/ e il sibilo di stridule sillabe/ e il suono di strappate catene” e XXI : “Non si capisce/se sognati/ o veri/ i volti e i gesti/ se sigillato /il tempo/ o ancora il battente socchiuso/ se guadagnata/ o persa/ la vita” ). L’impiego del participio, valorizzato nella sua doppia funzione, aggettivale e verbale, cospira a un effetto di violenza, di perentorietà, come in Estate (“D’estate lo schianto temuto/ è della tromba d’aria: / cerca rifugio l’aia/ frustata dal vento/ le scosse braccia dei pioppi/ rendono lamenti…/ .. Cercano le radici un appiglio/ ai sassi sepolti si aggrappano/ ai muri corrosi…”) o ne Il cammino della notte (“stattene sequestrata/ sulla soglia del tempo/ con tutto il tuo bagaglio fermo”).
Il Montale epigrammatico di Satura e delle ultime raccolte, più che il lirico de La bufera è la Musa ispiratrice, schiva e appartata, della sua poesia (Eugenio Montale: “Hai scheggiato parole/ che negano i vini dolci”), antilirica, a cui sembra negata ( o forse deliberatamente la rifugge?) la grazia del canto, “ figlia di angeli bruni/ ti sei nascosta/ agnella vereconda/ in duri precipizi di silenzio…/ tu belato/ che parla all’esanime”, come è detto in un’ importante dichiarazione di poetica che richiama la montaliana “ergotante balbuzie dei dannati”. Una poesia dai tratti a volte spigolosi, rifuggente dall’ornamentale e dal decorativo (“nel buio di chiusi vocabolari/ non cercherò la parola elegante/ ad orna di trine e trasparenze/ per affascinarti” in Nel buio ).
La distanza dal simbolismo non esclude occasionali ma significative tangenze nell’evocazione di trasognati stati d’animo, non tanto nella tecnica compositiva, soprattutto nella prima raccolta Galoppano i segni. Nella lirica La barca compresa nella sezione Omaggio a Luzi è abbastanza trasparente il richiamo a Rimbaud , ai versi finali del Bateau ivre : “ ma i marinai/ ubriachi di mare/ non piangeranno/ l’abbandonata terra? ”.
Più sensibile l’impronta lasciata dalle avanguardie, a giudicare dalle variazioni su di una delle più celebri liriche pascoliane, Il lampo, in cui l’apparente mimesi dilata e deforma espressionistica-mente l’originale, in un clima di apocalisse cosmica: “ alberi oscillanti/ nel viola pazzo/ e una catena di nuvole in corsa/ s’accavalla e pencola e dondola/ fatta e disfatta/ e l’occhio disconosce se terra o aria/ o mostri urlanti/ facciano l’ora pericolosa e nera”. Un fremito espressionistico, con un effetto di impatto violento e deformante, attraversa La luna è tramontata :“ Era una vecchia cosa appesa al cielo/ lisa dalle nuvole sbocconcellata dai venti/ e pallida molto pallida/ si vedeva che doveva andarsene”, e Marzo : “ Nella fessura del tempo/ s’é intrufolato/ Marzo” . Il senso della radicale insignificanza della vita trova ancora una via espressionistica ne Il treno della notte:“forse/
si finirà tutti quanti/ viaggiatori e ferrovieri/ nel lontanissimo tunnel/ dell’assenza/ appesa al soffitto/ la lampada del nulla” .
Echi del mahleriano Canto della terra ci pare di sorprendere in XVII : ( “ Sui laghi azzurri della dimenticanza/ una stanca pace fluttua leggermente/ barca arenata sul tramonto” ) ove sono presenti in suggestivo scorcio le stesse coordinate paesaggistiche dell’ultima sezione del Canto (“Die Sonne scheidet hinter dem Gebirge …/ Wie eine Silberbarke schwebt/ der Mond am blauen Himmelssee herauf” : “il sole scompare dietro i monti…/ Come una barca d’argento ondeggia / la luna sull’azzurro lago del cielo”) la nota della “ felicità dimenticata nel sonno” ( “ im Schlaf vergeßnes Glück” ) e il motivo della pace in un clima estenuato di volti e di cose sparenti (“ Ich suche Ruhe für mein einsam Herz” : “cerco pace per il mio solitario cuore”), nell’aprirsi dell’orizzonte su infinite, azzurre , inafferrabili lontananze (“Allüberale und ewig blauen licht die Fernen!” : “Ovunque e per sempre risplendono azzurri gli orizzonti!” ).
Il confronto con Rilke impegna la Bianchi, al di là del riecheggiamento di temi e immagini motiviche ( il Leintuch, il funebre lenzuolo tessuto dalle Parche, ricorrente in XXX “un legge-rissimo/ vestito finale/ e un bagaglio/ ultimo/ che non ti pesi”), in una ripresa o piuttosto in un rovesciamento della poetica della metamorfosi. Di contro allo stupore estatico del poeta praghese di fronte all’incessante divenire dell’universo, che si converte nella seconda parte dei Sonetti a Orfeo in una vera e propria iniziazione interiore a sentirsi parte di un tutto, a confondersi gioiosamente nel flusso perenne, è dominante ne Il cammino forte la percezione di una resistenza ostinata delle cose al cambiamento, congelate in un’inossidabile fissità ( XXIV: “Pare invece/ nella stazione del dolore/ che tutto sia di marmo/ immobili profumi/ dei fiori d’acciaio/ macigno il suono/ del campanello ottuso/ inchiodato il fischio/ del capostazione./ Viaggiatori di gesso, s’affacciano pallidi ai convogli…”). Nella poesia della Bianchi non c’è posto per la romantica ebbrezza dell’infinito, per il panismo orfico rilkiano. La consapevolezza del dolore, di un dolore immedicabile, la percezione di una ferita nell’Essere, “nello spaccato cuore della terra” , già in Galoppano i segni ( “Gettata fuori dall’infanzia/ seppi/ l’esistere insanguinato” ) apre la via alla contemplazione del mistero del Male: “All’uscio del Cielo/ s’affaccia ghignante/ la Morte/ con le ancelle malate./ Sulle mani dell’uomo/ il peccato”, provoca la domanda: “ Perché/ sopra il tenero cuore del mondo/ s’è posata/ una mano crudele?” . La domanda di senso è destinata a non trovare risposta: “ Non chiedere/ -perché a me?/ ….. Perché tutti siamo “ me”” (Galoppano i segni) nella rabbrividente constatazione che la storia è striata di sangue: “ Appena nato il tempo/ con quale colpa ha fatto festa/ l’uomo / orribilmente?/ Qual è stato lo scandalo/ verso Chi il delitto?” ( Il cammino forte, XXVIII). L’angoscioso interrogativo sul senso del dolore percorre le liriche più intense de Il cammino forte, in cui più sostenuto e martellante si fa il ritmo , che perde la leggerezza di movenze di Galoppano i segni, più ardua la sintassi, più scarnificata la scrittura, lontano dall’esangue impalpabile astrattezza del modello luziano, presente nella precedente raccolta.
Ogni consolante teodicea è rifiutata, nella certezza che “ Il giusto è non chiedersi cosa sia giusto”
( II), in cui epigrammaticamente si condensa la domanda “Non è forse incomprensibile/ Signore/ … che i secoli passino/ senza che alcunché sia modificato/ e non ci siano tagli/ a quest’orrendo copione?/ Signore/ ho bisogno che di fronte a tutto questo/ io impari a non fare domande”. ( Non è forse incomprensibile? ). La fitta ombra di mistero non può essere diradata (“A volte/ ….. il mondo ha un grido/ di animale ferito a morte/ che nel macello del male/ si ribella al pugnale./ Continua invece/ a sopportare/ sul dorso rotondo/ sulle mani rotte/ gli oceani e le terre/ i fiumi le case gli uomini. / E non sa perché” . ( VII ).
Un atteggiamento così disincantato non sfocia tuttavia in un disperante ateismo, né è da confondersi con la scepsi o con un’inerte accettazione della propria ignoranza come connaturata alla condizione umana. Il sospetto che tutto sia affidato al Caso (“ Chi gestisce/ la sala non si sa./ Si sa che a volte/ regala un vino dolce./ Altre volte/ fa servire l’assenzio” XXVII ) sembra talora essere vinto dalla speranza che i conti tornino, che ognuno abbia ricevuto “ il biglietto giusto/ quello fatto per lui” :
“ E se tornasse il senso del Tutto/ e il cieco Caso/ fosse un’invenzione/ della nostra oscurità?”
( La lotteria ).
Le domande poste dalla poetessa si situano all’interno di un orizzonte di fede convinta e vissuta nell’esperienza quotidiana del dolore che ha nella Croce il suo punto di riferimento paradigmatico: “ Fa’ che io non veneri la Croce/ Signore / se non so sopportare la mia” ( Preghiera ). In Raccontatemi ancora ritorna l’esemplarità della Passione: “ A me che piango il mio dolore/ … fate ancora sapere la storia/ di Quel Mite/ Innocente/ che fu disteso su una croce…/ Forse quella lontanissima Storia/ che tutte le altre conchiude/ non la conosco abbastanza”. I simboli cristologici come l’agnello sacrificale ( “ il trucidato agnello/ sotto il ferro impietoso/ che lo sgola” in Galoppano i segni e “l’agnello / cena nel sangue” ne Il cammino forte ) richiamano la centralità della Croce nella cristologia della Bianchi che ha fatto proprio il pascaliano “ Jésus sera en agonie jusqu’à la fin du monde” : “ Ma quando entro nella mia anima/ e ne ascolto i silenzi/ sento che piangi anche Tu/ le lacrime dell’universo e il tuo sospiro/ raccoglie ogni altro dramma” ( Quando leggo i giornali ) .
Nella sua teologia il rapporto tra il modello e l’immagine è come rovesciato, come suonano i versi conclusivi di Quando leggo i giornali: “ Padre, allora ti so esistente/ a mia immagine e somiglianza”.
Un cristianesimo tragico, dunque, che nella ricerca trepidante del Deus absconditus , insensibile alle prove tradizionali della metafisica classica, diffidente di ogni teleologia, non ignora che “Ancora vai a cena coi peccatori/ tendi la mano ai miserabili/ … ti chini a curare le ferite infette/ … Ecco perché non ti trovo, / Signore./ Non ho ancora capito/ questo tuo strano / modo di Essere”. ( Deus absconditus ). L’ambito privilegiato della ricerca non è tanto quindi quello della metafisica, della filosofia dell’Essere, ma quello della “ lontanissima Storia/ che tutte le altre conchiude” in cui l’Essere vive, in cui tutti i fili delle vicende umane si annodano, comprensivo, nella sua conclusività (tale ci pare sia il senso del “conchiude”) di ogni singola storia, del vissuto di ogni esistente.
La poesia della Bianchi dà voce al dolore, a ogni dolore, ne interpreta l’ansia di redenzione, un’ansia implacata, che rifiuta le consolazioni che i ritrovati della civiltà possono offrire, la stessa arte, e solo nella figura del Cristo povero e sofferente, trova senso e riscatto.
Giovanni Ramella
29. Recensione a SEDICI MILIONI DI COLORI DI BARBARA CANNETTI, LibertàEdizioni 2009 - di Elettra Bianchi
Il sottotitolo di “Sedici milioni di colori “ di Barbara Cannetti, giovane scrittrice esordiente emiliana, evidenzia la struttura stilistica dell’opera in esame con l’indicazione di prose liriche.
Già la scelta operativa dell’Autrice ci sorprende per la sua originalità. Le prose liriche erano rimaste nella memoria letteraria confinate ai primi anni del secolo scorso, con il Cardarelli de La Ronda, dei Prologhi, Viaggi nel tempo e Favole e memorie, opere di grande valore poetico. La successiva turbolenza futurista del rifiuto della tradizione, la scheggiata e dura lirica montaliana, lo sperimentalismo del secondo dopoguerra avevano esiliato la ricerca del bello scrivere e la suggestione di un verso armonioso e ritmico che non disdegnavano la lezione dei classici e le reminiscenze leopardiane. Tuttavia è proprio delle conquiste culturali più valide ed essenziali ripresentarsi, dopo il trapasso delle mode, in ricorsi che ne esaltano la necessità verso fini espressivi di particolare natura. E’ il caso di Barbara Cannetti che rinnova la tecnica delle prose liriche adattandola alle sue esigenze poetiche che vogliono raccogliere in un contenitore prismatico le singolari esperienze della sua vita problematica. Dal racconto di Barbara emergono i suoi dialoghi che si irradiano in più direzioni e che stanno tra la liricità dei rimpianti, dei sentimenti e dei sogni e la forte realtà del documento, impietoso e drammatico. Era dunque necessaria una poesia che avesse la lievità dell’intimismo coltivato in regni di solitudine e una prosa che affondasse le sue radici nella concretezza dei giorni e delle ore difficili. Ci si potrebbe aspettare, da una penna meno abile, una sterile dicotomia, uno iato stridente e fastidioso. Invece ci troviamo a leggere in una compostezza naturalissima e profonda un unicum di emozioni, riflessioni, ribellioni, accettazioni, rappresentazioni che risvegliano le nostre capacità di giudizio e di riflessione verso zone spesso solo sorvolate poiché compromettenti una inattiva tranquillità d’animo. In sintesi si potrebbe affermare che Sedici milioni di colori è l’autoritratto psicologico, morale e spirituale dell’Autrice, ma anche l’autoritratto della sua malattia che Le impone un continuo affinamento di forze,di speranze e di approfondimenti sul senso della vita. Un percorso che ognuno di noi forse fa, o ha fatto, di fronte a qualche coinvolgimento esistenziale determinante, ma che è stato rapidamente rimosso dopo la chiusura dell’incidente. Così spesso viene vanificata la nostra occasione di ripensamento, la proposta educativa che spesso è ragione del male che il destino ci riserva. Leggendo la storia di Barbara comprendiamo quante e quali linee di forza possono esistere anche all’interno di un pigiama che è diventato la divisa di un’appartenenza orgogliosa e dignitosa al mondo di coloro che lottano e che non cedono alla rassegnazione. I paesaggi che Barbara non vede dalla sua finestra sono i paesaggi della piatta campagna emiliana, ma in lei vivono altri territori, altri paesi, altre città e sono quelli della volontà, del tempo che è sempre giocato in ripresa, delle architetture che si elevano nelle altezze della speranza. Abbiamo parlato di autoritratto dell’Autrice nell’opera in esame, ma vorremmo che non fosse confuso con l’autobiografismo, vezzo purtroppo molto comune e spesso insopportabilmente ristretto nei limiti angusti dell’egocentrismo. Niente di tutto questo. Le prospettive della Cannetti partono dalle esperienze personali, com’è naturale che sia; ogni grande scrittore e poeta ha dipinto sempre e solo se stesso: Flaubert diceva “ Madame Bovary sono io “, ma giungono ad esprimere, come nella vera Arte, Valori universali e intramontabili. Il raggiungimento di tali obiettivi non è un’arrampicata priva di difficoltà. Oltre all’ispirazione interiore, al desiderio di esprimersi e di comunicare agli altri il significato della propria vita, occorre disporre di una struttura culturale molto solida e collaudata, essere padroni dei mezzi espressivi e conoscerne i segreti. Barbara impiega il suo tempo nel perfezionamento della sua cultura, già solida in partenza, provenendo dal liceo classico e da conclusi studi universitari. La lettura è la sua dichiarata passione e il panorama della letteratura contemporanea italiana e straniera non le riserva alcuna zona d’ombra. Con l’ausilio di strumenti appositi Barbara legge continuamente, si informa di novità letterarie, scrive e memorizza, attiva collegamenti col mondo della cultura anche molto lontano da lei e le novità anche le più impressionanti non le sono estranee. Da una mente così aperta ed elastica, preparata e profonda non può derivare che una scrittura affascinante e coinvolgente, tramite sicuro tra le nostre abitudinarie convinzioni, tra il pensiero pigro di giornate qualsiasi e il piglio forte e sicuro di una Persona che nel silenzio e nel nascondimento conduce ogni giorno l’unica vera battaglia che valga la pena di combattere nella vita: quella contro la banalità delle mille piccole rassegnazioni quotidiane che stritolano la nostra esistenza senza che ce ne accorgiamo e ci conducono al Nulla, prima che alla morte.
Elettra Bianchi
24. Recensione ad AVVISIAMO LA GENTILE CLIENTELA DI ENRICO MATTIOLI, LibertàEdizioni 2009 - di Barbara Cannetti

“Avvisiamo la gentile clientela” è il romanzo di Enrico Mattioli, edito da Libertà Edizioni, in cui l’autore narra le vicissitudini di un giovane che aspira a diventare attore di teatro (cit. Non volevamo altro, ci bastavano i sogni e le tavole del palco). Il destino, tuttavia, ha in serbo una sorte diversa: complici i problemi economici, infatti, il ragazzo si ritrova, quasi senza accorgersene, a lavorare in un centro commerciale. La trama del romanzo si snoda tra le pagine del libro seguendo percorsi che, sotto molti aspetti, si possono assimilare a quelli compiuti da chi entra in un ipermercato per effettuare acquisti. Le continue, esilaranti battute - disseminate lungo quasi tutta la narrazione – sembrano studiate per influenzare il lettore, invogliandolo alla lettura, proprio come l’accurata esposizione delle merci sugli scaffali, i prodotti civetta e le offerte speciali servono a spingere il cliente a compiere acquisti d’impulso; accanto a questo aspetto quasi ludico, nel romanzo, si possono però individuare delle importanti tematiche che, nel punto vendita possono essere metaforicamente rappresentate come le merci di prima necessità.
Seguendo questa logica, chi acquista (proprio come chi legge il libro) si ritrova, senza rendersene conto, a far parte del sistema capitalistico imperniato sul consumismo e ad agire sulla base delle logiche di mercato (cit. La gente (…) si perdeva dietro le smanie di possesso senza capire che tutto stava comprando e possedendo, tranne la propria vita). Se si continua ad osservare ciò che accade partendo da questo particolare punto di vista, può anche accadere che, qualche cliente (e quindi il lettore) entri all’ipermercato (ossia all’interno del libro), per individuare ed appropriarsi dei generi di prima necessità come, ad esempio, il pane (che in questo gioco interpretativo rappresenta le tematiche) ma, quando arriva alla cassa (ossia al termine della lettura), s’accorge di aver dimenticato il reale motivo per cui era entrato. Molti studi hanno, del resto, evidenziato che centri commerciali ed ipermercati rappresentano dei piccoli microcosmi nei quali è riprodotto, in tutto e per tutto, il moderno sistema economico e, di conseguenza, la crisi che lo ha di recente colpito. In questo ambito, perfino i rapporti tra gli individui sembrano avere un prezzo (cit. Le amicizie sono a buon prezzo), mentre le persone vengono indicate con la mansione che, all’interno della società, di volta in volta si ritrovano a svolgere: da un lato c’è il cliente – consumatore, con le sue assurde richieste mentre, dall’altro lato, c’è il dipendente che deve ripetere sempre le stesse azioni. La spersonalizzazione dell’essere umano diventa ancora più evidente se si osserva il rapporto tra addetti e superiori, nel quale la persona sembra diventare solo il ruolo formale che ricopre: quando, infatti, il protagonista chiede al microfono che venga inviata una persona alle casse, viene ripreso, in quanto avrebbe dovuto sollecitare l’invio di “una cassiera alle casse”. L’atteggiamento degli esseri umani si presenta spesso non veritiero, perché tutto è pervaso da “falsi sorrisi di circostanza”.
Fare la spesa nella quotidianità, ossia prendere coscienza della realtà e dei reali bisogni umani, risulta pertanto necessario, ma se di tanto in tanto si riesce anche a sorridere, tutto risulta meno gravoso.
Il finale, tuttavia, è all’insegna del pessimismo: lo sciopero riprende senza convinzione, perché ”la gente usciva e tirava dritta”, e “dove andava il mondo e la dignità dell’essere umano, a chi doveva consumare, non interessava.”. Il protagonista non si concede un’ultima risata ma arriva ad uniformarsi a tutti gli altri (cit. era una società che non sapeva più ridere). Non c’è, infatti, nessuna replica alla strafottente battuta di un automobilista: “Andate a lavorare al social forum!”
I temi che si possono estrapolare dalla lettura di questa opera, sono molti e si sviluppano su due piani differenti.
In un primo momento, prevale l’esposizione dei problemi personali del protagonista che si ritrova all’improvviso a svolgere un lavoro che non gli piace e che, come tale, diventa alienante. Su questo stesso filone si inseriscono le tematiche relative alle difficoltà dei rapporti tra colleghi. Ci sono gli approfittatori che prendono in giro il protagonista (ad esempio la collega che non paga mai la merce acquistata), e coloro che pensano solo a se stessi o fanno il doppio gioco (come, ad esempio, la signora Serpe che fa la spia). Ci sono, inoltre, coloro che sfruttano il sistema per fare carriera, come Dal Canto che “poteva vantare rapporti confidenziali con i dirigenti”, mentre il protagonista è sull’orlo del licenziamento (cit ” Alla fine l’azienda mi stava dando il colpo definitivo”). Nella seconda parte del romanzo, prevalgono problematiche di più ampio respiro: queste ultime, sono spesso solo accennate, ma si rivelano di grande attualità. Si va dall’indifferenza frettolosa delle persone, alla perdita di potere dei sindacati (perché ”solidarietà e unione erano termini arcaici”), dall’impiego di lavoro precario e flessibile come deterrente per eventuali proteste, fino ad una realtà che si presenta permeata da quel capitalismo sfrenato che porta alla creazione di holding, ossia società capogruppo il cui compito non è produrre servizi o merci, ma acquisire marchi per poi chiudere i battenti e creare le basi per nuova disoccupazione ed inflazione. Il protagonista, dopo aver lavorato per anni in una realtà che viene inglobata e fagocitata dal sistema stesso, si ritrova così a circa trenta anni senza lavoro, senza futuro e senza nemmeno i sogni di quand’era ragazzo (cit. La mia esistenza era un prodotto scongelato, scondito, insapore).
Quando infatti le delusioni del protagonista iniziano ad intrecciarsi in modo più evidente con le difficoltà causate dalla crisi economica, tema predominante diventa l’incertezza sul futuro, perché, in una situazione di questo tipo, i trentenni si ritrovano senza speranze e senza sogni. Non sembra esserci più posto nemmeno per l’amore vero; esso sembra ridursi al solo atto sessuale (e quindi puramente fisico) squallido, in quanto consumato nella clandestinità in cui il tradimento lo colloca.
Un altro elemento importantissimo in “Avvisiamo la gentile clientela” è rappresentato dal teatro che diviene, a mio avviso, metafora di tutti gli ideali ed i sogni del protagonista e del suo amico Zucca, in netto contrasto con la realtà in cui poi si ritroveranno immersi. Questo elemento - che a prima vista sembra sparire dopo le pagine iniziali del libro - in realtà è sempre suggerito all’interno della narrazione, fino ad arrivare ad un paradossale ribaltamento degli scenari e dei contesti: l’ipermercato che rappresenta la quotidianità e la realtà, diventa esso stesso palcoscenico (cit. quello, in un certo senso, era un palcoscenico), ossia luogo in cui occorre fingere (cit. Lavorare col pubblico non era poi diverso dalle fatiche teatrali: bluff, recite e commedie, …). Anche i ruoli del cliente e dell’addetto (che, a sua volta, non dimentichiamolo, giocherà il ruolo del consumatore su un palcoscenico del tutto simile), diventano, pertanto, delle parti da interpretare (cit. tutti ”partecipavano inconsciamente, perduti nelle proprie frustrazioni” ).
A differenza di quel che accade in teatro però, la finzione su questo palcoscenico diventa obbligatoria e, quindi, negativa perché non diverte ma, al contrario, determina ulteriori forme di solitudine (cit. si chiude in gusci di alienazione), nonostante - a volte - questa mancanza d’identità diventi quasi comoda (cit. Noi non avevamo più un’identità, questo era l’unico vantaggio).
L’autore di questo romanzo, si è documentato su come funziona il mondo degli ipermercati imitandone così, ancora una volta, la logica di fondo: ”niente era lasciato al caso”. Mattioli, perciò, indaga sui metodi usati per attirare l’attenzione del cliente, slogan e perfino percentuali che valutano il comportamento del cliente (queste tecniche si possono ritrovare, ad esempio, nel documento “I 19 trucchi dei supermercati per manipolare le nostre menti”. Alcune delle tematiche sopra ricordate, inoltre, si possono rintracciare anche nel romanzo d’esordio di uno scrittore genovese, Enrico Masnata dal titolo: “Questo posto è un inferno” ).
Leggendo il romanzo di Mattioli e riflettendo sui problemi che la società e l’economia attuale presentano, non posso non ricordare quanto attuali siano, ancora oggi, le analisi di Platone ed Aristotele sulla società, sull’etica e, di conseguenza, sulle domande generali che questi pensatori si sono posti, in merito alla presenza o meno di un fine più alto (e, quindi, non a tutti noto) che giustifichi i mezzi impiegati per raggiungerlo. Nel libro di Mattioli, però, chi si assume il gravoso compito della presa di coscienza dei problemi esistenti sembra costretto a soffrire, perché ogni volta che si tenta di mantenere una certa capacità di scelta critica, si viene in qualche modo estromessi dal sistema.
Barbara Cannetti
27.
Recensione ad HALD DI ANNA ALBERICO, LibertàEdizioni 2009 - di Barbara Cannetti
Hald è l’ultimo lavoro di Anna Alberico, scrittrice di saggi storici, oltre che di testi di narrativa. Anna è anche responsabile del settore prosa all’interno della casa editrice per cui scrive.
Hald è, in estrema sintesi, un giallo. È stato anche definito, un romanzo noir (in Francia un tempo si definivano noir i libri che oggi sono comunemente chiamati gialli, perché le copertine erano di colore nero).
Il tessuto narrativo di Hald è, quindi, quello di un giallo, costellato da omicidi e fatti di sangue, su cui indagano poliziotti ed abitanti, scienziati e psichiatri. Tutta la comunità, ciascuno con i mezzi che ha a disposizione, sembra impegnata nel tentativo di far luce su questi efferati omicidi. La trama prende l’avvio dall’arrivo della cometa, Hald appunto, e dall’arrivo di una serie di curiosi interessati a vedere questo fenomeno dal colle più alto della zona.
Il tessuto su cui è costruito il romanzo, quindi, fa pensare che si tratti di un giallo classico; basta scorgere i titoli dei capitoli per rendersi conto di ciò. Eppure in Hald esistono diversi, possibili piani di lettura. L’incipit del romanzo, ossia l’arrivo della stella cometa, fa da sfondo a tutta una serie di situazioni che solo a prima vista sono marginali rispetto ai delitti ed alle indagini su di essi. La cometa pertanto diventa - come vedremo - il filo conduttore di tutto il romanzo, la spina dorsale della trama; essa diventa, di volta in volta, polo di attrazione, elemento disturbante, capro espiatorio delle follie umane, e così via … È questo fenomeno astrale che sembra accendere i riflettori su un paesino fino ad allora anonimo. La vita nel piccolo centro scorre sonnolenta e sempre uguale fino al giorno in cui questo elemento di curiosità e attrazione non richiama estranei di tutti i tipi, interessati ad osservare la cometa. Viene pertanto spontaneo chiedersi se il trantran di quel luogo sia stato sconvolto più dal raro evento astronomico, dai visitatori o dagli omicidi che in quei giorni iniziano a colpire i residenti.
Quel che è certo, è che gli influssi di Hald diventeranno in più occasioni capro espiatorio degli atteggiamenti e delle inettitudini, dell’incapacità degli esseri umani e di fatti apparentemente inspiegabili. L’astro viene descritto con elementi quasi umani (citazioni: innervosiva gli astronomi ; oltre che distratta, Hald era dispettosa; l’arrivo delle comete dà sempre la stura a profluvi di notizie e predizioni; l’opacità di Hald dimostrava che anche il cielo imperversava sui disperati …). A ben vedere, quindi, la trama che si apre sugli omicidi e sulle indagini, rappresenta solo uno dei possibili piani di lettura del libro; è, infatti, su di esso che viene intessuta una profonda, ironica analisi del comportamento umano il quale, a sua volta, offre uno spaccato della realtà contemporanea.
La storia apparentemente banale del giallo, con i suoi indizi, diventa un modus operandi per rivisitare, riprendere, rincorrere tematiche assai più profonde e complesse. Ogni aspetto singolo pertanto, si può prestare a più valutazioni, oltre che a più piani di lettura quando si passa dal significato al significante di molti termini impiegati e di numerosi giochi di parole presenti in Hald. Ed ecco allora che sorge spontanea un’altra domanda: è vera o effimera la pace che regna in questi piccoli paesi prima dell’arrivo della cometa e dell’inizio della serie di omicidi? Le indagini della polizia, non sembrano in grado di far luce su quel che passa realmente per la testa delle persone, né distinguere con chiarezza quali personaggi conducono da sempre una vita realmente irreprensibile, rispetto a quelli che, invece, sembrano nascondere degli scheletri nell’armadio. Diversi sono gli aspetti dell’animo umano che vengono valutati: ci sono, ad esempio, i pettegolezzi (citazione: “era magra come una silfide e malvagia come un’arpia”), le ripicche reali o temute (citazione: “avrebbe rincarato l’affitto agli inquilini se non si fossero prestati ai pii proponimenti”), i piccoli e grandi segreti (citazione: “sono stato arruolato in un giro di furti e ricettazione”), le manie (la decisione di fare il presepe in agosto) a volte vere, altre solo immaginate, ecc … nessuno ne esce bene, soprattutto gli uomini (citazione: ”Purtroppo esistono persone specializzate nel logoramento altrui”; “I maschi sono frustrati dall’inadeguatezza “).
I personaggi diventano così delle vere e proprie macchiette, quasi per ricordare che, anche nei momenti più difficili della vita, occorre non prendersi mai troppo sul serio. I tratti fortemente ironici con cui l’autrice li caratterizza, sono però, allo stesso tempo, taglienti e non risparmiano nessuno: basta la descrizione di un particolare, un nome (ad esempio il professor Lampo). Attraverso queste pennellate fugaci, vengono veicolate informazioni sul carattere dell’essere umano e, di riflesso, sulla realtà in cui vive. Tutto questo pone in campo l’ennesima domanda: sono i forestieri ad essere strani per gli abitanti del luogo in cui si svolge la narrazione (i quali vivono una realtà apparentemente senza tempo e senza storia) o sono invece gli abitanti ad essere un po’ fuori dal comune (a chi può venire in mente di fare un presepe in agosto?) o – ancora- c’è qualcosa di veramente normale e di non normale nell’atteggiamento umano?
Tutto il libro è connotato da un ritmo incalzante, fresco ed allo stesso tempo spiazzante, ironico: lo stile perciò è solo in apparenza banale perché, a ben guardare, diventa a sua volta metafora del caos che regna nella vita contemporanea. Le descrizioni, le teorie strampalate, il continuo miscuglio di termini strani e spesso contrapposti, la presenza di sacro e profano (religione e astrologia), di vecchio e nuovo (situazioni immutabili e computer), di scienza e fede (la cometa ed il presepe), di dialoghi surreali e descrizioni in cui si mescolano elementi apparentemente assurdi, non servono solo a fornire un ritmo dirompente alla narrazione ma anche a rappresentare metaforicamente una realtà che, con le sue stranezze, sa superare qualsiasi fantasia. Le stesse indagini, effettuate a tutto tondo (ossia ricorrendo alla scienza, alla psichiatria, all’intuizione, ai disegni dei bambini, a mix di più elementi, tanto che come dice il commissario, manca solo di decidere per “alzata di mano”…) diventano espressione della complessità del reale. A tutto tondo sono infatti le situazioni da esplorare, ossia le vicende quotidiane; per assurdo infatti quelle che a prima vista sembrano devianze e varianze rispetto alle situazioni usuali, s’impongono e si caratterizzano fino a palesarsi quale componenti della realtà stessa, per quanto strampalata essa possa sembrare.
L’intento primario dell’autrice è naturalmente quello di attirare la curiosità del lettore ed a mio avviso ci riesce benissimo, sia se si valuta il racconto e le indagini tipiche del romanzo giallo, sia se ci si addentra sul piano più profondo dell’indagine dei comportamenti umani e del mondo reale in cui vivono le persone. Il richiamo ai gialli di D. Pennac è – a questo punto – doveroso; nella saga della famiglia Malaussene, Pennac descrive un mondo dove la finzione (in quel caso data dal teatro e dalla letteratura) s’intreccia con la realtà. Il signor Malaussene, di professione è capro espiatorio, proprio come Hald diviene causa, più o meno concettualizzata, per tutto quel che non trova spiegazione o per il quale non si sa o non si vuole assumere responsabilità alcuna.
L’ironia, le battute, il ritmo narrativo veloce sono simili tra questi due autori. Ciò che differenzia lo stile dell’autore francese da quello di Anna Alberico, è invece lo spirito che si respira: mentre nei gialli della saga di Malaussene tutto è pervaso dall’ allegria e dall’innocenza dei bambini, nella scrittrice ligure prevale una risata amara. Sembrano prevalere infatti il cinismo, gli sproloqui, i grugniti, le malelingue … Si respira in Anna Alberico un’aria di amarezza che rende meno cristallina la risata del lettore. Si nota così in modo chiaro quel che fin dalle prime righe s’intuiva: molti personaggi mancano di trasparenza o serenità. L’aspetto surreale, per cui nelle descrizioni si considera tutto e il contrario di tutto, rende lecito, o meglio possibile, qualsiasi parere e legittima ogni situazione anche la più paradossale.
La vita del resto, non è che una commistione tra magia e scienza, misticismo, religione, credenza popolare … Nulla quindi, in questo romanzo, può essere dato per scontato: quel che appare vero, non lo è o non è affatto detto che lo diventi (ne sono prova evidente gli indizi sugli abitanti che sembrano vivere in modo morigerato, per poi rivelarsi usi a costumi non proprio irreprensibili).
I messaggi che l’autrice lancia sulla società moderna, sono numerosissimi; su tutti però predominano, a mio avviso, l’insoddisfazione (citazione: “Mi sono stancato di avere le responsabilità di un notaio e di una balia con la qualifica di un impiegato” ), la precarietà del lavoro ( la precarietà del lavoro “Lavoro interinale, marginale e fluttuante, cercasi: apprendista esperto, esordiente, volenteroso, valente, capace che non superi un incapace …”), la disoccupazione che sfocia in criminalità (Osvald per aiutare la madre e la sorella si occupa di affari illeciti) e il lavoro nero (citazione: “Lavoravo in nero per una ditta in nero, che riparava una casa affittata in nero agli immigrati clandestini”).
Questo romanzo è dunque un affresco che dipinge la vita quotidiana. Le dicotomie sono giocate per creare una visione paradossale ma, alla fine concreta, di una realtà in cui la follia diventa non l’eccezione ma la regola. Solo le convenzioni possono mascherare tutto ciò ma basta che intervenga un elemento di disturbo (come l’arrivo di una cometa) per smascherare e scatenare una serie di eventi, siano essi omicidi o altro. L’allegoria diventa elemento imprescindibile per descrivere il reale. I giochi di parole, non solo sono metafora dell’inganno umano (vedi il ragazzo che abita a Rio e tutte lo cercano pensando si tratti di Rio de Janeiro) ma anche indicazione dei moniti lanciati dall’autrice: non bisogna mai prendersi sul serio ma vivere l’attimo (citazione: “Dubito che Ignazio conosca l’entusiasmo …”).
Il fluire della vita e della sua assurdità diventa per assurdo elemento di originalità. La critica, sempre giocata sull’ironia, non risparmia le istituzioni ed i personaggi che, dall’alto della loro conoscenza esprimono pareri assurdi (“quelle tre sono affidabili come un covo di serpi che gioca a ramino”; “una creatura cubista asessuata a due teste, sei occhi, …”).
Va da sé che, questo piano di lettura, trasforma indizi e indagini in una parodia del lavoro scientifico che usa paroloni per non dire nulla (citazione: “Quel che avvenne nella mezz’ora successiva fu un misto tra un gioco a quiz, un sondaggio e un’asta all’incanto”). L’unica speranza che resta, è che: ”La verità, prima o dopo, viene a galla “, anche se, in un mondo così precario, l’unico modo di ragionare possibile sembra rimanere sempre quello di vivere alla giornata: (citazione: “cogliere l’attimo, prendere l’onda, seguire la luce e Balzac, Hugo, Dostojevskij … pensi cosa me ne fregava” ). Perché la vita è “Un incubo a orologeria …” e se si sta al gioco si capisce che ogni volta che viviamo ci troviamo “ai limiti dell’assurdo, cioè nel reale”.
Un’ultima domanda sorge quindi spontanea: è la realtà a trasformare il romanzo in qualcosa di irreale, irrazionale e surreale o è il giallo a rappresentare uno spaccato del caotico mondo che da sempre l’uomo tenta di incanalare in circuiti predefiniti?
Barbara Cannetti
19.
Recensione a L'AMORE È UNA PERSONA DI MARCO BATTISTA, LibertàEdizioni 2009 - di Elettra Bianchi

per leggere la recensione clicca qui
Elettra Bianchi
7. 11.
Saggio: LA POESIA METAFISICA DI ELETTRA BIANCHI - di Giovanni Ramella

per leggere il saggio clicca qui
Giovanni Ramella
14.
Recensione a IL LIDO DELLA COMPRESENZA DI MARCO BATTISTA, LibertàEdizioni 2008 - di Elettra Bianchi
Chi apprezza ed ama la poesia di Marco Battista è persona che non desidera imbattersi in versi flebili e di sentimentale doglianza, ma preferisce cimentarsi nella dinamica a volte dura e scontrosa di un’autenticità eticamente fondata. Cosa che non è molto facile implica un impegno di approfondimento che non è solo rivolto al contenuto. Talvolta i componimenti di “Tre donne e la morte” o di “Inferni” sono a tal punto rivelatori e indicatori di situazioni ben note a noi stessi, ma volutamente affossate o nascoste, che la nostra coscienza subisce duri e impensati scossoni. Ben lontano dal coccolamento lirico-esistenziale o dalle inquietudini emotive è infatti il testo forte e significativo di Marco Battista. Il suo pessimismo storico va controcorrente in una fase della società in cui la gloria delle realizzazioni scientifiche e tecnologiche porta l’uomo ad autocelebrarsi e a rifiutare tutto ciò che non sia catalogabile secondo canoni positivistici o sociologici. Tuttavia è già emerso, da precedenti analisi critiche, che la denuncia senza mezzi termini che Battista conduce contro gli opposti atteggiamenti di rinuncia e di indifferenza non è dovuta ad un convincimento negativo nei confronti dell’umanità ma ad una fase storica, appunto, che gli sembra molto pericolosa e in netto contrasto con le conquiste più faticose e luminose della cultura umanistica. Lo iato che sembra esserci tra scienza e poesia, tra tecnica e filosofia è soltanto apparente, frutto di uno sbandamento che può essere superato se l’uomo saprà tornare alle sue origini, ossia alle fonti di quell’etica naturale da cui è emersa nei secoli la sua coscienza. Nell’ ultima raccolta di versi “Il lido della compresenza” Marco Battisti oltrepassa i limiti delle sue precedenti opere e conclude per il momento un ciclo di pensiero, non distaccandosi tuttavia dalla sua ispirazione di base che è quella che lo rimanda continuamente ad interrogarsi sul senso della vita e sul mistero della morte.
Apparentemente si tratta di una raccolta più serena e facile, un verseggiare di tranquilla contemplazione, un richiamo a paesaggi concreti osservati con l’acutezza di colui che li ama, talvolta un abbandono lirico alle emotività dell’amore. In realtà la filigrana leggera del racconto non nasconde la sostanza dei temi tipici dell’Autore espressi con la maestria di metafore delicate tuttavia ben individuabili. Quale modello esemplificatore portiamo la prima lirica in apertura dell’opera:
Come il gabbiano che sorvola il mare/ precipita sul pesce all’improvviso/ e poi riprende il volo,/così rimango intento ad aspettare/il momento propizio, l’occasione…/ In questa similitudine-metafora l’attesa è determinata dalla consapevolezza che nel volo tranquillo della vita l’imprevisto irrompe (precipita) con la sua carica di violenza e anche di distruzione, ma occorre attendere e nuovamente il volo riprenderà, il momento sarà propizio. Anche nell’idillio della poesia seguente si segnalano le luci dell’alba, il sorriso del mare, l’ombra dei fiori che si stampa sui muri di gesso e il canto delle cicale. Ottimismo ritrovato ? Non illudiamoci, in Battista ottimismo e pessimismo s’intrecciano senza vittorie clamorose l’uno sull’altro. Infatti nel VII si legge : “Distendono i pini sul mare/ un’ombra lunare…” e oltre “ tengo d’occhio il rumore del mare, / del quale la mia barca non si fida.” Il senso del mistero e della morte è ancora una volta analizzato nelle ultime due liriche: nella prima la metafora del mare esprime il senso impenetrabile del mistero esistenziale che si sfrangia e si
scompagina all’apparire della Fede, concreto segno di croce tra le nubi; nella seconda lirica, messe da parte le immagini, il discorso si fa didascalico e chiaramente religioso. La morte non solo renderà giustizia ai vinti della vita, e a coloro che ricevettero il dileggio e la derisione degli arroganti ma, ricongiungendo le creature al creatore, riporterà all’innocenza primitiva liberandole da ogni angoscia. Occorre però prendere le distanze dalla tendenza ad interpretare il parlare di Battista come uno dei tanti messaggi populistici e pseudoreligiosi che certe mode hanno indotto in questi ultimi anni, non ultimo il new age. La fede di Battista non si fonda sulla presunzione dei trasmettitori di verità, ma sulla serenità dei comunicatori di pace che, in risposta alla sofferenza altrui e in sicura sintonia con se stessi ,indicano il lido sul quale sono approdati con grande stabilità emotiva e razionale e sul quale convergono molti orizzonti, invocazioni e significati. Queste sono le ragioni per cui riteniamo che “Il lido della compresenza” effettui il superamento e il punto di arrivo di tutto il ciclo della ricerca anteriore di Battista ed esprima una maturità creativa solo alle soglie delle sue molteplici possibilità.Elettra Bianchi
13.
Recensione a INFERNI DI MARCO BATTISTA, LibertàEdizioni 2008 - di Elettra Bianchi
L’opera al nero è l’inevitabile retroscena di ogni artista o filosofo o santo o uomo comune, capace di pensare.
Mai nell’umano si è potuta negare l’esistenza di una forza ostacolante che, come dietro uno specchio con viso blasfemo e mistificatorio, si affaccia a turbare il cammino di ogni individuo diretto verso il Bene. Le Arti, prima ancora della filosofia, hanno sottolineato questo aspetto inquietante della realtà, il tarlo che corrode ogni tessuto ideale, la tentazione che frena le scelte vitali e le indirizza verso il pozzo precipite del non-essere. L’antichità classica coi suoi miti orgiastici, le società primitive usando orribili sacrifici umani, l’oriente indiano adoratore di divinità assetate di morte ci hanno sempre mostrato il volto irrazionale del male e la sua presa sul cuore umano,inaspettatamente debole nonostante le sue creazioni razionali e spirituali. Perfino nel Medioevo, epoca di grandi approfondimenti religiosi, le cattedrali gotiche elevavano verso il cielo insieme all’esultanza mistica e contemplativa anche il ghigno demoniaco che faceva capolino dalle forti colonne reggenti, dalle strutture possenti destinate a sfidare i secoli. Anche di più nella pittura e nelle opere letterarie lo scivolamento verso l’abisso è stato illustrato non solo a fini didascali e di affrancamento, talvolta il male è stato veicolo di una bellezza perversa e affascinante. Abbiamo già sottolineato più volte, analizzando la poesia di Battista, che il polo intorno a cui ruota la sua ispirazione è questo grumo d’irrazionalità, di fascino del noir che però gli si presenta non come vera e propria tentazione esistenziale, ma come progetto intorno a cui scavare con inchieste e inquietudini fondamentali. E’ l’allegoria dell’esistenza, il nodo da sciogliere, il volto da cogliere dietro lo specchio per poter fare confronti e operare scelte. Gli “INFERNI” di cui ci parla Battista sono gli inferni paralleli a quell’unico, vero inferno che tormenta l’uomo con la sua sotterranea presenza e che ogni etica di valore universale indica come l’elemento da combattere per sottrarsi all’eterna autocondanna. . Ma l’attenzione di Battista non è attratta dal baratro definitivo in cui l’ostinazione umana rinchiuderà le anime senza possibilità di redenzione, Battista esamina piuttosto l’ingresso subdolo e inosservato dell’Inferno, la sua anticamera. Quell’atrio in cui tutti possiamo trovarci perfino a nostra insaputa ogni qualvolta rinunciamo alla lucidità del vivere e ci lasciamo tentare dalle banalità,dal disimpegno, dal conformismo del “così fan tutti”.Ogni volta che ci sottraiamo alla fatica di dare senso ai nostri comportamenti mettiamo un piede nell’antinferno. La visione è assolutamente moderna poiché supera le scritture precedenti dei vari poeti “maudits” o esistenzialisti e nichilisti e ci proietta nella dimensione tipica del nostro tempo che le più lucide indagini sociologiche definiscono come “tempo del disimpegno”, “società dell’isolamento nel privato”. Il poemetto, così ci pare possa definirsi la collocazione stilistica dell’opera, va avanti per gradi, anzi data la toscanità dell’Autore, preferiremmo dire per “gironi”. All’inerzia del protagonista, che la metafora ci presenta come un bevitore, succede la fase dell’apatia o accidia vera e propria. L’uomo sa di compiere un’azione sciocca a ubriacarsi, ma non ha la volontà di sottrarsi alla cattiva abitudine prima che diventi un vizio: “ mi chiuderò per qualche giorno in casa/ a ripensare me che mi ubriaco.” E fatalmente continua nel suo comportamento passivo.Ci vengono in mente gli analoghi personaggi delle opere di Svevo, Moravia, Musil. Il Novecento si apre presentandoci il pericolo di queste personalità vacue e rinunciatarie, inconcludenti anche quando l’evolversi dei tempi presenterà situazioni politiche che porteranno l’Europa al disastro. Il terzo girone è quello della perdita dei valori. Da dove si comincia ? Dal linguaggio, dalla parola :“In principio era il Verbo”. Insieme al solito stuolo di amici corruttori ( si è mai visto un uomo riuscire a traviarsi senza l’aiuto di un gruppo di amici ?)egli si lascia andare a “inventare / le bestemmie più nuove, più bislacche”. Battista in questo gioco perverso riesce a legare al linguaggio il suo significato divino: offendere Dio in modo veramente diabolico lo si può fare solo col linguaggio in quanto la Parola è il Figlio di Dio, è Dio stesso.La distorsione del linguaggio non è un fatto esclusivamente verbale, tecnico, è un fatto che ha enorme rilevanza etica ed umana. Il quarto girone è quello delle banalità “le donne”, il gioco del calcio col “pallone d’oro”, le evasioni, ballare con “due ragazze sconosciute” ma senza mai parlare di “cose serie”. Ormai anche la cultura non serve più, è disprezzata, specialmente quella che mette in guardia l’uomo dalle seduzioni del mondo: Seneca e Qohèlet. Il deterioramento, il disprezzo,la fine del linguaggio è dunque anche la fine della cultura. Ora quale può essere il girone conclusivo se non quello della droga e dei suoi funerei effetti ? Dapprima la solitudine, poi il silenzio dell’anima e del cuore, infine la morte che l’uomo nella sua perdurante incoscienza si illude di poter accogliere come “un lieto pensiero” capace di chiudere quel vero inferno terreno che è stata la sua vita. Poesia terribile quella di Battista, terribile anche perché condotta in sordina, con un dispiego dolce e lineare di versi corti e ritmici, e un tono lontanissimo dalla retorica catastrofista e apocalittica. Terribile poiché ammaestrati dagli errori storici precedenti temiamo il ripetersi degli stessi, eppure nessun orrore spira dal racconto, anzi ce ne sorge pietà, una pietà accostabile a quella che Dante prova per Paolo e Francesca o per Brunetto Latini. In tutto ciò che è umano si annida l’inferno, ma in tutto ciò che è umano possiamo trovare la pietà che è speranza e che può riportare armonia e superamento. Nella speranza ci pare consista la grande tensione morale della poesia di Battista, meno sottintesa di altre volte, e che in “INFERNI” ha raggiunto uno dei risultati più elevati.
Elettra Bianchi
10.
Recensione a LE COSE DI LIA DI FABRIZIA ORISIA SCIPIONI, LibertàEdizioni 2008 - di Gina Sfera
Secondo romanzo di Fabrizia Scipioni, "Le cose di Lia" ci conduce piacevolmente, con una scrittura agile e densa, nella vita di una donna di valore, nel suo percorso non semplice ma gioioso, una donna che afferma la propria autonomia a dispetto della vita, della sofferenza e della malattia.
La protagonista del romanzo si palesa come il punto di riferimento di tutti gli altri personaggi, e, come capita spesso a chi è un punto di riferimento, nessuno sa capirla e conoscerla bene se non chi lei ha scelto, e sono pochi e solo loro hanno ingresso nei suoi amori, nei suoi pensieri, nei suoi segreti. Una vita indipendente e fiera a contatto con la natura, un amore immenso ma discreto, un´amicizia indistruttibile...e un segreto indicibile...
Più del primo romanzo, "Color nostalgia", "Le cose di Lia" offrono al lettore un´esperienza di vita significativa; questa volta lo spazio narrativo è ampio da abbracciare la grandezza di un´esperienza forte. La gradevolezza della lettura concede leggerezza anche a momenti di pesante sofferenza, il leggero filo ironico con cui la scrittrice sa guardare alla vita di tutti i personaggi dà loro il giusto valore e consente al lettore di superare la barriera che talvolta si alza in presenza di metafore un po´ troppo insistenti e quindi retoriche.
Per concludere....una citazione da uno dei personaggi: "Sono stata benissimo in questo romanzo, e ci tornerei con una variante...".
Gina Sfera
6.
Recensione a IL DOLORE DI ESISTERE DI MARCO BATTISTA, LibertàEdizioni 2008 - di Elettra Bianchi
La novità della scrittura di Marco Battista, rispetto al panorama poetico contemporaneo abbastanza banalmente orientato in rielaborazioni retoriche dello stile ermetico è, in generale, quella di riallacciarsi ai modi e ai temi ispiratori che guidarono i maggiori poeti europei del ‘900 eclissati per buona parte del secolo dalle scuole pragmatico-ermetiste in lotta con le suggestioni simboliste, metafisiche e “infernali” sebbene la consapevolezza del “Male di vivere” fosse, anche in esse, forte e indiscussa. Marco Battista si rivolge a recuperi di grande impegno, assimilando nella sua grande sensibilità gli elementi culturali provenienti dalla filosofia esistenzialista e gli elementi oggettivi, appartenenti alla sua esperienza d’uomo del XXI secolo e all’impronta ineludibile delle poetiche contemporanee. Il più importante sottofondo culturale di Battista ci pare possa risalire a T.S. Eliot , husserliano di profonda penetrazione, e a J. Donne per quanto riguarda soprattutto il gusto del paradosso come fruttuoso intervento di stimolazione retorica e dell’eroicomico quale elemento di sbalordimento e di traviamento. Se vogliamo andare più indietro nel tempo e portare alla luce le trame profonde dell’ispirazione di Battista non possiamo che approdare ai “maudits” francesi e a Baudelaire con la loro malattia di libertà, con la sferzante ironia che gioca amaramente a scoprire le contraddizioni e i guasti del vivere, e dell’essere stesso. L’io di Battista non è un affascinato cultore dell’irrazionalismo che si nasconde in ogni visione amaramente distruttrice e negativista, sebbene confinata nell’area irreale del sogno e del mito, l’io di Battista è osservatore disincantato e collocato in una dimensione storica. Tutto può essere riassunto nella logica della coscienza e tutto può essere rimandato indietro dopo aver fatto palpitare emotivamente la natura umana che è in ciascuno. I giochi metaforici che l’Autore inventa con un’arte specialissima sono in realtà il travestimento di un significato che non vuole essere “dato” dal vate-veggente, ma impegna il lettore nella decodificazione e perciò nella risalita alla propria verità custodita “in interiore homine”. Caratteristica essenziale della poesia di Battista è la forza polemica contro tutto ciò che è rappresentato in maniera aulica, accademica, ridondante e celebrativa non tenendo conto del mondo dei valori, e affidandosi ai nudi vuoti dello squallore morale. Il fariseismo, la banalità diffusa a modello di vita, l’orgoglio tronfio e smisurato, la pseudocultura quale strumento di oppressione della genuinità umana, tutto ciò costituisce l’obiettivo su cui si appuntano gli strali della poetica battistiana. Come non pensare alle radici joyciane, a Musil, a Thomas Mann? Dunque una poesia ascrivibile in una datazione ben precisa, sebbene rimodellata e attualizzata? Diremmo proprio di no poiché Battista, come già sottolineato, è osservatore attento e critico del suo tempo, demolitore di ogni vacua ampollosità che voglia offuscare i valori umani universali, i soli che consentano una convivenza armoniosa e l’avanzamento civile. I richiami di Battista presuppongono, quasi, una loro violenta natura che cammina in controtendenza senza alcun “politicamente corretto” né blandimento sociale. Così il tema della morte, accuratamente evitato dai media, se non per controversie etico-scientifiche, diventa nel poeta una presenza la cui ineludibile realtà è proposta quale componente essenziale dello scavo nell’Io alla ricerca di risposte. La morte come elemento unificatore, come strada di approdo ad una dimensione spirituale universalizzante, come anello di solidarietà e di senso piuttosto che ricettacolo di atteggiamenti vanamente consolatori. Al fondo della lirica di Battista compare il personaggio che ne è il regista, e compare inaspettatamente e sorprendentemente come il deus absconditus ma reale e ben presente. E’ l’Amore. Quest’apertura che fende il clima turbolento e sterile dei nostri giorni rappresenta la profonda individuazione della poesia di Battista, la sua vera originalità. Al nichilismo esistenzialista, al malessere dei “maudits”, alle disperate rivolte del sensismo e del materialismo Egli oppone la realtà dell’Amore, non come edulcorazione retorica, ma come precisa e veritiera realtà. Realismo etico, non considerando l’etica un codice immodificabile, ma evangelicamente come principio che conduce l’uomo ad essere “sempre più uomo” (Giovanni Paolo II). Poesia senz’altro laica, quella di Battista, ma pregna di ogni mistero umano e perciò anche religiosa; i due aspetti non stridono affatto se non nelle menti meschine e chiuse. La tensione verso un mondo veramente depurato dalle ingiustizie e dalle corruzioni che sorgono dall’indifferenza del cuore è la tensione di cui il nostro esistere hic et nunc ha urgente bisogno. I grandi maestri poetici del passato ci hanno lasciato una lezione morale che solo raramente è stata raccolta, Marco Battista col coraggio dell’opposizione e del controcorrente non ha avuto paura di riprenderla e di tramandarla.
4.
Commento a LA MORTE PASSA DAL VICOLO DI ANNA ALBERICO, LibertàEdizioni 2008 - di Cristiana Sassetti
In attesa di una recensione di una terza parte (il libro esce oggi), in quanto Editore del libro mi permetto di ricordare a tutti i lettori che i libri pubblicati nel nostro catalogo di letteratura sono frutto di attenta lettura dei manoscritti e di accurata selezione. Il romanzo di Anna Alberico è bello, ben scritto, ben ritmato e avvincente, ha meritato la pubblicazione e merita di essere letto.
Cristiana Sassetti
LibertàEdizioni
3.
Recensione a HANDICAP POWER DI FRANCO BOMPREZZI, LibertàEdizioni 2008 - di Cinzia Lacalamita
'Handicap Power': l'abilità dei disabili di infrangere barriere
Contea della Sacra Ruota: un luogo unico nel suo genere, governato da handicappati, studiato su misura per loro. Solo per loro. È qui che si ambienta Handicap Power, il romanzo frutto della penna magistrale del giornalista Franco Bomprezzi.
Il testo, stilisticamente scorrevole ed incisivo, consente al lettore di non perdersi tra i meandri di vocaboli troppo roboanti o di costruzioni grammaticali eccessivamente arzigogolate. L’impatto emotivo con i protagonisti del racconto è pressoché immediato: Francesca, Paolo, il Conte, con i loro pregi e difetti, “obbligano” ad ultimare la lettura tutta d’un fiato. Chi posa gli occhi su Handicap Power, ne assapora le sfumature e ha l’impressione di essere condotto per mano, in quella che alla fine risulta essere una vera e propria lezione di vita. Bomprezzi offre, infatti, l’opportunità, di capire appieno cosa significa essere portatori di un handicap. Tocca gli aspetti tecnici e psicologici dati dalla disabilità. Sfiora con delicata passionalità, senza mai scadere nel volgare, la sfera sessuale di chi è costretto su una carrozzina. Così facendo, consente a chi si considera superiore (solo in virtù del fatto di essere sano) di immedesimarsi, di comprendere sino in fondo ciò che di solito non vuole, o non può capire.
Un romanzo a tratti commovente, malinconico, a tratti energico e ribelle, dove le parole scorrono come un fiume in piena. Un romanzo che porta a riflettere, a domandarsi perché nella nostra società esistano, ancora, troppe barriere fisiche e mentali che contribuiscono ad ingrigire l’animo di tanti. Handicap Power, innovativo dal punto di vista dell’originalità del contesto in cui i personaggi si muovono, è innovativo anche dal punto di vista dell’editoria stessa: è acquistabile, infatti, in forma di e-book presso il sito www.libertaedizioni.net.
La sua lettura è consigliata a tutti, a prescindere dall’età e, in particolar modo, dalla condizione fisica: giovani o vecchi, in piedi o seduti, la Contea della Sacra Ruota è un luogo immaginario, che una volta scoperto, diventa estremamente reale. Il punto di partenza per iniziare a guardare con occhi nuovi ciò che, nella norma, per ignoranza o pressappochismo, si evita o si rifiuta di vedere.
Cinzia Lacalamita
2.
Recensione a TRE DONNE E LA MORTE DI MARCO BATTISTA, LibertàEdizioni 2008 - di Elettra Bianchi
Sei poesie possono dire di un uomo il suo terreno ideale, il cammino nell’esistere, la parte in luce e quella in ombra, le sue radici, i sogni che coltiva?
Potrebbe sembrare di no, soprattutto se è al suo esordio e nulla prima si è letto di lui, nessun velo è mai stato squarciato e non possiamo presupporre alcunché. E invece l’arco delle sei poesie che Marco Battista ha pubblicato col titolo “Tre donne e la morte” è ampio e rivelatore, il linguaggio assolutamente comunicativo e personalizzato, l’esternazione mai provocata o plasmata dalla volontà ma spontanea e limpida nella sua interezza che non conosce forzature o reticenze calcolate. Felicemente stupisce la presenza di una grande padronanza tecnica, solitamente trascurata dagli esordienti che nel loro zelo di neofiti hanno urgenza di mettere in mostra il mondo dei contenuti, la voglia di proporre una visione della vita o ripiegano sulla contemplazione del loro ombelico. Battista è molto attento ai valori letterari e alla dignità dello stile, sa che la loro trascuratezza inciderebbe negativamente sulla qualità della sua comunicazione poiché è anche convinto che scrivere sia cosa seria. Una delle migliori poesie del testo in esame ritengo sia “Il fiume” che nei suoi pochi versi esprime un’intensa emozione lirica diretta verso una donna sconosciuta incontrata per caso. La figura femminile è immediatamente collocata nello squallore di un ambiente che è anche metafora di un altro squallore, quello morale. Le immagini forti sono scelte con aspro realismo: cielo di stoffa, fango, nebbia, cani randagi o chiusi in chissà quali bugigattoli, trattorie maleodoranti, freddo buio e profondo.
Il ricordo che il poeta ha della sconosciuta è ben diverso: una lucciola che illuminava il boschetto estivo. Ecco che nello scenario tristissimo scatta improvviso il flash del ricordo illuminante. La lucciola emerge dall’ambiguità del nome per diventare donna vera, reale, serena, sorridente e perché no, anche pura, e genuina nella sua umanità che nessuna nefandezza potrà mai intaccare. Per un attimo il sogno ha la vittoria sulla realtà, ma imprevisto, nell’ultimo stringatissimo verso, il reale prende la sua amara rivincita e la metafora è costretta a riesaminare i contorni dell’immagine tanto bella. La donna è trasformata in un mucchietto di legna bagnata che piange “nel fuoco”, il fuoco dei suoi sentimenti violati e calpestati. Geniale ed efficace l’intreccio strettissimo, posseduto con grande padronanza tra il mondo della realtà e quello dell’immaginazione. Attraverso di esso,come una sorgente sgorga prepotente e incontenibile la pietà verso la sofferenza umana, la caritas che si rivolge fraternamente all’emarginato e al diverso. Ancora poesia del ricordo, questa volta rivolta ad un sentimento personale dell’Autore “Esalogo” riassume sei incontri d’amore raccogliendone i momenti più intensi e significativi. E’ tuttavia lontana dall’intimismo sentimentale di cui noi italiani siamo imbevuti, si tranquillizzi il lettore. I ricordi vengono espressi in una sobrietà immaginativa che ci fornisce le dimensioni storico-geografiche dell’accaduto e ce ne sottolinea la perdurante immediatezza, senza volerli rivivere, ma trasferendo le emozioni nei confini parziali della memoria. In ”Tre volte la morte” la tragica scomparsa di tre persone amate è detta con l’attonita incredulità del momento supremo in cui si raggiunge la definitiva consapevolezza che mai più si potrà spostare indietro il tempo e riportare a noi chi è già stato abbandonato dal suo destino. Non commenti, non lacrime, non recriminazioni. Il Poeta dice, comunica, è ancora là a esaminare il fatto, a prendere coscienza di ciò che è successo, a ripetere alla sua memoria la diagnosi del medico o i gesti affrettati, soccorritori, che sono stati compiuti. Null’altro. Nessuna giornata o epoca si aprirà più. Tutto permane in quelle ultime parole “ischemia cerebrale”, “cuore di pietra” (stone heart) e di là il tempo non si sposterà. L’ineluttabilità della morte, ecco il fatto tragico. La nostalgia di un passato famigliare felice, interrotto dalla malattia e dalla morte e il loro senso, pervade la lirica “Estate” in cui, forse, l’Autore maggiormente accondiscende a parlare di sé, dei suoi tempi giovani e della gioia che l’ambiente marino gli procurava durante l’estate. Ma l’autobiografia è delicatissima e umanamente estensibile ad analoghe esperienze. Nello spaccato della sua felice adolescenza-gioventù Battista inserisce la contrapposizione dei giorni lottati e sofferti dovendo assistere allo spegnersi di una vita molto amata. Forse quella della madre o del padre, non sappiamo. Sappiamo la privazione, la solitudine che ne è derivata, il modo orrendo di “star male”, il “desiderio oscuro di stordirmi”. E’ la prima volta che Battista parla tanto apertamente delle sue emozioni. Fatto non ancora abbastanza noto: la Poesia, come tutta l’Arte, è un insostituibile medicamento per l’anima umana quando un dolore troppo grande la strazia. A questo punto il riferimento d’obbligo mi rimanda alla domanda iniziale: si può avere un’idea del mondo poetico di un Autore leggendo anche solo alcune poesie della sua produzione?
Direi proprio di sì, a condizione che il Poeta ci “dica" dei fatti, ci metta di fronte alle realtà della sua esistenza e scelga ciò che la rappresenta veramente. La forza della parola, come già sottolineava Gorgia, può trasformare la realtà alterandola oppure può ricrearla o ricuperarla nel miracolo dell’evocazione. La parola che è solo vacuità terminologica, a cui tanti si abbandonano nell’illusione d’imitare i poeti ermetici, non porta alla conoscenza, tantomeno alla verità. Ma, grazie al cielo, Battista non è uno di questi.
Elettra Bianchi
1.
Recensione a INFINITO E BESTIA DI MARCO BATTISTA, LibertàEdizioni 2008 - di Elettra Bianchi
La letteratura, come la filosofia e la poesia, attraversa i grandi temi umani relativi ai problemi esistenziali e, direi, se ne ciba. Senza questo banchetto spirituale non esiste letteratura, ma soltanto un gettito disarticolato di parole inefficaci e uggiose, talvolta addirittura nefaste. Esiste un genere letterario che più di altri possa assolvere tale gravoso ma inevitabile compito? Assolutamente no. Inutile rifarsi a modelli collaudati, esaltare gli Autori del passato come inarrivabili, affidare a filoni particolari la veicolazione dei valori e dei contenuti. Ogni epoca storica ha i suoi modelli comunicativi, il linguaggio, le seduzioni e, perché no, le proprie mode espositive. Chi avrebbe pensato che potesse esistere un Asimov nel Rinascimento? Molto spesso la critica parte da posizioni preconcette per decodificare un testo letterario e confina entro etichette di poco smalto le scritture che non paiono abbastanza fedeli a stili ormai consolidati. Così facendo si compie un illecito storiografico, ma soprattutto si manca di rispetto all’Autore. Perché, non dimentichiamolo, ogni Autore è e deve essere prima di tutto figlio del suo tempo, altrimenti è uno sterile imitatore, un rifacitore di fronzoli. Che debba “superare" il proprio tempo, per giungere a risultati metastorici, questo è altro discorso e si mette immediatamente in relazione col suo talento, col genio, con le possibilità tecniche. Questo ampio preambolo è per preparare il lettore all’impatto con la scrittura di Marco Battista. Qualcuno, col palato abituato alla lettura di Cechov, di Verga, del buon Ottocento, insomma, potrebbe esserne sconcertato. I racconti brevissimi e condotti in maniera secca e disinvolta, che sfruttano l’urto di un linguaggio aspro ed essenziale, le situazioni grottesche ed esasperate, sul confine tra surrealismo-macabro e letteratura gotica del preromanticismo nordico, sbalordiscono ogni schema mentale del lettore e richiedono subito un adeguamento dei suoi canoni interpretativi. In fin dei conti lettura da non farsi sotto l’ombrellone. Lettura che ci costringe ad andare avanti non per vedere “come va a finire”, ma per scoprire sotto la copertura dell’immagine al “noir”, sotto il velame dell’assoluta metafora quali sono gli stimoli che ci provengono dal mondo interiore dell’Autore. Prendiamo ad esempio il racconto “Onesti lavoratori” che è il primo della prima parte del libro (Memorie Allegoriche). Vi si descrive la preparazione di un patibolo, da parte di onesti lavoratori in casa di un tizio, un uomo. Ma chi sono questi onesti lavoratori? Ecco la prima domanda. Tutti noi, forse? i Giusti? i Lavoratori evangelici della prima ora? la Società? l’Ideologia? Si presentano come usurpatori, con aria truce, rivestiti della loro sporcizia, del loro turpe mestiere di apprestatori di morte? No, di certo. Sono gentili, educati, belli, puliti. Introducono con se stessi, in quella casa, la prima trappola, la prima violenza, tanto più violenza quanto meno riconosciuta, dal momento che il padrone di casa è a sua volta gentile, offre addirittura il caffè. E il padrone di casa chi è? Ha anch’egli le sue responsabilità nel sopruso che sta per subire? Perché li ha lasciati entrare? Perché si è fidato; è bene o male fidarsi degli altri? Dov’è il confine, borderline tra fiducia e dabbenaggine? Procedendo nella lettura si giunge infine a dipanare il senso di una vicenda che sembrava essersi fermata allo stazionamento del non-sense. Il senso sta nella ricerca faticosa e profonda della libertà, valore umano fondamentale. Marco Battista, anche se spesso racconta in prima persona e rivela ampiamente il suo patrimonio ideale, è ben lontano dal configurarsi quale scrittore autobiografico, o dal presentarsi come “guru”; tantomeno è interessato alla ricerca psicologica che ha permeato molta letteratura novecentesca. A lui interessa porre di fronte al lettore il mondo delle domande, ossia fargli immediatamente incontrare la filosofia nella sua forma più autentica: quella inquisitoria (socratica). Le domande piovono addosso a chi legge come fossero uno tsunami; nascono dai primi forti sbalordimenti e vanno avanti incalzando criticamente ogni risposta in un gioco di luci e di ombre, di conferme e smentite che è lucido e misterioso come il più avvincente degli intrighi classicamente “gialli” e polizieschi. Nella seconda parte del libro (Infinito e bestia) l’Autore pare portare alle estreme conseguenze il suo acrobatismo allegorico. In “Decomposizione” il primo piano di lettura ci spinge a interpretare il crollo dell’umanità nel personaggio come crollo fisico. La vecchiaia che conduce alla morte avanza a poco a poco nel nostro corpo, anche quando non lo sappiamo e ci sentiamo giovani. Ma il secondo piano di lettura risulta più inquietante: il crollo è etico. E’ il corpo dello spirito che si sgretola e cade a pezzi e noi, sebbene spaventati, riusciamo a farcene una ragione e crediamo di aver salvato almeno gli occhi, ossia crediamo ancora di avere intatta la capacità di vedere e di giudicare. Al fondo dell’abiezione c’è sempre dell’arroganza. O forse non è arroganza, è l’indistruttibile dignità umana? Ma esiste un ultimo modo di interpretare il racconto, ed è il più angosciante. La decomposizione dell’uomo è un fatto esistenziale, una verità filosofica. L’uomo non può esistere che come puro fenomeno e in quanto tale è votato alla solitudine e alla totale scomparsa, destinato a perdere quell’apparenza di essere che pensava di possedere. Il suo atto ultimo è la morte che egli accetta con dignità, ma che è derisa dall’Essere, guardata da occhi ciechi con ostinata cattiveria. Il tema della morte compare spesso nell’opera di Battista e ci pare possa essere isolato quale tema fondamentale intorno a cui tutti gli altri ruotano, ed è sempre un argomento crudo, affrontato con la crudeltà di una rabbia che sembra non arrestarsi di fronte ad alcun limite, come se si volesse penetrare la morte aldilà di ogni impedimento o freno, in una follia di conoscenza totale, di annichilimento che può condurre perfino alla perdita di senso nella necrofilia. Amarezza, tragicità, disperazione. In trasparenza affiora la forma mentis esistenzialista che ha formato nei secoli, prima di concretizzarsi nella corrente filosofica post-romantica, le più grandi anime mistiche dell’umanità, i santi di tutte le religioni, i geni come Platone, Plotino, s.Agostino, s. Anselmo e la Scolastica. Perché la domanda fondamentale, prima di tutte le altre che l’uomo si pone è “Cos’è l’Esistenza?”. Battista non fornisce messaggi, ci lascia soli di fronte al deserto delle domande più spiazzanti. Ci rispetta. Evita l’imbonimento, l’indottrinamento, la trasmissione di valori. E non perché finisca anche lui nel calderone del tutto facile, tutto va bene, basta che respiriamo e non disturbiamo gli altri. Battista usa il pungolo della ragione seppellita e nascosta, proprio quella che tocca a noi trovare. E’ faticoso, certamente. Ma è l’unico modo per “esistere” veramente.
Elettra Bianchi
LibertàEdizioni
Associazione Culturale Città Libera
C.F. e P.IVA: 02134530464
Lucca,
Italy
info