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Enrico
Mattioli

 

  

 

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AVVISIAMO LA GENTILE CLIENTELA

 

ROMANZO D'IRONIA E SARCASMI IN UN SUPERMERCATO

 

Il destino ti dà una mano sempre nel momento inopportuno.

Avevo ventitré anni, quando accadde. Me la passavo bene. Ero in teatro per le prove. Zucca, l’altra comparsa, entrò con un telegramma.

Preghiamola presentarsi lunedì 31 luglio in via De Nardis n.50, per urgenti comunicazioni che la riguardano.

Arrivò un'identica comunicazione anche a me. Ognuno nella vita aveva il suo Vietnam. A casa i problemi economici stavano diventando pesanti perché mio padre era in pensione. La famiglia di Zucca abitava nel nostro stesso pianerottolo.

Entrambi seguivamo una scalcinata compagnia con l’intento di raccapezzare fondi e contatti per realizzare un nostro show alternativo. Non volevamo altro, ci bastavano i sogni e le tavole del palco.

Noi due spedivamo richieste di assunzione giusto per tranquillizzare le famiglie. Fumo, solo fumo. Di domande io ne inviavo a istituti di vigilanza, alle poste, a grandi catene commerciali, sicuro che la fatalità non si sarebbe certo materializzata nella madre di Zucca, la quale richiamò il postino che non aveva trovato nessuno in casa mia e stava tornandosene. Gli disse che era una vicina, firmò la ricevuta e si fece consegnare il telegramma.

Era fine luglio. Il sole alle 9 picchiava duro. Lungo il tragitto con Zucca dividevamo il senso di colpa per quella domanda che avremmo dovuto trattenere e le aspirazioni che stavamo barattando. Arrivammo all'edificio e io già grondavo di sudore.

Mostrammo i telegrammi a una segretaria che ci fece accomodare in sala d'aspetto. Quando fu il mio turno, mi trovai di fronte un signore baffuto e distinto. Costui si mostrò sorpreso di avere sulla sua agenda un colloquio con due persone che abitavano nello stesso palazzo. Alla proposta di un contratto di formazione lavoro e successivo contratto a tempo indeterminato, risposi poco convinto che stavo andando in vacanza e chiesi se potevamo vederci al rientro. Lui rise e anche io mi persuasi di esser stato appena spiritoso.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, arrivò a casa un altro telegramma:

Invitiamola presentarsi a digiuno visita medica mercoledì 2 agosto ore 9.00 presso clinica Pinzi, Via Nicolai 2/d, consegnando copia presente telegramma, per conferma telefonare al tel. 06...

In teatro mi sentivo fuori della mischia e avevo bisogno di spazio. La mia stanza era stretta come tutta la casa. Non sopportavo i vicini, come non avrei resistito una moglie e dei figli. Le persone erano un ostacolo e avevo bisogno di aria.

Nessuno capiva, soprattutto la gente che vegetava nel lavoro. Tutti dicevano:

- Trovati un’occupazione, metti la testa a posto e soprattutto, fatti una famiglia…

Ci stavano rubando l’anima e la verità. Il lavoro ti mangiava le cellule, le membrane, ma nessuno s'accorgeva. La gente sembrava distratta, frustrata, insoddisfatta, si perdeva dietro le smanie di possesso senza capire che tutto stava comprando e possedendo, tranne la propria vita. Schiavi. Cos’erano tutti? Credevano di essere liberi. Prigionieri della propria mentalità, generata da anni di sfruttamenti e suggestioni. Lavorare senza sosta e rendere più del necessario. Quello scarto di valore prodotto in eccesso, non finiva nelle tasche dei lavoratori che pure lo creavano. La funzione di chi aveva in mano le sorti della collettività era di far nascere una sproporzione. Quello squilibrio andava consumato.

La massa austera passava parte della giornata a produrre in eccedenza. Nel corso dell’altra metà, tentava di farsi bella. Celebrava rigorosa la sacralità della famiglia. Lavorava tutto il giorno e vedeva di rado il rispettivo coniuge. Talvolta, qualcuno filava con qualcun’altra. Tutti compravano in eccesso. La famiglia era sacra, il bene prezioso. Come un erede, l’investimento più importante da dover conseguire. I figli, già, tali a un fondo d’investimento o un’assicurazione. Lo avrei capito bene, alla fine.

Complice il teatro, sparavo il mio rancore contro una società che traeva i suoi fondamenti nei luoghi comuni, nelle griffe e nelle tendenze. Colpivo la noia con cui la gente conduceva la propria esistenza cancerizzandosi la mente.

L’essere vivente è un animale che si adatta e riuscirebbe a campare in un porcile. Le sue relazioni sono filtrate dalla menzogna. Mente alla moglie (o viceversa), agli amici, lancia al pubblico la sua vita in revisione. La sua metà non lo comprende veramente perché lui (o lei) ha passato più tempo con i colleghi che con i congiunti. Lui è quello che conosce sé stesso meno di quanto lo percepiscano gli altri e ognuno ha una consapevolezza limitata del proprio intimo. Vorrebbe disperatamente essere profondo e diventa pesante. Cerca soluzioni alternative senza accorgersi che sono banali. Si chiude in gusci di frustrazione. Deve avere un tatuaggio che lo caratterizzi, basta rivolgersi a professionisti che operino in condizioni igieniche appropriate. Potrebbe anche non vestirsi, ma non rinunciare alle guarnizioni perché sono i particolari che fanno la differenza e allora deve riempire la sua soffitta. L’importante è far parte della medesima razza. Vive in una civiltà con l’animo protetto dal profilattico. Le amicizie sono a buon prezzo e una volta omologato, può farne incetta. Con la precauzione e una frescaccia si fa largo e non esiste palcoscenico migliore di quello rappresentato dall’ambiente di lavoro.

- Forse col tempo ci si abitua - farneticava Zucca rigirando il telegramma tra le mani. Lui aveva già accettato.

 L'entrata del supermercato dava sulla piazza ampia, congestionata dal traffico, mentre l'indicazione sul telegramma mi indirizzava verso il viale alberato dove un portone rugginoso sembrava essere l'ingresso per dei box o qualcosa di simile. Indeciso, andai al bar a far colazione. Mostrai il telegramma al barista e chiesi se conosceva l'indirizzo esatto. Sì, lo conosceva. Oltrepassai il cancello sgangherato ed entrai nella ricezione merci di un grande magazzino.

Sembrava di essere in un foro antico, dove fornitori, venditori ambulanti e artigiani si incontravano e si controllavano a vicenda, in un chiasso infernale, persino musicale. Passò qualche istante, prima che qualcuno s'accorgesse della mia presenza. Un tizio mi accompagnò in ufficio e mi presentò al capo settore, un ragazzetto ridente e schizofrenico, il quale pareva proprio aspettare me. Mi portò a visitare il supermercato.

Guardavo nervosamente intorno perché durante il colloquio col signore baffuto (il capo del personale), costui mi aveva parlato di un grande centro ristorazione dove si poteva fare la pausa. Chiesi, dunque, al capo settore della sala ristoro e mi indicò una stanzetta male illuminata il cui l'impianto di aerazione non funzionava, dato che si respiravano i gas dei camion che venivano a scaricare. Gli domandai perplesso se quello era il bar tanto decantato e lui, ridendo isterico, mi diede una pacca sulle spalle presentandomi a una collega che mi avrebbe iniziato al lavoro di cassa. Restai a osservare per un paio d’ore cercando di capire tutte le operazioni, poi lei disse: - Forza, ora prova tu.

I clienti in fila ammutolirono, fissandomi a ogni movimento. Tecnicamente il lavoro consisteva nel passare gli articoli muniti di un codice a barre, sopra un lettore ottico. Bisognava fare attenzione al resto da dare al cliente e il lavoro non comportava grandi difficoltà.

Nei primi mesi lavorai sodo perché era estate e gran parte dei colleghi stava consumando le ferie. Il nuovo impiego non lasciava tempo libero dato che uscivo di casa la mattina per tornare la sera e a pranzo mi arrangiavo intorno al supermercato. In quel negozio, da circa un anno, non c'era il direttore perciò faceva le sue veci la capo cassiera coadiuvata dal capo settore scatolame.

Quello stato di cose durò un anno ancora e la mia formazione fu artificiosa, costituita da consigli rubati ai colleghi più anziani ed esperti.

Finii il periodo di prova e fui assunto a tempo indeterminato. Ero orgoglioso di avere il mio conto corrente, i soldi per andare a cena, le sigarette.

Zucca lavorava in un'altra filiale e ci vedevamo di rado. Ci incrociavamo sul pianerottolo, entrando e uscendo per andare al lavoro, ma non ci frequentavamo come una volta. In seguito la sua famiglia traslocò perché acquistò un'abitazione poco distante. Di Zucca non seppi più nulla per un bel pezzo. [...]

 

Enrico Mattioli

 

 

 

Enrico Mattioli nasce in una città del Lazio, capitale di Stato, bagnata da un fiume, costruita su sette colli, della quale però preferisce non fare il nome per questioni di privacy. Ulteriori informazioni su www.enricomattioli.org

 

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è il numero 24 del catalogo

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