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ROMANZO
Quando, quel pomeriggio di maggio, squillò il telefono, mi sembrò avesse il suono melodioso di un canto di pace. Che percezione irreale, pensavo, mentre a passo svelto ma stranamente rilassato, mi avviavo ad alzare la cornetta. “Pronto?”.
“È il commissariato di via Medina: conosce Monica Carli?”.
“È mia figlia!” esclamai quasi urlando. “Ma cosa vuole? Il commissariato … perché? Com’è possibile? Sarà uno scherzo” pensai convinta. E con questa determinazione, attaccai il ricevitore. Ma subito dopo mi pentii. Non c’è lotta più sanguinosa di quella che oppone la ragione e il cuore, specie il cuore di una madre! Vinse la ragione.
Ma prima avevo bisogno di guardare il cielo. Forse quel canto che mi era sembrato di udire prima, era di un uccello che finalmente aveva preso il volo. Sul mio volto si dipinse la triste gioia per chi ce l’ha fatta, anche se sentivo con costernazione di essere arrivata troppo tardi per vederlo partire.
Questa pausa mi dette la forza per telefonare con calma al commissariato di via Medina. Mi rispose il centralino, spiegai con parole ferme e concise di essere la madre di Monica Carli e di essere stata contattata non poco più di mezz’ora prima dalla centrale.
“Aspetti in linea prego”, mi rispose una voce di donna che non tradiva la minima emozione.
“Signora Carli?”.
“Sì”.
“Sono il funzionario di polizia che le ha telefonato prima”.
Il suono della sua voce, benché fosse autorevole, mi giungeva da un posto che non avrei mai voluto conoscere.
Invece… dopo due ore,mi ritrovai faccia a faccia con quell’uomo, seduta in una comoda poltrona di pelle nera. Tra noi la sua scrivania, piena di carte, fascicoli, documenti a me incomprensibili. Mi guardava, i gomiti appoggiati leggermente alla scrivania, le mani incrociate a coprirgli la bocca, scrutandomi, come non credevo un poliziotto fosse capace. Era chiaro che doveva comunicarmi qualcosa di grave in relazione a mia figlia, mi ero rassegnata all’idea. Anche se ci si rassegna solo all’evidenza. E quella mi mancava ancora. Questo grazie alla sensibilità di quell’uomo che non sapeva dove colpirmi, affinché la ferita sanguinasse di meno.
Improvvisamente mi accorsi che sulla scrivania, alla mia destra, c’era il documento di identità di mia figlia. Era insanguinato. Come avevo fatto a non accorgermene prima?
“Quel sangue è il mio!” pensai disperata, portandomi la mano alla bocca, mentre tutto il mio corpo si trasformava in un muscolo contratto al limite della forza sopportabile. Mi rividi, come precipitando in un’allucinazione, in sala parto, quando trentacinque anni prima detti alla luce Monica.
Mi mordevo le labbra per il dolore delle contrazioni, ma non mi arrendevo, continuavo a spingere. Dentro di me urlavo: “Forza, esci, fallo per tua madre. Fa che tutto questo dolore abbia un senso!”. E lei quel giorno mi ascoltò. Uscì da me. Ma ero troppo debole. Persi i sensi, quasi subito dopo, ma ho portato sempre con me l’odore del mio sangue su di lei.
L’uomo di fronte a me si spaventò vedendomi in quello stato. Si alzò pronto a fare qualcosa per aiutarmi. Non si allarmò più di tanto. Sicuramente la sua professione doveva averlo reso avvezzo a gestire determinate situazioni. Ma il mio istinto mi diceva che per lui, chissà per quale oscuro motivo, parlarmi di quel documento insanguinato richiedeva uno sforzo superiore alle sue forze.
“Ho avuto un capogiro e un attacco di nausea” gli dissi per giustificare il mio malessere, che piano piano .mi stava entrando dentro impercettibilmente, perché era quasi diventato un tutt’uno con la mia vita che si sarebbe spezzata, se il terribile presentimento di una tragedia non mi avesse in questo modo protetta.
“Mia figlia”, sussurrai a testa bassa ma con voce ferma: “è viva?”. E aggiunsi subito con tono perentorio: “Voglio la verità!”. [...]
Paulette Ievoli

L’omosessualità di una figlia non è mai facile da accettare, può diventare motivo di delusione, tradimento delle proprie aspettative, fino a sconfinare nella negazione del problema. Negare facendo finta di non vedere serve a ben poco, perché il destino può presentare un conto salatissimo. Il caro prezzo di assistere all’inferno della solitudine e dell’autodistruzione della propria figlia, tanto desiderata e amata eppure così poco compresa o voluta comprendere.
Allora per sopravvivere alla colpa di non esserci stata bisogna leggere una storia che non si era voluta vivere. La storia della propria figlia.
E in quell’unico ricordo di lei trovare una nuova consapevolezza di maternità e il coraggio di passeggiare da sola lungo il mare, lasciandosi trasportare da quel suo movimento, sempre uguale e sempre nuovo. Poi fermarsi e guardare lontano fino a dove l’orizzonte diventa invisibile allo sguardo, perso davanti alla fragilità della vita e dell’amore, che quasi per tutti si spezza nel punto in cui fa più male.
Ma che cosa può salvarci, vittime e carnefici, amati, non amati, troppo amati, amati male, compresi e incompresi giudici e innocenti o presunti tali?
Può salvarci la speranza del perdono... che arriva!
ERI MIA FIGLIA
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