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UN ROMANZO DI FRANCO BOMPREZZI

Dalla sua finestra si scorgeva sullo sfondo il viadotto della superstrada, con il suo fluire indistinto e metodico di macchine, pullman e Tir. Un tiro di schioppo, si sarebbe detto nel buon tempo antico. E invece no, quel viadotto brulicante di vita normale era in un altro mondo, in un altro paese, in un'altra dimensione.
Paolo spostò lo sguardo un po' più indietro, come per scrollarsi di dosso quell'ansia di libertà che ogni volta lo attraversava e lo riempiva, quando scrutava l'orizzonte più lontano. Era meglio tornare rapidamente alla realtà. Per quanto dolorosa essa fosse. Un fossato, come nel Medioevo, colmo d'acqua che scorreva pigramente creando qua e là piccoli gorghi. E, subito a ridosso, le alte, impervie mura della cittadella. Fino a qualche decennio prima, erano in stato di completo abbandono, quasi dei ruderi, che solo qualche associazione di temerari avrebbe voluto che fossero meglio tutelate. Adesso invece, dopo la rivoluzione, erano tornate a rifulgere, splendide, possenti, inquietanti.
Paolo, dal suo piccolo osservatorio, ne vedeva un tratto abbastanza breve, non più di duecento metri. Era quello il confine, il limes, della Contea della Sacra Ruota. Una contea piccolissima, pochi ettari di territorio, ma inaccessibile e inattaccabile. Del resto, chi mai avrebbe voluto impelagarsi in un conflitto con questo insignificante staterello, uno dei cento sorti dopo la disintegrazione della Prima Repubblica? Era poco più di un borgo murato, nel cuore della Bassa padana. Un'enclave, insomma, che non dava soverchio fastidio ai Signori di Milano, padroni incontrastati dalle Alpi fino al Po, eppure disposti a far sopravvivere queste piccole realtà indipendenti, proprio per dimostrare il loro federalismo autentico, nel solco della migliore tradizione degli antichi Comuni. E poi la verità era un'altra. La Contea della Sacra Ruota era preferibile, assai preferibile, che venisse lasciata a se stessa. Era un caso imbarazzante, strampalato, unico nel suo genere. Si sentivano strani racconti, al di fuori dei suoi confini. Storie incredibili, di handicappati al potere, di carrozzine obbligatorie, di scale abolite ovunque. Era come un foruncolo, un bubbone pericoloso e inquietante. Meglio per tutti ignorarlo, cancellarlo dalle carte di regime, aggirarlo d'un balzo con le libere e veloci Autostrade del Nord.
Paolo sapeva bene che cosa si celasse dietro quelle mura impenetrabili. Emise un lungo sospiro. Osservò la ronda in sidecar elettrico che sfrecciava sul camminamento, apparendo e scomparendo fra le merlature, come in singoli fotogrammi di una sequenza di scatti ravvicinati. Nessuno poteva entrare a piedi, dentro quelle mura. E tantomeno uscirne. Paolo proseguì la sua passeggiata con gli occhi: sporgendosi un po' dalla piccola finestra all'ottavo piano poteva scorgere le viuzze del centro di Sacra Ruota: ordinate e lisce, scorrevoli come biliardi, prive di marciapiedi, si congiungevano a raggiera nella piazza centrale, che da lì, però, si poteva solo intuire per simmetria. Ogni tanto una carrozzina elettronica rompeva il silenzio con il caratteristico ronzio. Qualche anziano, la povera gente, si muoveva invece a mano, spingendo, con ritmo dolente e cadenzato, le ruote di vecchi modelli di carrozzine della mutua, scolorite e rappezzate, ma ancora utilizzabili, in quei tempi di vacche magre.
Paolo provò ad alzarsi dalla carrozzina sulla quale era costretto da qualche ora. Ma con il capo colpì subito il soffitto. Un rumore secco, immediato. Abituale. Ancora una volta se ne era dimenticato. Il soffitto era lì, a un metro e mezzo dal pavimento. Non c'era verso di alzarsi in piedi. Aveva provato in tutti i modi, naturalmente di nascosto, perché era severamente proibito camminare. Prima aveva cercato di muoversi carponi, con le ginocchia piegate, poggiando sui talloni, e raddrizzando almeno la schiena. Ma era una postura scomodissima, innaturale e terribilmente faticosa. Dopo pochi passi era costretto a rinunciare e a sedersi nuovamente in carrozzina. Poi aveva tentato di tenere le gambe diritte, o appena arcuate, e la schiena curva, piegata in avanti. Ma anche così l'incedere era goffo, impacciato, ai limiti del ridicolo. E poi la stanza era corta, oltre che bassa. Tanto valeva rassegnarsi, tornare in carrozzina, armeggiare con le pedane, sbloccare i freni, regolare l'altezza delle spondine. Insomma: riabilitarsi.
Paolo non era brutto, né deforme, almeno secondo i canoni di una volta. Anzi, alto un metro e novanta, biondo, con gli occhi azzurri, muscolatura guizzante ed elastica. A trent'anni poteva considerarsi un atleta nel pieno del vigore. Ma la sorte volle che cadesse in un'imboscata di Handicap Power, nel lungo inverno della rivolta dei Ruotanti. Lo catturarono con uno stratagemma astuto, attirandolo su una scala mobile ancora non smantellata dal Dipartimento Guerra alle Barriere Architettoniche. Paolo era una guardia di confine dei Signori di Milano. Ebbe la pessima idea di curiosare un po' nella Contea della Sacra Ruota, infilandosi di nascosto in un pullman di non vedenti in visita ufficiale. Ma era stato scoperto subito. Si era tradito da sciocco: “Attento al gradino”, aveva gridato a un cieco allontanatosi dalla strada principale, e subito la Ronda carrozzata lo aveva circondato. Una breve fuga, e poi quel maledetto inganno, una scala mobile che sembrava l'unico posto inaccessibile ai carrozzati. Uno sporco trucco, ecco cosa era. Una volta messo piede sul primo gradino, la scala, che pareva conducesse direttamente, per un varco nelle mura, al fossato esterno, si trasformò per incanto in uno scivolo inclinato e viscido, un tapis roulant, che lo inghiottì, facendolo rotolare senza più appigli né ritegno, in fondo ad una botola, che si apriva su una specie di segreta, priva di porte e finestre.
Così lo avevano gabbato. Quando si era ripreso dallo choc e dalla sorpresa, era ormai troppo tardi. La sua vita era cambiata. Era diventato il primo normodotato da riabilitare secondo le leggi magnifiche della Contea della Sacra Ruota. Era, insomma, un esperimento scientifico. D'importanza strategica per il regime. [...]
Franco Bomprezzi
FRAMMENTI AUTOBIOGRAFICI
DI FRANCO BOMPREZZI
Cucire la memoria con il filo dei ricordi. Non credo di avere il diritto teorico di scrivere di me. Le autobiografie sono desolanti, spesso determinate da un desiderio di eternità. Io vorrei solo vivere a lungo. Lo dico chiaramente. Non è bello pensare di morire. Tanto meno a breve termine. Può succedere, anzi, spesso succede. Ognuno di noi ha una galleria di persone care che non esistono più. E non è vero che continuano a vivere accanto a noi. Ogni tanto un fantasma affiora nei sogni, si affaccia alla mente e agli occhi. Associazione di olfatto, spesso, se non di idee. Quante volte in una strada percorsa molti anni addietro il ricordo torna improvviso e doloroso, precipitandoci in una giovinezza ormai sopita, solo perché un odore, un profumo, un aroma, che si intrufola nell’aria, rompe gli equilibri programmati dei nostri circuiti nervosi e ci scopre impreparati al ricordo, al lampo di luce, al rimpianto, alla malinconia. Ecco perché ho deciso di scrivere di nuovo, e di raccontare. Così, senza un nesso apparente. Ma con quel bisogno lucido di fermare il tempo, di ordinare gli eventi e le scelte di una vita. E l’ordine non può essere quello cronologico, perché in questo la memoria gioca brutti scherzi e ti tradisce. Ma anche perché molte delle cose che noi facciamo non hanno davvero alcuna importanza, corrono come granelli di sabbia rotolanti sulla spiaggia in mulinelli casuali portati da un vento tiepido e pigro. Scriverò quando capita. Quando ne avrò voglia. Il che libera il lettore da qualsiasi obbligo e rispetto. Libertà assoluta di lasciar perdere, di chiudere il libro (se mai queste note diventeranno un libro). Se poi vorrà farmi compagnia, curiosando nella mia vita, e scoprendo che qualcosa può essere interessante, almeno nella forma in cui sarà narrata, questo non potrà che farmi piacere. Perché sono abbastanza compiaciuto di me da sperare sempre nell’apprezzamento altrui. Forse è vero che ho poca fiducia in me stesso, e sento costante il bisogno di un segnale, di un incoraggiamento, di un sorriso. [...]
Franco Bomprezzi

HANDICAP POWER
di FRANCO BOMPREZZI
LibertàEdizioni, 2008
romanzo di Franco Bomprezzi
CUCIRE LA MEMORIA
di FRANCO BOMPREZZI
LibertàEdizioni, 2008
frammenti autobiografici
di Franco Bomprezzi
Franco Bomprezzi, nato a Firenze nel 1952, giornalista e scrittore. Vive e lavora in sedia a rotelle per gli esiti di una malattia genetica. Professionista dal 1984, ha lavorato in quotidiani, agenzie di stampa, portali internet. Attualmente free lance a Milano, è editorialista del magazine “Vita” e portavoce di Ledha, Lega dei diritti delle persone con disabilità. È anche Cavaliere della Repubblica, nominato il 3 dicembre 2007 dal presidente Napolitano in occasione della giornata internazionale delle persone con disabilità. Ma gli manca il cavallo.
Franco Bomprezzi
HANDICAP POWER e CUCIRE LA MEMORIA
sono i numeri 3 e 5 del catalogo
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