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	<title>Comments on: LibertàEdizioni &#8211; Testi</title>
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		<title>By: Danidannusa</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-2452</link>
		<dc:creator>Danidannusa</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 14:41:54 +0000</pubDate>
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		<description>NOTTE DI NATALE
TI HO RUBATO UNA NOTTE
QUELLA PIU&#039; ATTESA
QUELLA PIU&#039; GIOIOSA
QUELLA DA CANDELA ACCESA
QUELLA PIU&#039; LUMINOSA

TI HO RUBATO UNA NOTTE
DIETRO RICHIESTA D&#039;INVITO
CHIEDENDO IL PERMESSO
SAPENDO DI ESSSER SERVITO
PER IL MIO ASPETTO DIMESSO

TI HO RUBATO UNA NOTTE
CHE NON SAPEVI CHI PENSARE
PER FARTI SENTIRE SPECIALE
TI HO FATTO PAGARE
IL CONTO DI BABBO NATALE
DANIDANNUSA....visitate il mio sito web www.danidannusa.it
Buon Natale a tutti!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>NOTTE DI NATALE<br />
TI HO RUBATO UNA NOTTE<br />
QUELLA PIU&#8217; ATTESA<br />
QUELLA PIU&#8217; GIOIOSA<br />
QUELLA DA CANDELA ACCESA<br />
QUELLA PIU&#8217; LUMINOSA</p>
<p>TI HO RUBATO UNA NOTTE<br />
DIETRO RICHIESTA D&#8217;INVITO<br />
CHIEDENDO IL PERMESSO<br />
SAPENDO DI ESSSER SERVITO<br />
PER IL MIO ASPETTO DIMESSO</p>
<p>TI HO RUBATO UNA NOTTE<br />
CHE NON SAPEVI CHI PENSARE<br />
PER FARTI SENTIRE SPECIALE<br />
TI HO FATTO PAGARE<br />
IL CONTO DI BABBO NATALE<br />
DANIDANNUSA&#8230;.visitate il mio sito web <a href="http://www.danidannusa.it" rel="nofollow">http://www.danidannusa.it</a><br />
Buon Natale a tutti!</p>
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		<title>By: Alondra Petersen</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-1618</link>
		<dc:creator>Alondra Petersen</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 11:19:01 +0000</pubDate>
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		<description>Aloha fine web page.
  Is anyone aware if there R cheaper SMS text message marketing services for a shop at California than 12stores.com? They only cost nine dollars / month which is not much, nonetheless 1ve 2 present some more alternatives 4 my fellow workers. Please reply</description>
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	<item>
		<title>By: Angelica D'Agliano</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-1298</link>
		<dc:creator>Angelica D'Agliano</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 07:51:30 +0000</pubDate>
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		<description>SPARTACO - PARTE PRIMA
Spartaco sapeva aspettare. Nei mattini di sole capitava che con Gioele sostasse per ore in una conca prativa o sui declivi della montagna. Spartaco appunto aspettava che Gioele fischiasse l&#039;ordine di raggruppare il bestiame, di condurlo al pascolo o alla stalla. Allora correva ai fianchi del gregge e perfino sui dorsi e in silenzio o gettando una voce alle pecore faceva in fretta ciò che gli era stato chiesto. Poi trotterellava al suo posto e si accovacciava nuovamente ai piedi di Gioele.
Rientravano a buio fatto. Nella stanza in cui consumavano la cena c&#039;era il camino sul cui fuoco cuoceva il latte dei pecorini (maturavano su letti intrecciati di rami) e un giaciglio di paglia che veniva cambiato ogni giorno. Quel giaciglio era la cuccia di Spartaco.
Dopo aver mangiato Gioele riempiva una pentola sbeccata con quel che restava sulla tavola, a volte cereali, a volte zuppa o brodo oppure ossa, e la porgeva a Spartaco. Voleva dire, ora puoi mangiare e riposarti. Spartaco masticava in silenzio e poi si coricava ai piedi di Gioele se girava il latte nel pentolone o intagliava bastoni. Quando Gioele si ritirava anche Spartaco scavava una piccola fossa nel giaciglio di fieno e si addormentava.
***
Andarono avanti molti anni. Accudivano il bestiame e la sera Gioele girava il latte sul fuoco per farne formaggio. Ma un giorno Gioele fermò lo stecco nel pentolone e si lamentò: vorrei una donna che girasse il latte e che mi desse figli affinché io un giorno possa riposarmi.
Allora Gioele raggiunse la città e si unì alla figlia di un macellaio. Bianca e rosa era la figlia e si chiamava Gisela.
Gisela imparò a girare il latte, Gioele spiegava come fare il formaggio: “Il latte in una pentola è una gora di schiuma e di grasso. È come la pecora che ha il vello ricciuto e il ventre pieno, come piena sei tu adesso che hai in ventre i miei figli per i quali lavoreremo e, un giorno, ci riposeremo. Ma se al latte aggiungi questa polvere di stomaco di agnello il latte e la polvere si riconoscono e ribollono, e nascono uova di siero e sostanza. Tu farai asciugare il siero sui letti intrecciati di rami e col pepe e le erbe maturerai la sostanza. E di sostanza e frumento ci nutriremo e staremo bene, insieme.
Così Gioele e Spartaco accudivano il bestiame. Rientravano a casa a buio fatto, Gisela girava il latte e intrecciava letti di rami. Un giorno disse a Gioele: “Il parto è vicino. Scenderai in paese e comprerai bende di lino e saponi, e recipienti per l&#039;acqua. Li scambierai con un agnello nato da poco”. E quando Gioele ebbe sgozzato l&#039;agnello, lavato le dita col primo sangue e se ne fu andato Gisela disse “Nessuno mi ama. Sono sola tutto il giorno a gonfiare il seme del mio uomo e girare latte e stomaci d&#039;agnello”. E mentre parlava Gisela piangeva, e mentre Gisela piangeva Spartaco guaiva, e mentre Spartaco l&#039;annusava Gisela si premeva la testa nera sul ventre e diceva come sono sola come sono sola e tu come sei buono quanto sei buono – e gemeva gemeva in una tempesta di vestiti e piedi nudi, tenendosi il grembo.
Partorì una femmina. La sera dopo aver mangiato Gioele riempiva una ciotola di avanzi, potevano essere rape bollite o cereali e la porgeva a Spartaco, che aspettava accovacciato fuori dalla porta. Le ossa e la carne avanzata servivano a Gisela per fare pasticci con cui ingrassava il suo latte. Al posto del giaciglio di paglia c&#039;era la culla dove dormiva la figlia Claudine.
***
Passarono così molti anni. Claudine, quasi una donna, girava il latte e Gisela, ancora piena, intrecciava rami sui quali maturavano uova di siero e sostanza. Un giorno Claudine fermò lo stecco nel pentolone e si lamentò. Mamma, disse, vorrei vedere la città. E Gisela rispose: il sole è sorto da poco e Gioele non rientrerà prima del tramonto. Vestiamoci e andiamo in città. Porteremo con noi ricotte e lana, e le scambieremo, se siamo fortunate, con zenzeri freschi e datteri d&#039;Africa.
E la città era così grande. Sventagliavano i banchi degli speziali, gli agnelli freschi ancora gocciolanti ai ganci dei macellai, drappeggiavano le stoffe, dentro le botteghe buie croccavano le focacce e il pane, i sacchi di droghe e le farine, e agli angoli le fattucchiere e gli straccioni, piagati mostruosi, si offrivano di provocare un destino o di leggere il futuro in una manciata d&#039;ossa o nella forma di uno sputo per terra, per un cucchiaio di ricotta di pecora. “Mamma – aveva mormorato Claudine davanti a un cartello di legno dipinto – vado a farmi dire il destino”. 
C&#039;era una tenda buia, un indovino vaticinava nella stanza e bruciava un impasto d&#039;incenso. Poi tacque. Quando ebbe finito di parlare, Claudine ansava, e si sentì stringere la mano più forte.
Claudine credette di vedere le sue orbite azzurre anziché vuote, e il siriano che aveva parlato, che era giovane e cieco, l&#039;afferrò nell&#039;intervallo di silenzio di lei e le si strinse addosso, Claudine piangeva e il siriano l&#039;annusava, Claudine si premeva la testa nera sul petto e diceva come sono sola come sono sola, il siriano si spingeva addosso a lei e Claudine tremava tremava, finché si calmò – gemeva piano, come una cavalla, in una tempesta di vestiti e piedi nudi quando Gisela si accostò alla tenda e fece cenno di entrare, contenta di aver scambiato una ricotta di pecora per una manciata di datteri d&#039;Africa.
***
Ora niente era al proprio posto. Le rocce erano farinose e gialle, gli alberi secchi, i frutti verminosi, i prati ispidi e spazzati di vento. Gisela portava l&#039;erba alle pecore, Claudine rovesciava il luridume in secchi e i secchi nelle fosse. Mentre guardavano le pecore si montavano fra loro e lasciavano semi neri sui campi. Claudine disse: “Il siriano ha visto che vivremo in città, saremo ricche e staremo bene, insieme”; “ma come possiamo fare”, rispose Gisela, che portava sui fianchi un fascio di fieno.
“Venderemo le bestie”, disse Claudine.
“Venderemo le bestie, ma dovremo preparare un inganno”, rispose Gisela, e gettò l&#039;erba alle pecore mute.
La notte galleggiava intorno a uno spicchio e una ridda di stelle, Gisela e Claudine percossero la porta e nella stalla fu come un bagno la luna sul fieno e la lana delle pecore addormentate. Gli agnelli più piccoli presero Gisela e Claudine, zittirono le madri e li soffocarono in una coperta e sui corpi sfregarono gli zenzeri, sulle groppe e sulle cosce li sfregarono finché non sentirono il vello disfarsi e si furono bagnate le dita del primo sangue, ma era un sangue drogato che bruciò loro le mani. E quando Gioele vide gli agnelli morti piagati pensò a malattie che non conosceva, a una malia o una disgrazia, ed ebbe dolore, e con dolore parlò la sera a Gisela e Claudine, e Gisela e Claudine si abbracciavano e piangevano, ché le bestie morivano i campi seccavano e la casa cadeva a pezzi, e tanto valeva vendere tutto e cercare di farsi una vita in città.
***
Gioele e Spartaco sapevano aspettare. Nei mattini di sole capitava che guardassero il fiume bianco luccicare ai piedi delle case, fino al porto. La città era grande, le barche passavano sotto i ponti ed era un sospiro di legna e urla di marinai, e le ragazze vestite di trina si fermavano lungo le balaustre coi petti gonfi e fiori nei capelli, e sorridevano agli uomini come fosse primavera, come fossero già sfracellate lungo un canale di corpi pieni e disfatti, di proliferazione.
Ogni giorno nel fresco della bottega Claudine si piegava sui tagli di vacca e d&#039;agnello, passava le mani sulle bestie esotiche e le dissezionava secondo un istinto di scomposizione o un intuito per la base dei nervi, le intersezioni, i nodi che trattengono la vita nella sua maglia nervosa e muscolare. Gisela, invece, teneva i conti della macelleria e si compiaceva della figlia, se si passava le mani sul grembo e le dita lasciavano una ragnatela umida sulla superficie della pancia pulsante. Ogni sera contavano i soldi e tornavano a casa con una borsa di cuoio spessa e una carta di manzo o altra carne se avanzava sul banco e la drogavano su un ceppo di legno e la cuocevano in una pentola nera alla base del camino. Gioele e Spartaco rientravano quando tutte le navi erano passate lungo il fiume bianco ai piedi delle case e Gisela serviva la carne e mangiavano in silenzio. Quando i piatti erano vuoti Gisela e Claudine si ritiravano, Gioele scaldava una pentola d&#039;acqua sul fuoco radunava i piatti versava l&#039;acqua grattava un pezzo di sapone nell&#039;acqua lavava i piatti del sangue e delle droghe e lavava le mani e i polsi e gettava l&#039;acqua fuori della porta e passava la ramazza e versava altra acqua e altro sapone sulle pietre e strusciava lo straccio finché il pavimento non era bruno e poteva asciugare al silenzio della luna. Una sera Gioele passava appunto lo straccio quando si piegò e cadde sul pavimento ancora sporco.
Gisela e Claudine rientravano a casa a buio fatto, ogni sera portavano una carta piena di viscere o altra carne se avanzava sul banco e ne facevano stufato e mangiavano in silenzio. Poi Gisela raccoglieva gli avanzi in una scodella e Claudine radunava i piatti versava l&#039;acqua grattava un pezzo di sapone nell&#039;acqua lavava i piatti e sospirava, così colma di stanchezza e già lo si poteva vedere del seme di un uomo che la sera si affacciava sulla soglia con un mantello da ufficiale e i mustacchi arricciati coi ferri. Mormoravano il militare Ranieri e la macellaia Claudine sulla soglia della casa di città al silenzio della luna. Gisela impartiva cucchiai di carne avanzata, Gioele apriva allungava la lingua gialla e si lasciava imboccare, le mani afflosciate sul petto carezzavano il lenzuolo e il letto era un giaciglio di paglia e aveva un odore dolciastro. Quando era stanca Gisela lasciava la scodella per terra e si ritirava. Spartaco leccava ciò che era avanzato.
SPARTACO - PARTE SECONDA
Per la festa della primavera le madri insuperbivano le figlie con nastri e pettini di corno. Negli armadi, in ogni armadio, stecche di balena inturgidivano corpetti, aprivano a corolla gonne cremisi e ponsò, e poi tuniche e scialli, fiorami dipinti, cuffie sugli zigomi e le nuche fresche di sapone e carni morbide e fondenti, arricciate appena sulle capigliature rame e castagna, organze croccanti sulla linea dei fianchi. Giri di vita vertiginosi allacciavano gli addomi di fasce cangianti. Le fusciacche arrivavano già intessute dalle navi che ogni mese salpavano dal porto a caccia di schiavi. Le madri aspettavano sul molo gli armatori, gli armatori trattavano, gengive nere e mani inanellate. I marinai estirpavano matasse dalla pancia dei velieri, le donne le riponevano fra le cocche dei grembiuli e le portavano a casa. Così abbigliavano le figlie per la festa del solstizio.
Erano sere imprecise. Il seme dei fiori indorava i vetri delle case, le pietre e il fogliame di una prurigine odorosa. L&#039;aria, sfocata, era fresca e impediva di pensare. Claudine nettava le trippe in conche di marmo. Aveva gomiti sbucciati, muoveva le trippe nell&#039;acqua e le dita nelle trippe, raccoglieva le sostanze e le diluiva nell&#039;acqua finché l&#039;acqua si faceva scura e penetrante,  gettava l&#039;acqua limacciosa nell&#039;orto e ritornava a nettare le trippe con le stesse dita e gli stessi gomiti, finché tutte le superfici si erano fatte bianche e la merda era tutta iniettata e dispersa nell&#039;acqua. Poi Claudine recideva bietole nell&#039;orto e ne faceva coste e parti verdi. Soffriggeva le foglie e accompagnava la trippa con crostoni e molliche, su una tovaglia macchiata di vino. Ranieri Gisela e Caludine mangiavano quelle cose. Quando avevano finito Claudine cucinava una zuppa col brodo della trippa e le coste di bieta. Gioele beveva la zuppa e si faceva gocciolare le coste sulla barba.
La festa era vicina. Dopo mangiato i giovanotti invadevano i campi e le ragazze della città si ritiravano. Rammendavano gli abiti, provavano le scarpe e con la testa nelle palme contavano le perle in fila dei loro gioielli.
Al centro della camera di Claudine c&#039;era una lastra grande come un ritratto, accanto alla lastra ardeva una bugia e un vaso di clivie, con le foglie arricciate a nastro e i globi arancioni spenzolanti nel buio. Sulla superficie della lastra Claudine specchiava le proprie dita che liberavano i capelli e poi le spalle dai lacci e dal vestito. S&#039;imporporava le labbra e le guance, raccoglieva i capelli in ciocche e le ciocche in riccioli, su una spalla e su un&#039;altra, lungo la linea del collo. Sentiva il petto oppresso e ne liberava le masse tumide, che dondolavano col movimento del suo respiro, oppure se ne colmava le mani e le accoppiava sotto le carene delle clavicole imitando il disegno di un abito da festa. E mormorava: la più bella. Poi un pensiero la scuoteva, prendeva fra le palme i lembi della fusciacca e ne cingeva la vita, misurando il proprio profilo di macellaia bambina allo specchio. La sciarpa, color veratro e oro, si arricciava in un fiocco appena sopra le reni. Sul davanti riluceva del peso, ormai evidente, del seme di Ranieri, e la sfigurava.
Claudine gonfiò il petto e cercò di slanciare con la postura la propria persona, così nuova, appesantita. Fuori tracciavano l&#039;aria i primi spari. Le ragazze della città rammendavano gli abiti e con la testa nelle palme immaginavano quel che sarebbe accaduto per la festa del solstizio. Claudine si piegò su proprio figlio e non si accorse che la rabbia le scuoteva le spalle come piccoli colpi di maglio.
SPARTACO - PARTE TERZA
Gioele, solo, nuotava con gli occhi nella stanza. Fuori la sera punteggiava fuochi e schiamazzi per la festa del solstizio. Nel medesimo modo e per il resto, fuori  c&#039;era un odore che non si poteva sopportare, che soffiava e impregnava tutto, che invecchiava, spolpava e tirava avanti. Era l&#039;aria che portava il seme di dio. Gioele prese dell&#039;aria nelle labbra e la tossì, alzò una mano, forse cercò dell&#039;acqua, infine il corpo distese sul letto e restò immobile. Era morto. 
Cosa aveva provato Gioele. Sentiva gli occhi leggeri, una mano stringere la collottola e i nervi ritirarsi in un punto e il punto rimpicciolire. E poi tutto mescolarsi, tutto si era mescolato e le cose erano cambiate ancora e aveva iniziato a sapere, da morto, la parte della più superficiale scorza del mondo.
Solo dopo molto, quando la notte aveva raggiunto la massima distanza dal giorno, la porta si era aperta e Gisela doveva aver cacciato Spartaco che doveva aver abbaiato al corpo già impercettibilmente corrotto, ma che nessuno sospettava fosse così morto, perché era normale che Gioele stesse dormendo. Così tutti dovevano essersi addormentati intorno al suo corpo morto, mentre dei loro corpi vivi ora appariva la fermentazione e la serie di cavità liquide proprio nell&#039;ordine stabilito dalla sopravvivenza. Appariva il succo e l&#039;inacidimento delle digestioni e le bolle d&#039;aria batteriche proprie del nutrimento, dal momento che un corpo tiene in ostaggio acqua e sostanza minerale per lasciarsi bruciare in modo infinitamente composto, in modo infinitamente paradossale da stare perfino bene ad ogni boccata di ossigeno. Le pance di Gisela e Claudine dovevano essere state tese, dovevano aver barcollato intorno al giaciglio, dovevano aver sfiorato la paglia con la punta dei piedi, aver denudato prima i sederi e le gambe, di malagrazia, aver cercato un pitale o una pentola di coccio, aver abbandonato il resto dei panni e se stesse sui grandi lenzuoli di lino, aver riso e biascicato finché non si fossero sentite tranquille, che la metà più terribile della notte era passata e ci si poteva abbandonare al mattino.
Ranieri invece doveva essersi accoccolato sulla soglia, doveva aver vomitato, perché nell&#039;aia doveva esserci un vischio acido e sconvolto di stomaco maschile. E Spartaco doveva aver abbaiato ancora sui piedi e le ginocchia di Gioele, doveva aver cercato le mani e il naso, doveva aver morsicato la paglia e ululato e urlato. E Ranieri doveva aver provato un tamburellare doloroso di capo, il pelame ispido sulle natiche e le cosce di uomo e il fiato guasto, e doveva aver gridato e doveva essersi buttato in casa. E doveva aver trovato Spartaco con una gran pelliccia nera e un filo di schiuma appeso alle labbra, e doveva averlo colpito e Spartaco doveva avergli morsicato una gamba quando aveva cercato di tirare un calcio al giaciglio e Ranieri doveva aver tirato fuori un coltello e doveva averlo piantato nel petto di Spartaco, e poi doveva essersi addormentato con lui, finalmente, addosso al corpo umido del suo cane silenzioso.
Così doveva essere andata. Là dov&#039;era adesso, Gioele sentì uno scricchiolio, una lama e una conchiglia d&#039;ossa schiantata per sempre. Poi non ci fu più nulla.

Angelica D&#039;Agliano</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>SPARTACO &#8211; PARTE PRIMA<br />
Spartaco sapeva aspettare. Nei mattini di sole capitava che con Gioele sostasse per ore in una conca prativa o sui declivi della montagna. Spartaco appunto aspettava che Gioele fischiasse l&#8217;ordine di raggruppare il bestiame, di condurlo al pascolo o alla stalla. Allora correva ai fianchi del gregge e perfino sui dorsi e in silenzio o gettando una voce alle pecore faceva in fretta ciò che gli era stato chiesto. Poi trotterellava al suo posto e si accovacciava nuovamente ai piedi di Gioele.<br />
Rientravano a buio fatto. Nella stanza in cui consumavano la cena c&#8217;era il camino sul cui fuoco cuoceva il latte dei pecorini (maturavano su letti intrecciati di rami) e un giaciglio di paglia che veniva cambiato ogni giorno. Quel giaciglio era la cuccia di Spartaco.<br />
Dopo aver mangiato Gioele riempiva una pentola sbeccata con quel che restava sulla tavola, a volte cereali, a volte zuppa o brodo oppure ossa, e la porgeva a Spartaco. Voleva dire, ora puoi mangiare e riposarti. Spartaco masticava in silenzio e poi si coricava ai piedi di Gioele se girava il latte nel pentolone o intagliava bastoni. Quando Gioele si ritirava anche Spartaco scavava una piccola fossa nel giaciglio di fieno e si addormentava.<br />
***<br />
Andarono avanti molti anni. Accudivano il bestiame e la sera Gioele girava il latte sul fuoco per farne formaggio. Ma un giorno Gioele fermò lo stecco nel pentolone e si lamentò: vorrei una donna che girasse il latte e che mi desse figli affinché io un giorno possa riposarmi.<br />
Allora Gioele raggiunse la città e si unì alla figlia di un macellaio. Bianca e rosa era la figlia e si chiamava Gisela.<br />
Gisela imparò a girare il latte, Gioele spiegava come fare il formaggio: “Il latte in una pentola è una gora di schiuma e di grasso. È come la pecora che ha il vello ricciuto e il ventre pieno, come piena sei tu adesso che hai in ventre i miei figli per i quali lavoreremo e, un giorno, ci riposeremo. Ma se al latte aggiungi questa polvere di stomaco di agnello il latte e la polvere si riconoscono e ribollono, e nascono uova di siero e sostanza. Tu farai asciugare il siero sui letti intrecciati di rami e col pepe e le erbe maturerai la sostanza. E di sostanza e frumento ci nutriremo e staremo bene, insieme.<br />
Così Gioele e Spartaco accudivano il bestiame. Rientravano a casa a buio fatto, Gisela girava il latte e intrecciava letti di rami. Un giorno disse a Gioele: “Il parto è vicino. Scenderai in paese e comprerai bende di lino e saponi, e recipienti per l&#8217;acqua. Li scambierai con un agnello nato da poco”. E quando Gioele ebbe sgozzato l&#8217;agnello, lavato le dita col primo sangue e se ne fu andato Gisela disse “Nessuno mi ama. Sono sola tutto il giorno a gonfiare il seme del mio uomo e girare latte e stomaci d&#8217;agnello”. E mentre parlava Gisela piangeva, e mentre Gisela piangeva Spartaco guaiva, e mentre Spartaco l&#8217;annusava Gisela si premeva la testa nera sul ventre e diceva come sono sola come sono sola e tu come sei buono quanto sei buono – e gemeva gemeva in una tempesta di vestiti e piedi nudi, tenendosi il grembo.<br />
Partorì una femmina. La sera dopo aver mangiato Gioele riempiva una ciotola di avanzi, potevano essere rape bollite o cereali e la porgeva a Spartaco, che aspettava accovacciato fuori dalla porta. Le ossa e la carne avanzata servivano a Gisela per fare pasticci con cui ingrassava il suo latte. Al posto del giaciglio di paglia c&#8217;era la culla dove dormiva la figlia Claudine.<br />
***<br />
Passarono così molti anni. Claudine, quasi una donna, girava il latte e Gisela, ancora piena, intrecciava rami sui quali maturavano uova di siero e sostanza. Un giorno Claudine fermò lo stecco nel pentolone e si lamentò. Mamma, disse, vorrei vedere la città. E Gisela rispose: il sole è sorto da poco e Gioele non rientrerà prima del tramonto. Vestiamoci e andiamo in città. Porteremo con noi ricotte e lana, e le scambieremo, se siamo fortunate, con zenzeri freschi e datteri d&#8217;Africa.<br />
E la città era così grande. Sventagliavano i banchi degli speziali, gli agnelli freschi ancora gocciolanti ai ganci dei macellai, drappeggiavano le stoffe, dentro le botteghe buie croccavano le focacce e il pane, i sacchi di droghe e le farine, e agli angoli le fattucchiere e gli straccioni, piagati mostruosi, si offrivano di provocare un destino o di leggere il futuro in una manciata d&#8217;ossa o nella forma di uno sputo per terra, per un cucchiaio di ricotta di pecora. “Mamma – aveva mormorato Claudine davanti a un cartello di legno dipinto – vado a farmi dire il destino”.<br />
C&#8217;era una tenda buia, un indovino vaticinava nella stanza e bruciava un impasto d&#8217;incenso. Poi tacque. Quando ebbe finito di parlare, Claudine ansava, e si sentì stringere la mano più forte.<br />
Claudine credette di vedere le sue orbite azzurre anziché vuote, e il siriano che aveva parlato, che era giovane e cieco, l&#8217;afferrò nell&#8217;intervallo di silenzio di lei e le si strinse addosso, Claudine piangeva e il siriano l&#8217;annusava, Claudine si premeva la testa nera sul petto e diceva come sono sola come sono sola, il siriano si spingeva addosso a lei e Claudine tremava tremava, finché si calmò – gemeva piano, come una cavalla, in una tempesta di vestiti e piedi nudi quando Gisela si accostò alla tenda e fece cenno di entrare, contenta di aver scambiato una ricotta di pecora per una manciata di datteri d&#8217;Africa.<br />
***<br />
Ora niente era al proprio posto. Le rocce erano farinose e gialle, gli alberi secchi, i frutti verminosi, i prati ispidi e spazzati di vento. Gisela portava l&#8217;erba alle pecore, Claudine rovesciava il luridume in secchi e i secchi nelle fosse. Mentre guardavano le pecore si montavano fra loro e lasciavano semi neri sui campi. Claudine disse: “Il siriano ha visto che vivremo in città, saremo ricche e staremo bene, insieme”; “ma come possiamo fare”, rispose Gisela, che portava sui fianchi un fascio di fieno.<br />
“Venderemo le bestie”, disse Claudine.<br />
“Venderemo le bestie, ma dovremo preparare un inganno”, rispose Gisela, e gettò l&#8217;erba alle pecore mute.<br />
La notte galleggiava intorno a uno spicchio e una ridda di stelle, Gisela e Claudine percossero la porta e nella stalla fu come un bagno la luna sul fieno e la lana delle pecore addormentate. Gli agnelli più piccoli presero Gisela e Claudine, zittirono le madri e li soffocarono in una coperta e sui corpi sfregarono gli zenzeri, sulle groppe e sulle cosce li sfregarono finché non sentirono il vello disfarsi e si furono bagnate le dita del primo sangue, ma era un sangue drogato che bruciò loro le mani. E quando Gioele vide gli agnelli morti piagati pensò a malattie che non conosceva, a una malia o una disgrazia, ed ebbe dolore, e con dolore parlò la sera a Gisela e Claudine, e Gisela e Claudine si abbracciavano e piangevano, ché le bestie morivano i campi seccavano e la casa cadeva a pezzi, e tanto valeva vendere tutto e cercare di farsi una vita in città.<br />
***<br />
Gioele e Spartaco sapevano aspettare. Nei mattini di sole capitava che guardassero il fiume bianco luccicare ai piedi delle case, fino al porto. La città era grande, le barche passavano sotto i ponti ed era un sospiro di legna e urla di marinai, e le ragazze vestite di trina si fermavano lungo le balaustre coi petti gonfi e fiori nei capelli, e sorridevano agli uomini come fosse primavera, come fossero già sfracellate lungo un canale di corpi pieni e disfatti, di proliferazione.<br />
Ogni giorno nel fresco della bottega Claudine si piegava sui tagli di vacca e d&#8217;agnello, passava le mani sulle bestie esotiche e le dissezionava secondo un istinto di scomposizione o un intuito per la base dei nervi, le intersezioni, i nodi che trattengono la vita nella sua maglia nervosa e muscolare. Gisela, invece, teneva i conti della macelleria e si compiaceva della figlia, se si passava le mani sul grembo e le dita lasciavano una ragnatela umida sulla superficie della pancia pulsante. Ogni sera contavano i soldi e tornavano a casa con una borsa di cuoio spessa e una carta di manzo o altra carne se avanzava sul banco e la drogavano su un ceppo di legno e la cuocevano in una pentola nera alla base del camino. Gioele e Spartaco rientravano quando tutte le navi erano passate lungo il fiume bianco ai piedi delle case e Gisela serviva la carne e mangiavano in silenzio. Quando i piatti erano vuoti Gisela e Claudine si ritiravano, Gioele scaldava una pentola d&#8217;acqua sul fuoco radunava i piatti versava l&#8217;acqua grattava un pezzo di sapone nell&#8217;acqua lavava i piatti del sangue e delle droghe e lavava le mani e i polsi e gettava l&#8217;acqua fuori della porta e passava la ramazza e versava altra acqua e altro sapone sulle pietre e strusciava lo straccio finché il pavimento non era bruno e poteva asciugare al silenzio della luna. Una sera Gioele passava appunto lo straccio quando si piegò e cadde sul pavimento ancora sporco.<br />
Gisela e Claudine rientravano a casa a buio fatto, ogni sera portavano una carta piena di viscere o altra carne se avanzava sul banco e ne facevano stufato e mangiavano in silenzio. Poi Gisela raccoglieva gli avanzi in una scodella e Claudine radunava i piatti versava l&#8217;acqua grattava un pezzo di sapone nell&#8217;acqua lavava i piatti e sospirava, così colma di stanchezza e già lo si poteva vedere del seme di un uomo che la sera si affacciava sulla soglia con un mantello da ufficiale e i mustacchi arricciati coi ferri. Mormoravano il militare Ranieri e la macellaia Claudine sulla soglia della casa di città al silenzio della luna. Gisela impartiva cucchiai di carne avanzata, Gioele apriva allungava la lingua gialla e si lasciava imboccare, le mani afflosciate sul petto carezzavano il lenzuolo e il letto era un giaciglio di paglia e aveva un odore dolciastro. Quando era stanca Gisela lasciava la scodella per terra e si ritirava. Spartaco leccava ciò che era avanzato.<br />
SPARTACO &#8211; PARTE SECONDA<br />
Per la festa della primavera le madri insuperbivano le figlie con nastri e pettini di corno. Negli armadi, in ogni armadio, stecche di balena inturgidivano corpetti, aprivano a corolla gonne cremisi e ponsò, e poi tuniche e scialli, fiorami dipinti, cuffie sugli zigomi e le nuche fresche di sapone e carni morbide e fondenti, arricciate appena sulle capigliature rame e castagna, organze croccanti sulla linea dei fianchi. Giri di vita vertiginosi allacciavano gli addomi di fasce cangianti. Le fusciacche arrivavano già intessute dalle navi che ogni mese salpavano dal porto a caccia di schiavi. Le madri aspettavano sul molo gli armatori, gli armatori trattavano, gengive nere e mani inanellate. I marinai estirpavano matasse dalla pancia dei velieri, le donne le riponevano fra le cocche dei grembiuli e le portavano a casa. Così abbigliavano le figlie per la festa del solstizio.<br />
Erano sere imprecise. Il seme dei fiori indorava i vetri delle case, le pietre e il fogliame di una prurigine odorosa. L&#8217;aria, sfocata, era fresca e impediva di pensare. Claudine nettava le trippe in conche di marmo. Aveva gomiti sbucciati, muoveva le trippe nell&#8217;acqua e le dita nelle trippe, raccoglieva le sostanze e le diluiva nell&#8217;acqua finché l&#8217;acqua si faceva scura e penetrante,  gettava l&#8217;acqua limacciosa nell&#8217;orto e ritornava a nettare le trippe con le stesse dita e gli stessi gomiti, finché tutte le superfici si erano fatte bianche e la merda era tutta iniettata e dispersa nell&#8217;acqua. Poi Claudine recideva bietole nell&#8217;orto e ne faceva coste e parti verdi. Soffriggeva le foglie e accompagnava la trippa con crostoni e molliche, su una tovaglia macchiata di vino. Ranieri Gisela e Caludine mangiavano quelle cose. Quando avevano finito Claudine cucinava una zuppa col brodo della trippa e le coste di bieta. Gioele beveva la zuppa e si faceva gocciolare le coste sulla barba.<br />
La festa era vicina. Dopo mangiato i giovanotti invadevano i campi e le ragazze della città si ritiravano. Rammendavano gli abiti, provavano le scarpe e con la testa nelle palme contavano le perle in fila dei loro gioielli.<br />
Al centro della camera di Claudine c&#8217;era una lastra grande come un ritratto, accanto alla lastra ardeva una bugia e un vaso di clivie, con le foglie arricciate a nastro e i globi arancioni spenzolanti nel buio. Sulla superficie della lastra Claudine specchiava le proprie dita che liberavano i capelli e poi le spalle dai lacci e dal vestito. S&#8217;imporporava le labbra e le guance, raccoglieva i capelli in ciocche e le ciocche in riccioli, su una spalla e su un&#8217;altra, lungo la linea del collo. Sentiva il petto oppresso e ne liberava le masse tumide, che dondolavano col movimento del suo respiro, oppure se ne colmava le mani e le accoppiava sotto le carene delle clavicole imitando il disegno di un abito da festa. E mormorava: la più bella. Poi un pensiero la scuoteva, prendeva fra le palme i lembi della fusciacca e ne cingeva la vita, misurando il proprio profilo di macellaia bambina allo specchio. La sciarpa, color veratro e oro, si arricciava in un fiocco appena sopra le reni. Sul davanti riluceva del peso, ormai evidente, del seme di Ranieri, e la sfigurava.<br />
Claudine gonfiò il petto e cercò di slanciare con la postura la propria persona, così nuova, appesantita. Fuori tracciavano l&#8217;aria i primi spari. Le ragazze della città rammendavano gli abiti e con la testa nelle palme immaginavano quel che sarebbe accaduto per la festa del solstizio. Claudine si piegò su proprio figlio e non si accorse che la rabbia le scuoteva le spalle come piccoli colpi di maglio.<br />
SPARTACO &#8211; PARTE TERZA<br />
Gioele, solo, nuotava con gli occhi nella stanza. Fuori la sera punteggiava fuochi e schiamazzi per la festa del solstizio. Nel medesimo modo e per il resto, fuori  c&#8217;era un odore che non si poteva sopportare, che soffiava e impregnava tutto, che invecchiava, spolpava e tirava avanti. Era l&#8217;aria che portava il seme di dio. Gioele prese dell&#8217;aria nelle labbra e la tossì, alzò una mano, forse cercò dell&#8217;acqua, infine il corpo distese sul letto e restò immobile. Era morto. <br />
Cosa aveva provato Gioele. Sentiva gli occhi leggeri, una mano stringere la collottola e i nervi ritirarsi in un punto e il punto rimpicciolire. E poi tutto mescolarsi, tutto si era mescolato e le cose erano cambiate ancora e aveva iniziato a sapere, da morto, la parte della più superficiale scorza del mondo.<br />
Solo dopo molto, quando la notte aveva raggiunto la massima distanza dal giorno, la porta si era aperta e Gisela doveva aver cacciato Spartaco che doveva aver abbaiato al corpo già impercettibilmente corrotto, ma che nessuno sospettava fosse così morto, perché era normale che Gioele stesse dormendo. Così tutti dovevano essersi addormentati intorno al suo corpo morto, mentre dei loro corpi vivi ora appariva la fermentazione e la serie di cavità liquide proprio nell&#8217;ordine stabilito dalla sopravvivenza. Appariva il succo e l&#8217;inacidimento delle digestioni e le bolle d&#8217;aria batteriche proprie del nutrimento, dal momento che un corpo tiene in ostaggio acqua e sostanza minerale per lasciarsi bruciare in modo infinitamente composto, in modo infinitamente paradossale da stare perfino bene ad ogni boccata di ossigeno. Le pance di Gisela e Claudine dovevano essere state tese, dovevano aver barcollato intorno al giaciglio, dovevano aver sfiorato la paglia con la punta dei piedi, aver denudato prima i sederi e le gambe, di malagrazia, aver cercato un pitale o una pentola di coccio, aver abbandonato il resto dei panni e se stesse sui grandi lenzuoli di lino, aver riso e biascicato finché non si fossero sentite tranquille, che la metà più terribile della notte era passata e ci si poteva abbandonare al mattino.<br />
Ranieri invece doveva essersi accoccolato sulla soglia, doveva aver vomitato, perché nell&#8217;aia doveva esserci un vischio acido e sconvolto di stomaco maschile. E Spartaco doveva aver abbaiato ancora sui piedi e le ginocchia di Gioele, doveva aver cercato le mani e il naso, doveva aver morsicato la paglia e ululato e urlato. E Ranieri doveva aver provato un tamburellare doloroso di capo, il pelame ispido sulle natiche e le cosce di uomo e il fiato guasto, e doveva aver gridato e doveva essersi buttato in casa. E doveva aver trovato Spartaco con una gran pelliccia nera e un filo di schiuma appeso alle labbra, e doveva averlo colpito e Spartaco doveva avergli morsicato una gamba quando aveva cercato di tirare un calcio al giaciglio e Ranieri doveva aver tirato fuori un coltello e doveva averlo piantato nel petto di Spartaco, e poi doveva essersi addormentato con lui, finalmente, addosso al corpo umido del suo cane silenzioso.<br />
Così doveva essere andata. Là dov&#8217;era adesso, Gioele sentì uno scricchiolio, una lama e una conchiglia d&#8217;ossa schiantata per sempre. Poi non ci fu più nulla.</p>
<p>Angelica D&#8217;Agliano</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>By: Enrico Solmi</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-560</link>
		<dc:creator>Enrico Solmi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 15:48:16 +0000</pubDate>
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		<description>SMS
Strani Messaggi Simbolici


Luigi era solo. Dormiva da solo, mangiava da solo, lavorava da solo e sempre da solo adempiva alle altre sue necessità. 
Un giorno Luigi decise di dare una svolta alla sua vita: si sarebbe comprato un telefono cellulare. Osservava le persone parlare in questo misterioso apparecchio, quasi interloquissero direttamente con l’aria, captando misteriose vibrazioni. Visto che lui non parlava con nessuno, pensò che attraverso il cellulare avrebbe potuto avere un sacco di conversazioni.
Quando entrò nel negozio era emozionato. Il commesso gli spiegò le funzioni: duecento memorie, mille suonerie, viva voce, auricolare, animazioni, giochi… Luigi non riusciva a capire tutto quanto, ma non importava. Ormai l’apparecchio era suo e mille telefonate sarebbero giunte non appena si fosse sparsa la voce che anche lui era entrato nel giro.
Intanto passavano i giorni e le chiamate non arrivavano. Tutte le volte che udiva una suoneria in azione, cercava di rispondere, solo per accorgersi che non era il suo telefono a squillare, ma quello di una persona vicina, la quale iniziava amabilmente a conversare. Questo lo faceva infuriare.
Quando Luigi aveva ormai perso la speranza, il suo telefono si mise improvvisamente a trillare. Rispose fiducioso, ma la voce che usciva dal cellulare insisteva a chiamarlo con un altro nome. Che si trattasse di un codice? Dunque era necessario uno pseudonimo. Luigi non lo sapeva, il commesso non gli aveva detto nulla. Decise quindi di stare al gioco, ma poco dopo, la telefonata si interruppe bruscamente. La voce diceva di avere sbagliato numero, ma probabilmente Luigi aveva usato il codice sbagliato. Sarebbe stato più attento in futuro.
Una sera, mentre aspettava di fare carburante ad un self-service, osservò un tipo davanti a lui che stava parlando ad un cellulare, gesticolando vivacemente.
“Giorgio, sei un disastro!” stava dicendo “Ancora una volta ti sei mollato. Ma tu vuoi avere una storia oppure no? Altrimenti non capisco perché tu debba stare così male. Guarda, adesso le mando un SMS anonimo, tanto non mi conosce, e vediamo come reagisce. Scopriamo se è veramente una troia come dici tu.”
Luigi si stava spazientendo. Non solo quello parlava bellamente al telefonino, davanti a lui, ma gli stava pure facendo perdere del tempo, rallentando tutte le operazioni di rifornimento. Poi non aveva capito che cosa era un SMS. Un altro codice misterioso? Domani sarebbe tornato al negozio: il commesso aveva sicuramente omesso di spiegargli diverse cose sulle regole d’uso.
Il giorno dopo Luigi uscì soddisfatto dal negozio: gli era stato spiegato il funzionamento di questi misteriosi messaggi ed era ansioso di provarli.
Iniziò a inviare centinaia di messaggi a numeri casuali: sul manuale era scritto di impostare il numero che si voleva e poi di spedire. Visto che le risposte tardavano ad arrivare, provò con il numero di quello con cui aveva sbagliato codice: forse doveva iniziare da lui, forse era lui il suo intermediario. La risposta infatti arrivò immediata, ma anche stavolta in codice. Una serie di finti improperi che purtroppo Luigi non riusciva ancora a decifrare. Era veramente avvilente. Possedere uno strumento così potente e non saperlo ancora usare. Eppure il commesso la faceva tanto facile, tutti la facevano così facile, lo usavano anche i bambini!
Un giorno, inaspettatamente, arrivò uno strano, lungo messaggio da un numero sconosciuto. Questo codice era ancora più oscuro del precedente: una serie di simboli, segni e lettere apparentemente scritti a caso. Uno di questi simboli però lo colpì particolarmente: si trattava  di due punti seguito da una linea e da una parentesi tonda :-).
Luigi iniziò a capire, era talmente banale. Simboleggiava un sorriso, una specie di saluto. Forse ora avrebbe finalmente potuto decifrare il codice di questi messaggi e iniziare a comunicare con gli altri. Luigi tentò una risposta, spedì un :-))), per far capire che era felicissimo di fare la sua conoscenza. Il numero misterioso gli rispose con un :-))) ???
Luigi intuì che il suo misterioso interlocutore voleva sapere chi fosse lui. Come fare? Non poteva rispondere semplicemente sono Luigi, non avrebbe capito. Cercò tra i simboli del messaggio precedente e scoprì altre cose interessanti: ormai era padrone della situazione. Infatti scoprì che il suo interlocutore era di sesso femminile. Dopo il simbolo del sorriso stava infatti = O+.
Dalle sue memorie scolastiche, Luigi ricordò che un cerchio con una croce sotto erano il simbolo della femminilità, anche se non ne rammentava il contesto. Cercò di ricordare allora il simbolo dell’uomo e gli tornò in mente: un cerchio con una freccia sopra. 
Quindi rispose :-)))  =  O^. 
La risposta fu immediata: !!!  :-)  xké  O+  &lt;&lt;&lt;  O^. Era sorpresa e felice e gli chiedeva perché lui volesse comunicare con lei. Ormai questo linguaggio non aveva più segreti per Luigi. 
xké  :-(), cioè ti voglio parlare, scrisse.
La conversazione andò avanti per ore, Luigi aveva ormai perso la nozione del tempo. Scoprì quindi che la ragazza aveva vent’anni (O+ 20), qualche anno in meno di Luigi (O^ 33 ) e che faceva parte di una rete di messaggisti che si scambiavano SMS in continuazione. Una specie di associazione segreta e Luigi ne sarebbe entrato a far parte.
Nei mesi che seguirono Luigi scambiò centinaia di migliaia di messaggi con altri componenti della rete, scoprendo un mondo completamente nuovo. Imparò nuovi simboli e si specializzò sempre più nel linguaggio SMS. Tutto ciò gli stava comunque costando una fortuna, tanto che doveva rimanere a lavorare fino a tardi per potersi permettere di continuare a tenere i contatti. Ma a Luigi non dispiaceva: ormai la sua vita aveva preso una svolta decisiva e non era più interessato alle frivolezze del mondo esterno. Soprattutto cercava sempre lei, ormai non ne poteva più fare a meno, era diventata una droga: si stava innamorando. Lei però sembrava indifferente alla sua velata corte e questo lo rendeva sempre più triste.
Alla fine Luigi, particolarmente depresso, non ce la fece più e le scrisse: :-(((.
???  gli rispose lei. 
xkè TVTB le rispose lui, dicendole: ti voglio tanto bene. 
:-) TVTB gli rispose lei di rimando. 
(^), il suo cuore era trafitto, era innamorato di lei, le rispose ancora lui.
!!!  :-&#124;  gli rimandò lei allibita.
(^)  (^^)  (^^^)  :’-(((, le confermò nuovamente lui quasi in lacrime, ma lei non rispose più.
Non la sentì più per giorni, nonostante i suoi disperati messaggi d’amore. Ormai Luigi era ridotto ad una larva, non mangiava più, non dormiva più, lavorava dodici ore al giorno e mandava continuamente messaggi disperati, messaggi che di solito finivano con :’’’-(((. Gli apostrofi erano una sua invenzione, un suo contributo al codice. Significavano lacrime. Ricordava la maestra spiegare che l’apostrofo era la lacrima che lasciava la vocale elisa, costretta ad andarsene perché sconfitta nella battaglia con la vocale nemica. Lui lasciava sempre molti apostrofi. 
A incontrarlo fuori, nel tragitto da casa al lavoro, l’unico che percorreva, pareva un barbone, sporco, trasandato, la barba incolta, gli occhi rossi. Si era pure messo a bere, lui che beveva solo succhi di frutta, pompelmo di solito. Ora invece frequentava regolarmente l’emporio di liquori sotto casa, facendo scorta di superalcolici. Lo aveva scritto a lei. :-o &lt;&lt;&lt;, bevo forte, :-O &gt;&gt;&gt;, poi vomito. :-&#124;&#124;, sono arrabbiato, :-@, urlo, :-D, rido, :-D, rido, :’-(, piango, :’’((, piango,:’’’(((, piango, piango, piango, %+#, sono a terra. Le crisi isteriche erano sempre più frequenti.
Una sera, nel bel mezzo di una bevuta, all’improvviso arrivò un messaggio da lei. Per poco non si affogò nel brandy che stava ingurgitando. Corse a leggere. 
(^^^) ;-) O+ &amp;  O^  &gt;&gt;&gt;&lt;&lt;&lt;. Voleva incontrarlo! Non solo ricambiava il suo amore, ma addirittura voleva incontrarlo, fuori! E gli aveva pure strizzato l’occhio! Luigi si agitò, vomitò tutto quanto bevuto fino quella sera, ma riuscì in un qualche modo a rispondere. Si misero d’accordo per incontrarsi l’indomani davanti alla stazione. Lei sarebbe uscita dall’ingresso principale e gli avrebbe mandato un messaggio, lui avrebbe sorriso e si sarebbero riconosciuti.
Luigi passò tutta la notte a rimettersi in sesto, per essere presentabile. Il mattino dopo, indossando il suo abito migliore, si recò alla stazione e sostò presso l’ingresso. Passarono ore e ore e ore ma niente, il telefono non dava cenni di vita. Come al solito decine di squilli echeggiavano intorno a lui, e mai che fosse il suo. Tutte le volte cercava di rispondere, ma tutte le volte il telefono era muto. Tristi ricordi riaffiorarono dentro di lui, secoli fa, quando nessuno mai gli telefonava. Truce cominciò a guardare la gente intorno a lui; una rabbia sorda si fece strada. Tutte le volte che sentiva uno squillo si avvicinava con fare minaccioso al povero malcapitato di turno, digrignando i denti. 
Quando alfine fu proprio il suo a suonare, avvertendolo di un messaggio in arrivo, quasi non se ne accorse tanto era infuriato. Ma fu solo un attimo, afferrò il cellulare e lesse il messaggio, con il cuore che gli batteva furiosamente. 
 stava scritto. Si girò versò l’entrata, il cuore gli batteva sempre più, abbozzò un sorriso come poteva e… La vide. Era lei, davanti all’ingresso, con il cellulare in mano e sorrideva. Era lei, ne era sicuro, non poteva sbagliare. Le corse incontro, i telefoni si toccarono. Era bellissima, aveva l’ultimo modello di telefono, con cui poteva persino disegnare il sorriso… Era bellissima, si guardarono e poi iniziarono a parlare. Erano parole d’amore, non più semplici messaggi, ma parole, un fiume di parole, frasi romantiche. E si guardavano senza il coraggio di toccarsi, ma si amavano ed era bellissimo. Era meraviglioso. Luigi non si era mai sentito così, era la donna della sua vita…
L’agente di polizia ferroviaria, che era stato chiamato da alcuni viaggiatori a causa del solito ubriacone che molestava le persone di passaggio, si trovò davanti una scena che lo sorprese alquanto. Due persone, uomo e donna, stavano una di fronte all’altro, armati di cellulare, compiendo una sorta di rituale fatto di gesti, ammiccamenti, sorrisi, strizzate d’occhio, versi gutturali. Erano vestiti in maniera bizzarra. L’uomo indossava la camicia sopra la giacca, aveva tutto l’abito spiegazzato e macchiato, un paio di ciabatte e la barba fatta a metà. La donna una camicia lunga fino alle ginocchia, uno stivale a un piede, una scarpa bassa all’altro e i capelli che le ricoprivano interamente il volto. 
I due poi, mano nella mano, cellulare contro cellulare si voltarono e se ne andarono, lasciando l’agente perplesso.
“Ti amo!” gli disse lei.
“Ripetimelo ancora!” le rispose lui.

Enrico Solmi

Tratto da Enrico Solmi, Cronaca di una farsa annunciata, LibertàEdizioni 2010</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>SMS<br />
Strani Messaggi Simbolici</p>
<p>Luigi era solo. Dormiva da solo, mangiava da solo, lavorava da solo e sempre da solo adempiva alle altre sue necessità.<br />
Un giorno Luigi decise di dare una svolta alla sua vita: si sarebbe comprato un telefono cellulare. Osservava le persone parlare in questo misterioso apparecchio, quasi interloquissero direttamente con l’aria, captando misteriose vibrazioni. Visto che lui non parlava con nessuno, pensò che attraverso il cellulare avrebbe potuto avere un sacco di conversazioni.<br />
Quando entrò nel negozio era emozionato. Il commesso gli spiegò le funzioni: duecento memorie, mille suonerie, viva voce, auricolare, animazioni, giochi… Luigi non riusciva a capire tutto quanto, ma non importava. Ormai l’apparecchio era suo e mille telefonate sarebbero giunte non appena si fosse sparsa la voce che anche lui era entrato nel giro.<br />
Intanto passavano i giorni e le chiamate non arrivavano. Tutte le volte che udiva una suoneria in azione, cercava di rispondere, solo per accorgersi che non era il suo telefono a squillare, ma quello di una persona vicina, la quale iniziava amabilmente a conversare. Questo lo faceva infuriare.<br />
Quando Luigi aveva ormai perso la speranza, il suo telefono si mise improvvisamente a trillare. Rispose fiducioso, ma la voce che usciva dal cellulare insisteva a chiamarlo con un altro nome. Che si trattasse di un codice? Dunque era necessario uno pseudonimo. Luigi non lo sapeva, il commesso non gli aveva detto nulla. Decise quindi di stare al gioco, ma poco dopo, la telefonata si interruppe bruscamente. La voce diceva di avere sbagliato numero, ma probabilmente Luigi aveva usato il codice sbagliato. Sarebbe stato più attento in futuro.<br />
Una sera, mentre aspettava di fare carburante ad un self-service, osservò un tipo davanti a lui che stava parlando ad un cellulare, gesticolando vivacemente.<br />
“Giorgio, sei un disastro!” stava dicendo “Ancora una volta ti sei mollato. Ma tu vuoi avere una storia oppure no? Altrimenti non capisco perché tu debba stare così male. Guarda, adesso le mando un SMS anonimo, tanto non mi conosce, e vediamo come reagisce. Scopriamo se è veramente una troia come dici tu.”<br />
Luigi si stava spazientendo. Non solo quello parlava bellamente al telefonino, davanti a lui, ma gli stava pure facendo perdere del tempo, rallentando tutte le operazioni di rifornimento. Poi non aveva capito che cosa era un SMS. Un altro codice misterioso? Domani sarebbe tornato al negozio: il commesso aveva sicuramente omesso di spiegargli diverse cose sulle regole d’uso.<br />
Il giorno dopo Luigi uscì soddisfatto dal negozio: gli era stato spiegato il funzionamento di questi misteriosi messaggi ed era ansioso di provarli.<br />
Iniziò a inviare centinaia di messaggi a numeri casuali: sul manuale era scritto di impostare il numero che si voleva e poi di spedire. Visto che le risposte tardavano ad arrivare, provò con il numero di quello con cui aveva sbagliato codice: forse doveva iniziare da lui, forse era lui il suo intermediario. La risposta infatti arrivò immediata, ma anche stavolta in codice. Una serie di finti improperi che purtroppo Luigi non riusciva ancora a decifrare. Era veramente avvilente. Possedere uno strumento così potente e non saperlo ancora usare. Eppure il commesso la faceva tanto facile, tutti la facevano così facile, lo usavano anche i bambini!<br />
Un giorno, inaspettatamente, arrivò uno strano, lungo messaggio da un numero sconosciuto. Questo codice era ancora più oscuro del precedente: una serie di simboli, segni e lettere apparentemente scritti a caso. Uno di questi simboli però lo colpì particolarmente: si trattava  di due punti seguito da una linea e da una parentesi tonda <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> .<br />
Luigi iniziò a capire, era talmente banale. Simboleggiava un sorriso, una specie di saluto. Forse ora avrebbe finalmente potuto decifrare il codice di questi messaggi e iniziare a comunicare con gli altri. Luigi tentò una risposta, spedì un <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> )), per far capire che era felicissimo di fare la sua conoscenza. Il numero misterioso gli rispose con un <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> )) ???<br />
Luigi intuì che il suo misterioso interlocutore voleva sapere chi fosse lui. Come fare? Non poteva rispondere semplicemente sono Luigi, non avrebbe capito. Cercò tra i simboli del messaggio precedente e scoprì altre cose interessanti: ormai era padrone della situazione. Infatti scoprì che il suo interlocutore era di sesso femminile. Dopo il simbolo del sorriso stava infatti = O+.<br />
Dalle sue memorie scolastiche, Luigi ricordò che un cerchio con una croce sotto erano il simbolo della femminilità, anche se non ne rammentava il contesto. Cercò di ricordare allora il simbolo dell’uomo e gli tornò in mente: un cerchio con una freccia sopra.<br />
Quindi rispose <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> ))  =  O^.<br />
La risposta fu immediata: !!!  <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' />   xké  O+  < <<  O^. Era sorpresa e felice e gli chiedeva perché lui volesse comunicare con lei. Ormai questo linguaggio non aveva più segreti per Luigi.<br />
xké  <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' /> ), cioè ti voglio parlare, scrisse.<br />
La conversazione andò avanti per ore, Luigi aveva ormai perso la nozione del tempo. Scoprì quindi che la ragazza aveva vent’anni (O+ 20), qualche anno in meno di Luigi (O^ 33 ) e che faceva parte di una rete di messaggisti che si scambiavano SMS in continuazione. Una specie di associazione segreta e Luigi ne sarebbe entrato a far parte.<br />
Nei mesi che seguirono Luigi scambiò centinaia di migliaia di messaggi con altri componenti della rete, scoprendo un mondo completamente nuovo. Imparò nuovi simboli e si specializzò sempre più nel linguaggio SMS. Tutto ciò gli stava comunque costando una fortuna, tanto che doveva rimanere a lavorare fino a tardi per potersi permettere di continuare a tenere i contatti. Ma a Luigi non dispiaceva: ormai la sua vita aveva preso una svolta decisiva e non era più interessato alle frivolezze del mondo esterno. Soprattutto cercava sempre lei, ormai non ne poteva più fare a meno, era diventata una droga: si stava innamorando. Lei però sembrava indifferente alla sua velata corte e questo lo rendeva sempre più triste.<br />
Alla fine Luigi, particolarmente depresso, non ce la fece più e le scrisse: <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' /> ((.<br />
???  gli rispose lei.<br />
xkè TVTB le rispose lui, dicendole: ti voglio tanto bene.<br />
 <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' />  TVTB gli rispose lei di rimando.<br />
(^), il suo cuore era trafitto, era innamorato di lei, le rispose ancora lui.<br />
!!!  <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_neutral.gif' alt=':-|' class='wp-smiley' />   gli rimandò lei allibita.<br />
(^)  (^^)  (^^^)  :’-(((, le confermò nuovamente lui quasi in lacrime, ma lei non rispose più.<br />
Non la sentì più per giorni, nonostante i suoi disperati messaggi d’amore. Ormai Luigi era ridotto ad una larva, non mangiava più, non dormiva più, lavorava dodici ore al giorno e mandava continuamente messaggi disperati, messaggi che di solito finivano con :’’’-(((. Gli apostrofi erano una sua invenzione, un suo contributo al codice. Significavano lacrime. Ricordava la maestra spiegare che l’apostrofo era la lacrima che lasciava la vocale elisa, costretta ad andarsene perché sconfitta nella battaglia con la vocale nemica. Lui lasciava sempre molti apostrofi.<br />
A incontrarlo fuori, nel tragitto da casa al lavoro, l’unico che percorreva, pareva un barbone, sporco, trasandato, la barba incolta, gli occhi rossi. Si era pure messo a bere, lui che beveva solo succhi di frutta, pompelmo di solito. Ora invece frequentava regolarmente l’emporio di liquori sotto casa, facendo scorta di superalcolici. Lo aveva scritto a lei. <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_surprised.gif' alt=':-o' class='wp-smiley' />  < <<, bevo forte, :-O >>>, poi vomito. <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_neutral.gif' alt=':-|' class='wp-smiley' /> |, sono arrabbiato, :-@, urlo, <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':-D' class='wp-smiley' /> , rido, <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':-D' class='wp-smiley' /> , rido, :’-(, piango, :’’((, piango,:’’’(((, piango, piango, piango, %+#, sono a terra. Le crisi isteriche erano sempre più frequenti.<br />
Una sera, nel bel mezzo di una bevuta, all’improvviso arrivò un messaggio da lei. Per poco non si affogò nel brandy che stava ingurgitando. Corse a leggere.<br />
(^^^) <img src='http://libertaedizioni.net/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  O+ &#038;  O^  >>><<<. Voleva incontrarlo! Non solo ricambiava il suo amore, ma addirittura voleva incontrarlo, fuori! E gli aveva pure strizzato l’occhio! Luigi si agitò, vomitò tutto quanto bevuto fino quella sera, ma riuscì in un qualche modo a rispondere. Si misero d’accordo per incontrarsi l’indomani davanti alla stazione. Lei sarebbe uscita dall’ingresso principale e gli avrebbe mandato un messaggio, lui avrebbe sorriso e si sarebbero riconosciuti.<br />
Luigi passò tutta la notte a rimettersi in sesto, per essere presentabile. Il mattino dopo, indossando il suo abito migliore, si recò alla stazione e sostò presso l’ingresso. Passarono ore e ore e ore ma niente, il telefono non dava cenni di vita. Come al solito decine di squilli echeggiavano intorno a lui, e mai che fosse il suo. Tutte le volte cercava di rispondere, ma tutte le volte il telefono era muto. Tristi ricordi riaffiorarono dentro di lui, secoli fa, quando nessuno mai gli telefonava. Truce cominciò a guardare la gente intorno a lui; una rabbia sorda si fece strada. Tutte le volte che sentiva uno squillo si avvicinava con fare minaccioso al povero malcapitato di turno, digrignando i denti.<br />
Quando alfine fu proprio il suo a suonare, avvertendolo di un messaggio in arrivo, quasi non se ne accorse tanto era infuriato. Ma fu solo un attimo, afferrò il cellulare e lesse il messaggio, con il cuore che gli batteva furiosamente.<br />
 stava scritto. Si girò versò l’entrata, il cuore gli batteva sempre più, abbozzò un sorriso come poteva e… La vide. Era lei, davanti all’ingresso, con il cellulare in mano e sorrideva. Era lei, ne era sicuro, non poteva sbagliare. Le corse incontro, i telefoni si toccarono. Era bellissima, aveva l’ultimo modello di telefono, con cui poteva persino disegnare il sorriso… Era bellissima, si guardarono e poi iniziarono a parlare. Erano parole d’amore, non più semplici messaggi, ma parole, un fiume di parole, frasi romantiche. E si guardavano senza il coraggio di toccarsi, ma si amavano ed era bellissimo. Era meraviglioso. Luigi non si era mai sentito così, era la donna della sua vita…<br />
L’agente di polizia ferroviaria, che era stato chiamato da alcuni viaggiatori a causa del solito ubriacone che molestava le persone di passaggio, si trovò davanti una scena che lo sorprese alquanto. Due persone, uomo e donna, stavano una di fronte all’altro, armati di cellulare, compiendo una sorta di rituale fatto di gesti, ammiccamenti, sorrisi, strizzate d’occhio, versi gutturali. Erano vestiti in maniera bizzarra. L’uomo indossava la camicia sopra la giacca, aveva tutto l’abito spiegazzato e macchiato, un paio di ciabatte e la barba fatta a metà. La donna una camicia lunga fino alle ginocchia, uno stivale a un piede, una scarpa bassa all’altro e i capelli che le ricoprivano interamente il volto.<br />
I due poi, mano nella mano, cellulare contro cellulare si voltarono e se ne andarono, lasciando l’agente perplesso.<br />
“Ti amo!” gli disse lei.<br />
“Ripetimelo ancora!” le rispose lui.</p>
<p>Enrico Solmi</p>
<p>Tratto da Enrico Solmi, Cronaca di una farsa annunciata, LibertàEdizioni 2010</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: Fosca Sensi</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-559</link>
		<dc:creator>Fosca Sensi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 15:45:37 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-559</guid>
		<description>GRAZIA

Lungo via Gramsci. Grazia siede su una panca, la camicia rossa le tira sotto gli angoli delle braccia e la piega dei seni. Si porta una mano alla fronte, la passa sulle gambe dei pantaloni. Seguo le sue ciabatte, ciabatte nere e suola di sughero alle quali sono appuntate due fibbie dorate e senza più vernice, schiacciate sofferenti ai calcagni, straripanti di due fiocche grasse, accostarsi alla boccia degli impiegati. 
In effetti nel palazzo è così: beviamo tutti da una fonte di plastica. Il bicchiere è avvolto nelle mani, il piccolo bicchiere di carta si solleva e l’acqua è una vena fredda nella bocca spessa e impastata di rossetto, nell’interno di saliva concentrata, lungo tutto il corpo moro e burroso. 
Getta il bicchiere, una mano dietro le reni, l’altra sul figlio che tiene dentro la pancia, siede nuovamente con la testa reclinata sul pacco delle riviste per gli ospiti e sulla fatica della decenza occidentale che le tira nello scollo della camicia, nella durezza dei pantaloni, nell’ingratitudine delle ciabatte di plastica.
Sono nel mio ufficio, Grazia immediatamente dietro di me oltre una parete di vetro, la scrivania è vuota, Grazia per un momento prova a sillabare la parola reception poi rinuncia e si rivolge alle pareti di vetro. Non capisce perché ci siano stanze trasparenti e nessuno la veda e le parli, lei che siede con le ginocchia discoste, le gambe lo stesso colme alla radice come succede a tutte le donne incinte, il collo pieno e una fiammata di capelli corvini tenuti a bada da un fermaglio a forma di farfalla. 
Pochi giorni fa ho visto su una scrivania un foglio con la sua faccia di badante o di donna delle pulizie, una faccia che non capisce perché si debba aspettare in un corridoio qualcuno che dia un permesso per conto di qualcun altro per prendere uno straccio e un bastone e lavare il cesso di qualcun altro ancora che non ha tempo di farlo da solo.
Non capisci Grazia e sei venuta a chiedere lavoro e aspetti dietro il mio ufficio che qualcuno si degni di parlarti. Ma mi domando cosa potrai fare così lontana da casa tua, nella solitudine di un figlio e l&#039;imbecillità di un continente che ti ha vestita da capo a piedi.


Fosca Sensi

http://foscasensi.splinder.com/</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>GRAZIA</p>
<p>Lungo via Gramsci. Grazia siede su una panca, la camicia rossa le tira sotto gli angoli delle braccia e la piega dei seni. Si porta una mano alla fronte, la passa sulle gambe dei pantaloni. Seguo le sue ciabatte, ciabatte nere e suola di sughero alle quali sono appuntate due fibbie dorate e senza più vernice, schiacciate sofferenti ai calcagni, straripanti di due fiocche grasse, accostarsi alla boccia degli impiegati.<br />
In effetti nel palazzo è così: beviamo tutti da una fonte di plastica. Il bicchiere è avvolto nelle mani, il piccolo bicchiere di carta si solleva e l’acqua è una vena fredda nella bocca spessa e impastata di rossetto, nell’interno di saliva concentrata, lungo tutto il corpo moro e burroso.<br />
Getta il bicchiere, una mano dietro le reni, l’altra sul figlio che tiene dentro la pancia, siede nuovamente con la testa reclinata sul pacco delle riviste per gli ospiti e sulla fatica della decenza occidentale che le tira nello scollo della camicia, nella durezza dei pantaloni, nell’ingratitudine delle ciabatte di plastica.<br />
Sono nel mio ufficio, Grazia immediatamente dietro di me oltre una parete di vetro, la scrivania è vuota, Grazia per un momento prova a sillabare la parola reception poi rinuncia e si rivolge alle pareti di vetro. Non capisce perché ci siano stanze trasparenti e nessuno la veda e le parli, lei che siede con le ginocchia discoste, le gambe lo stesso colme alla radice come succede a tutte le donne incinte, il collo pieno e una fiammata di capelli corvini tenuti a bada da un fermaglio a forma di farfalla.<br />
Pochi giorni fa ho visto su una scrivania un foglio con la sua faccia di badante o di donna delle pulizie, una faccia che non capisce perché si debba aspettare in un corridoio qualcuno che dia un permesso per conto di qualcun altro per prendere uno straccio e un bastone e lavare il cesso di qualcun altro ancora che non ha tempo di farlo da solo.<br />
Non capisci Grazia e sei venuta a chiedere lavoro e aspetti dietro il mio ufficio che qualcuno si degni di parlarti. Ma mi domando cosa potrai fare così lontana da casa tua, nella solitudine di un figlio e l&#8217;imbecillità di un continente che ti ha vestita da capo a piedi.</p>
<p>Fosca Sensi</p>
<p><a href="http://foscasensi.splinder.com/" rel="nofollow">http://foscasensi.splinder.com/</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Giacomo Ambrosino</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-558</link>
		<dc:creator>Giacomo Ambrosino</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 15:42:48 +0000</pubDate>
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		<description>AD ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN

Testardi,
dolci, caparbi 
eravate lì,
in un posto dimenticato
da tutti ma non dalla guerra.
Correvate,
trovando riparo
nell’accoglienza delle donne locali;
in mano un microfono e 
una videocamera,
il vostro bisogno di verità,
di dirla,
di insegnarla,
di diffonderla al mondo intero.
Un giorno,
quel 20 marzo 1994
ad accogliervi fu
la morte, 
travestita da blitz,
ad uccidervi non furono
gruppi terroristi,
ma qualcuno più
potente,
qualcuno che 
voleva nascondere la verità;
proprio quella che, 
con il vostro cuore
e la vostra determinazione,
avete saputo scovare
e condannare.
Grazie Ilaria,
Grazie Miran…


Giacomo Ambrosino

Tratto da Giacomo Ambrosino, La finestra del cuore. Poesie e racconti di pace, LibertàEdizioni, 2010</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>AD ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN</p>
<p>Testardi,<br />
dolci, caparbi<br />
eravate lì,<br />
in un posto dimenticato<br />
da tutti ma non dalla guerra.<br />
Correvate,<br />
trovando riparo<br />
nell’accoglienza delle donne locali;<br />
in mano un microfono e<br />
una videocamera,<br />
il vostro bisogno di verità,<br />
di dirla,<br />
di insegnarla,<br />
di diffonderla al mondo intero.<br />
Un giorno,<br />
quel 20 marzo 1994<br />
ad accogliervi fu<br />
la morte,<br />
travestita da blitz,<br />
ad uccidervi non furono<br />
gruppi terroristi,<br />
ma qualcuno più<br />
potente,<br />
qualcuno che<br />
voleva nascondere la verità;<br />
proprio quella che,<br />
con il vostro cuore<br />
e la vostra determinazione,<br />
avete saputo scovare<br />
e condannare.<br />
Grazie Ilaria,<br />
Grazie Miran…</p>
<p>Giacomo Ambrosino</p>
<p>Tratto da Giacomo Ambrosino, La finestra del cuore. Poesie e racconti di pace, LibertàEdizioni, 2010</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Renato Pezzano</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-556</link>
		<dc:creator>Renato Pezzano</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 09:31:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-556</guid>
		<description>LA MACCHINA CHE FABBRICAVA LE DONNE

Mike Centonze, come tutti gli italo americani, viveva perennemente col complesso di inferiorità ereditato dai nonni, emigranti di Tinchi, piccolissimo paese del materano, dal quale erano fuggiti negli anni Quaranta per far fortuna negli Stati Uniti. E dai nonni il buon Mike aveva ereditato anche una casa in campagna, una Cadillac del ‘68 e qualche decina di migliaia di dollari in un conto bancario di quelli che i parenti previdenti tengono segreto fino al giorno della loro dipartita da questa terra. 
Così Mike, laureato in lettere moderne per far piacere alla sua mamma malata e ormai scomparsa, in realtà faceva l’inventore, perché era stato sempre questo il suo pallino, sin da ragazzino, sin da quando alle scuole medie carbonizzò completamente il laboratorio di fisica nel tentativo maldestro di produrre la fusione fredda. 
Anche per questo era ben presto diventato lo zimbello di tutta la scuola, gli amici lo chiamavano il pazzo e le ragazze lo evitavano come fosse un appestato. Ovviamente trasandato e perennemente spettinato, fino ai primi anni del liceo le donne non lo avevano minimamente interessato, immerso com’era nei suoi pensieri, ma poi si era dovuto suo malgrado arrendere a quella tempesta ormonale che inevitabilmente arriva come una valanga. 
Nel giro di un’estate gli spuntò una barba ispida che provvide a non tagliare mai, brufoli sparsi tra il volto e le braccia, un timbro di voce che sembrava uscito direttamente da un libro di Stephen King… a questo punto, preso atto della sua condizione di “genio incompreso”, si richiuse nella sua cantina adibita a laboratorio e cominciò a sperimentare i più svariati tipi di invenzioni fallimentari che mente umana possa concepire.
La Cadillac venne venduta su e-bay per finanziare lo smolecolizzatore di materia, una macchina per il trasferimento di qualsivoglia oggetto da un punto all’altro del pianeta. Il primo esperimento vide un telefono fondersi nella cabina di trasmissione, il secondo tentativo procurò un’atroce morte ad uno sfortunato micio di passaggio. Accantonata l’idea del trasferimento di materia, la tappa successiva fu rappresentata da una sorta di macchina del tempo, in grado di andare avanti di sole ventiquattro ore per intervenire a evitare incidenti, morti tragiche, prevedere terremoti e inondazioni, ma anche, perché no, sbirciare i numeri vincenti della ricchissima lotteria locale, un po’ di moneta non fa mai male.
Il risultato fu un’enorme fiammata che dalla cantina si alzò di diversi metri bruciando il pavimento del salone sovrastante e rendendo l’aria irrespirabile. Come se non bastasse, il dispendio di energia necessario per il trasferimento spazio-temporale aveva lasciato al buio un intero quartiere della piccola cittadina che, dopo brevi indagini, scoprendo la causa del blackout, ricominciò a canzonare pesantemente il giovane Mike, costretto ad affittare una stanza in una pensione vicina, a causa dei miasmi tossici ristagnanti nell’abitazione. 
“Vi farò vedere io un giorno, bifolchi, verrete da me a implorare le mie invenzioni, menti vacue e senza ambizioni… e le donne, ah, le donne, strisceranno ai miei piedi per mendicare un bacio del genio… vedrete…”
Una volta rientrato a casa, andò dal banchiere vecchio amico del nonno che, mosso a pietà, gli concesse un muto con gravosa ipoteca sulla casa e il solitario Mike si mise a lavorare all’invenzione più geniale della storia dell’intero mondo. 
Una cabina insonorizzata collegata da fasci di innumerevoli cavi colorati che entravano ed uscivano da gruppi di computer di ultimissima generazione, capaci di miliardi di calcoli al secondo, il tutto interfacciato ad un caschetto metallico che avrebbe raccolto e tradotto gli impulsi cerebrali dell’inventore, in un connubio perfetto tra macchina e uomo per creare, sì, creare il proprio identico alter ego… la macchina clonatrice!
Con un suo clone, uguale nelle intenzioni e nella personalità, avrebbe ottenuto l’assistente perfetto, in grado di dimezzargli il lavoro, capire le istruzioni al volo e sostituirlo nelle eventuali commissioni, sempre durissime da affrontare a causa dello scherno dei suoi impietosi compaesani.
La macchina ebbe bisogno di mesi di montaggio e calibrazione, i calcoli dovevano essere perfetti al miliardesimo, un minimo errore avrebbe potuto provocare chissà quali conseguenze al clone… l’unico calcolo che non fece, e fu fatale, fu settare il suo cervello. 
Una notte serena di primavera, nella pace totale, le apparecchiature lavoravano a calcoli impossibili e l’inserimento dei dati era finalmente concluso. Si posizionò il caschetto sul cranio, fissandolo con le cinghie a causa della massa informe di capelli e diede il via all’esperimento più folle mai concepito in una cantina del Kentucky.
Nel preciso momento in cui la cabina cominciò a sfrigolare e a traballare in maniera preoccupante, gli venne in mente, per chissà quale random neurologico, la sua maestra delle scuole elementari, una donnina tenera, bassa e dalle forme generose, che era solito stringerlo al petto facendogli affondare il visino tra i seni esageratamente caldi e morbidi… scacciò immediatamente, ma faticosamente, il pensiero concentrandosi su se stesso e immaginando il proprio clone, sudando copiosamente anche per l’imbarazzo dell’erezione che gli premeva contro i pantaloni sudici…
Nulla, provò a pensare a tutt’altro, a una nave, a un modellino di galeone che aveva costruito da bambino con gli stuzzicadenti, a una sedia… 
Nella cabina della macchina una sagoma, decisamente bassa e decisamente femminile, prese forma in mezzo ad un’intensa luce bluastra. Ne riconobbe subito la voce, vagamente legnosa e la creatura uscì dall’aggeggio che evidentemente non funzionava come doveva. La maestrina, spaesata, si muoveva in modo curiosamente goffo, una gamba avanti all’altra ma come se fosse legata, impacciata… improvvisamente inciampò su un cavo, vacillò ed emettendo un gemito rovinò al suolo esplodendo in milioni di frammenti di legno simili a stuzzicadenti, inondando l’aria e il pavimento di schegge impazzite non più lunghe di cinque centimetri.
Mike, impietrito e insieme interessato, trasse le conclusioni da quello a cui aveva appena assistito… la maestra era stata la materializzazione di un suo desiderio fugace ma ben impiantato nella psiche, che si era mescolato assieme agli altri ricordi dell’infanzia, in particolare quel maledetto galeone.  Furono settimane di correzioni, calcoli e modifiche a tutta l’apparecchiatura, lavorò alacremente giorno e notte affinché la macchina si concentrasse solo ed esclusivamente sulla sintesi delle molecole organiche umane, dimagrì, i capelli gli crebbero ulteriormente, il suo aspetto peggiorò radicalmente…
Venne il giorno del secondo esperimento, i computer erano al lavoro da ore, il suo casco ben collocato sulla testa. Si concentrò sulla sua immagine per alcuni minuti e, appena si sentì pronto, diede l’input… La cabina prese nuovamente a sfrigolare e a vibrare, lui a sudare copiosamente, le macchine impazzivano di calcoli, l’aria nella cantina era diventata rovente, fragore, ma nulla sembrava volesse prendere forma… aprì istintivamente gli occhi, il sudore gli colò dentro il bulbo e lui, bestemmiando, visualizzò per un decimo di secondo la donna delle pulizie della vecchia zia, una slovena esageratamente bella e sensuale, alla quale non era riuscito in vita sua che a rivolgere più di un timido saluto. 
Non diede granché peso a questo flash cerebrale, non fosse stato per il fatto che, all’improvviso, cominciò ad avvertire nell’aria l’inconfondibile profumo esotico della donna… 
La cabina smise di sfrigolare e traballare e una figura eterea, in mezzo ai fumi, si stagliava sempre più nitida… alta, bionda, con due occhi azzurri come il mare d’estate, un corpo perfetto e una marea di capelli biondi… Uscì dalla cabina, morbida, flessuosa, guardandosi intorno, riconoscendolo e salutandolo con un sorriso, usando l’idioma madre e non ottenendo alcuna risposta dallo scienziato che si limitava a profferire suoni gutturali in un misto di incredulità ed eccitazione scientifica.
Stavolta sperò decisamente che la donna uscita da quell’arnese anarchico non si infrangesse in legnetti di varia misura o, peggio, si sciogliesse davanti ai suoi occhi. Non accadde nulla di tutto questo… lui si tolse il casco e dovette, suo malgrado, accettare che la macchina non clonava la sua persona, ma materializzava gli individui che gli passavano per la testa mentre era in interconnessione neurale con i computer… dovette anche ammettere che, stavolta, la materializzazione non gli dispiaceva affatto.
La donna, spaesata, continuava a chiedergli spiegazioni nella sua lingua, lui, preso da ben altre congetture, non le rispondeva, ma un dubbio improvviso lo turbò… e se si fosse trasferita dalla dimensione dell’abitazione della zia al suo laboratorio? La zia non avrebbe certo tardato ad avvisare le forze dell’ordine della sparizione della sua domestica… e le ricerche avrebbero inevitabilmente portato anche a perquisire il suo domicilio. Rischiava un’accusa di sequestro di persona… telefonò terrorizzato all’anziana parente, la quale, senza batter ciglio, gli rispose che la ragazza non solo era lì da lei a cucinare, ma quando piuttosto si sarebbe deciso a trovare una brava mogliettina che lo accudisse e lo rendesse più presentabile… Interruppe la comunicazione… dunque il clone era effettivamente tale… doveva studiare il da farsi.
Quella donna sembrava fosse stata da sempre lì con lui, non manifestava nessun segno di disagio, bensì sembrava attendere un ordine, ferma, statuaria e con un’espressione gentile sul volto… lui la prese per mano e la condusse nel soggiorno. Il suo stomaco protestava, le fece il cenno inequivocabile di girare la forchetta in un piatto di spaghetti e portarsela alla bocca e lei, con un cenno di assenso, si diresse in cucina per mettersi all’opera. 
Allora Mike intuì che la macchina, con tutta probabilità, non solo aveva riprodotto la figura della donna ma anche il suo ruolo, cioè quello di servire.  Perso nelle più recondite fantasie che un uomo possa fare su una ragazza bellissima e completamente remissiva al proprio servizio, decise che avrebbe condotto degli esperimenti similari al più presto. Fecero l’amore per settimane, lei gli insegnò la tenerezza e tante altre cose. Lo ripulì per bene donandogli un aspetto civile, ma lui non poteva uscire pubblicamente con lei, rischiando di incontrarne la versione originaria con conseguenze a dir poco impensabili. Questo, purtroppo, divenne un problema da risolvere alla svelta, poiché la sua compagna, che aveva chiamato Iris, frequentemente sbirciava fuori dalla finestra del cortile e se fosse uscita le conseguenze potevano essere disastrose. 
Cominciò a lavorare al procedimento contrario, cioè la smaterializzazione del clone, d’altronde non era assimilabile all’omicidio, biologicamente, Iris non esisteva, non era mai nata. Una notte, dopo una settimana di lavoro intenso, le chiese gentilmente, in un idioma che avevano creato fra loro fatto di verbi basilari, di seguirlo in cantina, dove l’avrebbe convinta a pulire i macchinari, che invece erano tutti accesi e febbrilmente al lavoro. Lei, quasi come se intuisse e accettasse la fine della sua permanenza, si infilò direttamente nella cabina in cui era “nata”, lui la guardò, esitò, ma la scienza non permette sentimentalismi, quindi diede l’impulso ai computer e di lei, in un secondo, restò solo il profumo.
Il terzo esperimento lo condusse nella notte successiva. Il suo convertitore era in grado, ne era sicuro, di materializzare e smaterializzare i cloni con la semplice modifica di una sequenza numerica. Si ricollegò al casco, diede l’input e pensò direttamente alla sua compagna di banco dell’ultimo anno di liceo, la bruttissima Carol Messner che era perdutamente innamorata di lui e che trattava come se fosse la più indegna delle ragazze. Si materializzò in pochi secondi, uguale a come la ricordava e, mentre lei già sorrideva avendolo riconosciuto, invertì la sequenza numerica facendola sparire prima che profferisse verbo. 
Poi provò con la moglie del droghiere, nota fedifraga che non faceva mistero del suo passato e presente di consolatrice di mariti solitari, però immaginandola bruna anziché bionda, con gli occhi scuri anziché chiari e leggermente più magra di come la ricordasse… Si materializzò con quel suo sorriso impertinente e il grembiule da lavoro, sui tacchi troppo alti per una salumiera, guardandolo e ammiccando verso di lui, però bruna e con gli occhi neri. Anche qui, sequenza numerica invertita, benché un pensiero peccaminoso gli attraversasse il sistema nervoso, e lei scomparve…
Non c’erano dubbi, aveva inventato la macchina che clonava, no, che fabbricava donne a suo piacimento…
I mesi successivi furono incredibili, il suo aspetto era riposato e fiero, aveva materializzato tutte le donne che aveva desiderato e che non lo avevano mai degnato d’uno sguardo, alcune semplicemente per il piacere di smaterializzarle un minuto dopo, altre per offenderle e trattarle male, altre per possederle selvaggiamente per giorni e giorni, benché in realtà di un paio di loro si stesse innamorando pericolosamente, ma la scienza è scienza…
A volte usciva di casa solamente per andare un po’ a zonzo e fissare nella testa i volti e i corpi di donne che incontrava per la strada, per poi replicarle e usarle per i propri “esperimenti”. Raccoglieva tutte le impressioni in un quaderno che teneva sotto il letto, nel quale annotava dettagli che andavano dalla semplice reazione visiva al carattere specifico di ogni clone. Aveva infatti notato che, benché i cloni tendenzialmente lo riconoscessero come loro creatore e quindi con una sorta di rispetto e di servilismo spontanei, alcuni, anzi alcune di loro, mostravano caratteristiche diverse, come passionalità o sensualità più spiccate rispetto ad altre, dolcezza o spigolosità nel carattere, passione o rifiuto per i lavori domestici. Quindi il clone portava con sé anche il carattere dell’originale e questo era motivo di rischio poiché non conosceva la mentalità dei soggetti che voleva duplicare. 
Ovviamente su quel quaderno c’era un intero capitolo dedicato alle caratteristiche sessuali di ogni compagna, spesso accompagnati da foto esplicite e descrizioni minuziose dell’atto sessuale o di particolari pratiche.
Dopo un lungo periodo, aveva cominciato a perdere quasi interesse nell’esperimento in sé, procurandosi i cloni per il semplice soddisfacimento sessuale e desiderando inoltre innamorarsi di una donna inedita, non di una copia.
Capitò un fatto curioso. La giovane moglie del ricco banchiere della cittadina, la signora Matilda Power De Grassi, nota arrivista senza scrupoli, dalla bellezza paragonabile solamente alla sua ruvidità caratteriale, venne a mancare per un’improvvisa malattia cardiaca. La signora era praticamente sconosciuta in città, poiché, trasferitasi da New York per seguire l’anziano marito ricchissimo che le aveva promesso una vita di agiatezze e lussi, si era barricata in casa dal primo momento aborrendo completamente tutte le amicizie del banchiere, il quale, noto viveur, era solito organizzare festini e ricevimenti nelle sue dimore sparse sul territorio, invitando qualsivoglia genere di ospiti, conducendo un tipo di vita smodata e viziosa che andava drammaticamente a cozzare con la voglia di riservatezza e di classe cui ambiva la sua giovane e bellissima moglie.
Si narrava, vox populi, che la moglie lo avesse conquistato con le sue arti amatorie ed erotiche, ma si diceva anche che lei fosse di una gelosia illimitata e che spesso il marito, al rientro dai party, dovesse ritirarsi nella stanza degli ospiti poiché lei, minacciandolo di morte, distruggeva gli arredi con una furia devastatrice impressionante.
Mike non conosceva tutti questi dettagli, sapeva della bellezza prorompente della donna avendola incontrata casualmente proprio il giorno del suo arrivo, imprimendosi ogni dettaglio come la sua mente analitica sapeva fare e conosceva la di lei riservatezza che la rendeva quasi una sconosciuta… 
Accese le macchine, si concentrò sull’unica immagine che aveva di lei, ben nitida, lei che scendeva dalla macchina in tailleur, le gambe fasciate in nylon sottile color carne, le scarpe bianche dai tacchi vertiginosi, la camicetta bianca che era sul punto di straripare, un cappello che le copriva la testa ricca di capelli neri lunghi e mossi, e un viso che era un perfetto connubio di dolcezza e carnalità, occhi azzurri, nasino vagamente orientale, labbra carnose, collo lungo e sottile.
Non aveva mai provato la clonazione di una donna defunta, ma era il momento di osare.
Fu un attimo, lei comparve lì, davanti a lui, altera, bellissima, vestita esattamente come la ricordava. Gli si avvicinò, lo guardò, lo baciò sulle labbra inumidendole in un attimo e cominciò a guardarsi in giro, tacchettando lentamente sulle gambe lunghissime e perfette. Lui si sentì l’imperatore del mondo intero. Aveva la donna che desiderava più di tutte e che in condizioni normali non avrebbe nemmeno potuto guardare. Lei era lì per lui, lo riconosceva come suo creatore, ma già dimostrava la sua personalità forte e decisa, toccando e spostando oggetti e cercando di decifrare l’incredibile quantità di numeri che si affollavano sugli schermi dei computer.
Lui si tolse il casco, le si avvicinò, la cinse e lei gemette inarcandosi, pronta come lui l’aveva sempre immaginata. Avevano ragione i suoi paesani, era una donna nata per il letto. 
Lui se ne innamorò perdutamente nel giro di pochi giorni. Lei adorava stare a casa a sistemare gli ambienti, gli diceva cosa comprare e cosa togliere, e lui l’accontentava in ogni capriccio. La casa era diventata bellissima e confortevole. Il mangiare era sano e mai uguale, lei era un’ottima dietista, attenta e scrupolosa, e poi… c’erano le notti, quelle notti senza confronti.
Successe una mattina. 
Lei decise che avrebbero avuto bisogno di un letto più comodo e grande, con uno schienale in ferro battuto dove agganciare manette e catene nel migliore dei modi e soprattutto un materasso che seguisse i movimenti dei loro corpi in maniera perfetta. Lui uscì, recandosi al mobilificio più vicino.
Lei cominciò a disfare il letto, tolse le lenzuola, scostò il materasso e da lì cadde un quaderno che la incuriosì.
Lesse dei nomi, delle date, troppi nomi, tutti femminili, lesse le annotazioni scientifiche, lesse i dettagli caratteriali e quelli fisici, lesse di notti descritte nei particolari più scabrosi, lesse di esperimenti sessuali e vide foto, tante foto, donne su donne, belle, meno belle, brutte, grasse, magre, basse, alte, sorridenti, tristi… 
Mike aveva ordinato un letto in ferro battuto stile Ottocento, completo di baldacchino e un materasso ad acqua di ultima generazione. Proprio pensando al materasso ebbe un fremito che gli partì dalla colonna vertebrale per terminargli alle gambe, ma non vi prestò attenzione. Entrando in casa gli sembrò che fosse passato un tornado esclusivamente tra le sue pareti, accompagnato da un terremoto devastante. Non un oggetto era rimasto integro, che fosse mobile o bottiglia, sedia o stipetto, televisore o portacenere. Tutto era distrutto, tutto. Trovò il quaderno strappato in mille brandelli sparsi per la camera da letto, mentre sentiva delle urla agghiaccianti e, in quel momento, capì. 
Sentì dei rumori provenire dal laboratorio. Lei era lì, ansimante come un animale che lotta, in mano un martello, tutto era acceso e funzionante.
L’unica speranza era spingerla nella macchina con la forza e avviare il processo di smaterializzazione. L’amava, lo sapeva bene, l’amava alla follia, ma lei lo avrebbe ucciso. Era gelosa, gelosissima e aveva scoperto il suo passato di fabbricante di donne.
Lui entrò silenziosissimo, cercando di guadagnare il tastierino numerico che serviva per la sequenza contraria. Sarebbe bastato avviarla e spingerla dentro anche successivamente, l’importante era che si creasse il flusso di smaterializzazione… Non finì nemmeno di fare la sequenza che lei, senza girarsi, gli disse “Non so cosa sia questo apparecchio dal quale sono uscita, ma sono sicura che in qualche modo ha a che fare con quella massa di puttanelle che hai catalogato e amato prima di me…” e dicendo questo vibrò una martellata fulminea al primo dei monitor che esplose all’istante… lui cercò di fermarla ma, inciampando in un groviglio di cavi, le cadde rovinosamente ai piedi, mentre lei, schiacciandogli una mano con il tacco appuntito, fracassava il secondo monitor con il martello, strappando via matasse di fili a casaccio. Le scintille si sprigionavano a cascata come fuochi d’artificio, l’aria si riempiva di fumo spesso e maleodorante, lui gemeva tenendosi la mano spappolata e vedeva la furia di lei che stava rovesciando uno per uno tutti i computer che incontrava. 
Bastarono pochissimi minuti per mandare all’aria il lavoro di una vita, nonché diverse decine di migliaia di dollari di apparecchiature… restava solo la cabina, immobile e spenta, al centro del laboratorio che era ora un cumulo di macerie fuse e disintegrate.
Lei si avvicinò a lui, lo guardò quasi teneramente, posò il martello, gli tese una mano, lo tirò a sé e gli disse “ Ora che abbiamo eliminato quella macchina del peccato potremmo ricominciare ad amarci come prima…” e lo spinse dolcemente all’interno della cabina… Lui, incapace di qualsiasi reazione, la guardò rantolando senza profferire parola, accorgendosi, un attimo prima di sparire per sempre nel nulla, che lei… pffffffffffff…
 
Renato Pezzano</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>LA MACCHINA CHE FABBRICAVA LE DONNE</p>
<p>Mike Centonze, come tutti gli italo americani, viveva perennemente col complesso di inferiorità ereditato dai nonni, emigranti di Tinchi, piccolissimo paese del materano, dal quale erano fuggiti negli anni Quaranta per far fortuna negli Stati Uniti. E dai nonni il buon Mike aveva ereditato anche una casa in campagna, una Cadillac del ‘68 e qualche decina di migliaia di dollari in un conto bancario di quelli che i parenti previdenti tengono segreto fino al giorno della loro dipartita da questa terra.<br />
Così Mike, laureato in lettere moderne per far piacere alla sua mamma malata e ormai scomparsa, in realtà faceva l’inventore, perché era stato sempre questo il suo pallino, sin da ragazzino, sin da quando alle scuole medie carbonizzò completamente il laboratorio di fisica nel tentativo maldestro di produrre la fusione fredda.<br />
Anche per questo era ben presto diventato lo zimbello di tutta la scuola, gli amici lo chiamavano il pazzo e le ragazze lo evitavano come fosse un appestato. Ovviamente trasandato e perennemente spettinato, fino ai primi anni del liceo le donne non lo avevano minimamente interessato, immerso com’era nei suoi pensieri, ma poi si era dovuto suo malgrado arrendere a quella tempesta ormonale che inevitabilmente arriva come una valanga.<br />
Nel giro di un’estate gli spuntò una barba ispida che provvide a non tagliare mai, brufoli sparsi tra il volto e le braccia, un timbro di voce che sembrava uscito direttamente da un libro di Stephen King… a questo punto, preso atto della sua condizione di “genio incompreso”, si richiuse nella sua cantina adibita a laboratorio e cominciò a sperimentare i più svariati tipi di invenzioni fallimentari che mente umana possa concepire.<br />
La Cadillac venne venduta su e-bay per finanziare lo smolecolizzatore di materia, una macchina per il trasferimento di qualsivoglia oggetto da un punto all’altro del pianeta. Il primo esperimento vide un telefono fondersi nella cabina di trasmissione, il secondo tentativo procurò un’atroce morte ad uno sfortunato micio di passaggio. Accantonata l’idea del trasferimento di materia, la tappa successiva fu rappresentata da una sorta di macchina del tempo, in grado di andare avanti di sole ventiquattro ore per intervenire a evitare incidenti, morti tragiche, prevedere terremoti e inondazioni, ma anche, perché no, sbirciare i numeri vincenti della ricchissima lotteria locale, un po’ di moneta non fa mai male.<br />
Il risultato fu un’enorme fiammata che dalla cantina si alzò di diversi metri bruciando il pavimento del salone sovrastante e rendendo l’aria irrespirabile. Come se non bastasse, il dispendio di energia necessario per il trasferimento spazio-temporale aveva lasciato al buio un intero quartiere della piccola cittadina che, dopo brevi indagini, scoprendo la causa del blackout, ricominciò a canzonare pesantemente il giovane Mike, costretto ad affittare una stanza in una pensione vicina, a causa dei miasmi tossici ristagnanti nell’abitazione.<br />
“Vi farò vedere io un giorno, bifolchi, verrete da me a implorare le mie invenzioni, menti vacue e senza ambizioni… e le donne, ah, le donne, strisceranno ai miei piedi per mendicare un bacio del genio… vedrete…”<br />
Una volta rientrato a casa, andò dal banchiere vecchio amico del nonno che, mosso a pietà, gli concesse un muto con gravosa ipoteca sulla casa e il solitario Mike si mise a lavorare all’invenzione più geniale della storia dell’intero mondo.<br />
Una cabina insonorizzata collegata da fasci di innumerevoli cavi colorati che entravano ed uscivano da gruppi di computer di ultimissima generazione, capaci di miliardi di calcoli al secondo, il tutto interfacciato ad un caschetto metallico che avrebbe raccolto e tradotto gli impulsi cerebrali dell’inventore, in un connubio perfetto tra macchina e uomo per creare, sì, creare il proprio identico alter ego… la macchina clonatrice!<br />
Con un suo clone, uguale nelle intenzioni e nella personalità, avrebbe ottenuto l’assistente perfetto, in grado di dimezzargli il lavoro, capire le istruzioni al volo e sostituirlo nelle eventuali commissioni, sempre durissime da affrontare a causa dello scherno dei suoi impietosi compaesani.<br />
La macchina ebbe bisogno di mesi di montaggio e calibrazione, i calcoli dovevano essere perfetti al miliardesimo, un minimo errore avrebbe potuto provocare chissà quali conseguenze al clone… l’unico calcolo che non fece, e fu fatale, fu settare il suo cervello.<br />
Una notte serena di primavera, nella pace totale, le apparecchiature lavoravano a calcoli impossibili e l’inserimento dei dati era finalmente concluso. Si posizionò il caschetto sul cranio, fissandolo con le cinghie a causa della massa informe di capelli e diede il via all’esperimento più folle mai concepito in una cantina del Kentucky.<br />
Nel preciso momento in cui la cabina cominciò a sfrigolare e a traballare in maniera preoccupante, gli venne in mente, per chissà quale random neurologico, la sua maestra delle scuole elementari, una donnina tenera, bassa e dalle forme generose, che era solito stringerlo al petto facendogli affondare il visino tra i seni esageratamente caldi e morbidi… scacciò immediatamente, ma faticosamente, il pensiero concentrandosi su se stesso e immaginando il proprio clone, sudando copiosamente anche per l’imbarazzo dell’erezione che gli premeva contro i pantaloni sudici…<br />
Nulla, provò a pensare a tutt’altro, a una nave, a un modellino di galeone che aveva costruito da bambino con gli stuzzicadenti, a una sedia…<br />
Nella cabina della macchina una sagoma, decisamente bassa e decisamente femminile, prese forma in mezzo ad un’intensa luce bluastra. Ne riconobbe subito la voce, vagamente legnosa e la creatura uscì dall’aggeggio che evidentemente non funzionava come doveva. La maestrina, spaesata, si muoveva in modo curiosamente goffo, una gamba avanti all’altra ma come se fosse legata, impacciata… improvvisamente inciampò su un cavo, vacillò ed emettendo un gemito rovinò al suolo esplodendo in milioni di frammenti di legno simili a stuzzicadenti, inondando l’aria e il pavimento di schegge impazzite non più lunghe di cinque centimetri.<br />
Mike, impietrito e insieme interessato, trasse le conclusioni da quello a cui aveva appena assistito… la maestra era stata la materializzazione di un suo desiderio fugace ma ben impiantato nella psiche, che si era mescolato assieme agli altri ricordi dell’infanzia, in particolare quel maledetto galeone.  Furono settimane di correzioni, calcoli e modifiche a tutta l’apparecchiatura, lavorò alacremente giorno e notte affinché la macchina si concentrasse solo ed esclusivamente sulla sintesi delle molecole organiche umane, dimagrì, i capelli gli crebbero ulteriormente, il suo aspetto peggiorò radicalmente…<br />
Venne il giorno del secondo esperimento, i computer erano al lavoro da ore, il suo casco ben collocato sulla testa. Si concentrò sulla sua immagine per alcuni minuti e, appena si sentì pronto, diede l’input… La cabina prese nuovamente a sfrigolare e a vibrare, lui a sudare copiosamente, le macchine impazzivano di calcoli, l’aria nella cantina era diventata rovente, fragore, ma nulla sembrava volesse prendere forma… aprì istintivamente gli occhi, il sudore gli colò dentro il bulbo e lui, bestemmiando, visualizzò per un decimo di secondo la donna delle pulizie della vecchia zia, una slovena esageratamente bella e sensuale, alla quale non era riuscito in vita sua che a rivolgere più di un timido saluto.<br />
Non diede granché peso a questo flash cerebrale, non fosse stato per il fatto che, all’improvviso, cominciò ad avvertire nell’aria l’inconfondibile profumo esotico della donna…<br />
La cabina smise di sfrigolare e traballare e una figura eterea, in mezzo ai fumi, si stagliava sempre più nitida… alta, bionda, con due occhi azzurri come il mare d’estate, un corpo perfetto e una marea di capelli biondi… Uscì dalla cabina, morbida, flessuosa, guardandosi intorno, riconoscendolo e salutandolo con un sorriso, usando l’idioma madre e non ottenendo alcuna risposta dallo scienziato che si limitava a profferire suoni gutturali in un misto di incredulità ed eccitazione scientifica.<br />
Stavolta sperò decisamente che la donna uscita da quell’arnese anarchico non si infrangesse in legnetti di varia misura o, peggio, si sciogliesse davanti ai suoi occhi. Non accadde nulla di tutto questo… lui si tolse il casco e dovette, suo malgrado, accettare che la macchina non clonava la sua persona, ma materializzava gli individui che gli passavano per la testa mentre era in interconnessione neurale con i computer… dovette anche ammettere che, stavolta, la materializzazione non gli dispiaceva affatto.<br />
La donna, spaesata, continuava a chiedergli spiegazioni nella sua lingua, lui, preso da ben altre congetture, non le rispondeva, ma un dubbio improvviso lo turbò… e se si fosse trasferita dalla dimensione dell’abitazione della zia al suo laboratorio? La zia non avrebbe certo tardato ad avvisare le forze dell’ordine della sparizione della sua domestica… e le ricerche avrebbero inevitabilmente portato anche a perquisire il suo domicilio. Rischiava un’accusa di sequestro di persona… telefonò terrorizzato all’anziana parente, la quale, senza batter ciglio, gli rispose che la ragazza non solo era lì da lei a cucinare, ma quando piuttosto si sarebbe deciso a trovare una brava mogliettina che lo accudisse e lo rendesse più presentabile… Interruppe la comunicazione… dunque il clone era effettivamente tale… doveva studiare il da farsi.<br />
Quella donna sembrava fosse stata da sempre lì con lui, non manifestava nessun segno di disagio, bensì sembrava attendere un ordine, ferma, statuaria e con un’espressione gentile sul volto… lui la prese per mano e la condusse nel soggiorno. Il suo stomaco protestava, le fece il cenno inequivocabile di girare la forchetta in un piatto di spaghetti e portarsela alla bocca e lei, con un cenno di assenso, si diresse in cucina per mettersi all’opera.<br />
Allora Mike intuì che la macchina, con tutta probabilità, non solo aveva riprodotto la figura della donna ma anche il suo ruolo, cioè quello di servire.  Perso nelle più recondite fantasie che un uomo possa fare su una ragazza bellissima e completamente remissiva al proprio servizio, decise che avrebbe condotto degli esperimenti similari al più presto. Fecero l’amore per settimane, lei gli insegnò la tenerezza e tante altre cose. Lo ripulì per bene donandogli un aspetto civile, ma lui non poteva uscire pubblicamente con lei, rischiando di incontrarne la versione originaria con conseguenze a dir poco impensabili. Questo, purtroppo, divenne un problema da risolvere alla svelta, poiché la sua compagna, che aveva chiamato Iris, frequentemente sbirciava fuori dalla finestra del cortile e se fosse uscita le conseguenze potevano essere disastrose.<br />
Cominciò a lavorare al procedimento contrario, cioè la smaterializzazione del clone, d’altronde non era assimilabile all’omicidio, biologicamente, Iris non esisteva, non era mai nata. Una notte, dopo una settimana di lavoro intenso, le chiese gentilmente, in un idioma che avevano creato fra loro fatto di verbi basilari, di seguirlo in cantina, dove l’avrebbe convinta a pulire i macchinari, che invece erano tutti accesi e febbrilmente al lavoro. Lei, quasi come se intuisse e accettasse la fine della sua permanenza, si infilò direttamente nella cabina in cui era “nata”, lui la guardò, esitò, ma la scienza non permette sentimentalismi, quindi diede l’impulso ai computer e di lei, in un secondo, restò solo il profumo.<br />
Il terzo esperimento lo condusse nella notte successiva. Il suo convertitore era in grado, ne era sicuro, di materializzare e smaterializzare i cloni con la semplice modifica di una sequenza numerica. Si ricollegò al casco, diede l’input e pensò direttamente alla sua compagna di banco dell’ultimo anno di liceo, la bruttissima Carol Messner che era perdutamente innamorata di lui e che trattava come se fosse la più indegna delle ragazze. Si materializzò in pochi secondi, uguale a come la ricordava e, mentre lei già sorrideva avendolo riconosciuto, invertì la sequenza numerica facendola sparire prima che profferisse verbo.<br />
Poi provò con la moglie del droghiere, nota fedifraga che non faceva mistero del suo passato e presente di consolatrice di mariti solitari, però immaginandola bruna anziché bionda, con gli occhi scuri anziché chiari e leggermente più magra di come la ricordasse… Si materializzò con quel suo sorriso impertinente e il grembiule da lavoro, sui tacchi troppo alti per una salumiera, guardandolo e ammiccando verso di lui, però bruna e con gli occhi neri. Anche qui, sequenza numerica invertita, benché un pensiero peccaminoso gli attraversasse il sistema nervoso, e lei scomparve…<br />
Non c’erano dubbi, aveva inventato la macchina che clonava, no, che fabbricava donne a suo piacimento…<br />
I mesi successivi furono incredibili, il suo aspetto era riposato e fiero, aveva materializzato tutte le donne che aveva desiderato e che non lo avevano mai degnato d’uno sguardo, alcune semplicemente per il piacere di smaterializzarle un minuto dopo, altre per offenderle e trattarle male, altre per possederle selvaggiamente per giorni e giorni, benché in realtà di un paio di loro si stesse innamorando pericolosamente, ma la scienza è scienza…<br />
A volte usciva di casa solamente per andare un po’ a zonzo e fissare nella testa i volti e i corpi di donne che incontrava per la strada, per poi replicarle e usarle per i propri “esperimenti”. Raccoglieva tutte le impressioni in un quaderno che teneva sotto il letto, nel quale annotava dettagli che andavano dalla semplice reazione visiva al carattere specifico di ogni clone. Aveva infatti notato che, benché i cloni tendenzialmente lo riconoscessero come loro creatore e quindi con una sorta di rispetto e di servilismo spontanei, alcuni, anzi alcune di loro, mostravano caratteristiche diverse, come passionalità o sensualità più spiccate rispetto ad altre, dolcezza o spigolosità nel carattere, passione o rifiuto per i lavori domestici. Quindi il clone portava con sé anche il carattere dell’originale e questo era motivo di rischio poiché non conosceva la mentalità dei soggetti che voleva duplicare.<br />
Ovviamente su quel quaderno c’era un intero capitolo dedicato alle caratteristiche sessuali di ogni compagna, spesso accompagnati da foto esplicite e descrizioni minuziose dell’atto sessuale o di particolari pratiche.<br />
Dopo un lungo periodo, aveva cominciato a perdere quasi interesse nell’esperimento in sé, procurandosi i cloni per il semplice soddisfacimento sessuale e desiderando inoltre innamorarsi di una donna inedita, non di una copia.<br />
Capitò un fatto curioso. La giovane moglie del ricco banchiere della cittadina, la signora Matilda Power De Grassi, nota arrivista senza scrupoli, dalla bellezza paragonabile solamente alla sua ruvidità caratteriale, venne a mancare per un’improvvisa malattia cardiaca. La signora era praticamente sconosciuta in città, poiché, trasferitasi da New York per seguire l’anziano marito ricchissimo che le aveva promesso una vita di agiatezze e lussi, si era barricata in casa dal primo momento aborrendo completamente tutte le amicizie del banchiere, il quale, noto viveur, era solito organizzare festini e ricevimenti nelle sue dimore sparse sul territorio, invitando qualsivoglia genere di ospiti, conducendo un tipo di vita smodata e viziosa che andava drammaticamente a cozzare con la voglia di riservatezza e di classe cui ambiva la sua giovane e bellissima moglie.<br />
Si narrava, vox populi, che la moglie lo avesse conquistato con le sue arti amatorie ed erotiche, ma si diceva anche che lei fosse di una gelosia illimitata e che spesso il marito, al rientro dai party, dovesse ritirarsi nella stanza degli ospiti poiché lei, minacciandolo di morte, distruggeva gli arredi con una furia devastatrice impressionante.<br />
Mike non conosceva tutti questi dettagli, sapeva della bellezza prorompente della donna avendola incontrata casualmente proprio il giorno del suo arrivo, imprimendosi ogni dettaglio come la sua mente analitica sapeva fare e conosceva la di lei riservatezza che la rendeva quasi una sconosciuta…<br />
Accese le macchine, si concentrò sull’unica immagine che aveva di lei, ben nitida, lei che scendeva dalla macchina in tailleur, le gambe fasciate in nylon sottile color carne, le scarpe bianche dai tacchi vertiginosi, la camicetta bianca che era sul punto di straripare, un cappello che le copriva la testa ricca di capelli neri lunghi e mossi, e un viso che era un perfetto connubio di dolcezza e carnalità, occhi azzurri, nasino vagamente orientale, labbra carnose, collo lungo e sottile.<br />
Non aveva mai provato la clonazione di una donna defunta, ma era il momento di osare.<br />
Fu un attimo, lei comparve lì, davanti a lui, altera, bellissima, vestita esattamente come la ricordava. Gli si avvicinò, lo guardò, lo baciò sulle labbra inumidendole in un attimo e cominciò a guardarsi in giro, tacchettando lentamente sulle gambe lunghissime e perfette. Lui si sentì l’imperatore del mondo intero. Aveva la donna che desiderava più di tutte e che in condizioni normali non avrebbe nemmeno potuto guardare. Lei era lì per lui, lo riconosceva come suo creatore, ma già dimostrava la sua personalità forte e decisa, toccando e spostando oggetti e cercando di decifrare l’incredibile quantità di numeri che si affollavano sugli schermi dei computer.<br />
Lui si tolse il casco, le si avvicinò, la cinse e lei gemette inarcandosi, pronta come lui l’aveva sempre immaginata. Avevano ragione i suoi paesani, era una donna nata per il letto.<br />
Lui se ne innamorò perdutamente nel giro di pochi giorni. Lei adorava stare a casa a sistemare gli ambienti, gli diceva cosa comprare e cosa togliere, e lui l’accontentava in ogni capriccio. La casa era diventata bellissima e confortevole. Il mangiare era sano e mai uguale, lei era un’ottima dietista, attenta e scrupolosa, e poi… c’erano le notti, quelle notti senza confronti.<br />
Successe una mattina.<br />
Lei decise che avrebbero avuto bisogno di un letto più comodo e grande, con uno schienale in ferro battuto dove agganciare manette e catene nel migliore dei modi e soprattutto un materasso che seguisse i movimenti dei loro corpi in maniera perfetta. Lui uscì, recandosi al mobilificio più vicino.<br />
Lei cominciò a disfare il letto, tolse le lenzuola, scostò il materasso e da lì cadde un quaderno che la incuriosì.<br />
Lesse dei nomi, delle date, troppi nomi, tutti femminili, lesse le annotazioni scientifiche, lesse i dettagli caratteriali e quelli fisici, lesse di notti descritte nei particolari più scabrosi, lesse di esperimenti sessuali e vide foto, tante foto, donne su donne, belle, meno belle, brutte, grasse, magre, basse, alte, sorridenti, tristi…<br />
Mike aveva ordinato un letto in ferro battuto stile Ottocento, completo di baldacchino e un materasso ad acqua di ultima generazione. Proprio pensando al materasso ebbe un fremito che gli partì dalla colonna vertebrale per terminargli alle gambe, ma non vi prestò attenzione. Entrando in casa gli sembrò che fosse passato un tornado esclusivamente tra le sue pareti, accompagnato da un terremoto devastante. Non un oggetto era rimasto integro, che fosse mobile o bottiglia, sedia o stipetto, televisore o portacenere. Tutto era distrutto, tutto. Trovò il quaderno strappato in mille brandelli sparsi per la camera da letto, mentre sentiva delle urla agghiaccianti e, in quel momento, capì.<br />
Sentì dei rumori provenire dal laboratorio. Lei era lì, ansimante come un animale che lotta, in mano un martello, tutto era acceso e funzionante.<br />
L’unica speranza era spingerla nella macchina con la forza e avviare il processo di smaterializzazione. L’amava, lo sapeva bene, l’amava alla follia, ma lei lo avrebbe ucciso. Era gelosa, gelosissima e aveva scoperto il suo passato di fabbricante di donne.<br />
Lui entrò silenziosissimo, cercando di guadagnare il tastierino numerico che serviva per la sequenza contraria. Sarebbe bastato avviarla e spingerla dentro anche successivamente, l’importante era che si creasse il flusso di smaterializzazione… Non finì nemmeno di fare la sequenza che lei, senza girarsi, gli disse “Non so cosa sia questo apparecchio dal quale sono uscita, ma sono sicura che in qualche modo ha a che fare con quella massa di puttanelle che hai catalogato e amato prima di me…” e dicendo questo vibrò una martellata fulminea al primo dei monitor che esplose all’istante… lui cercò di fermarla ma, inciampando in un groviglio di cavi, le cadde rovinosamente ai piedi, mentre lei, schiacciandogli una mano con il tacco appuntito, fracassava il secondo monitor con il martello, strappando via matasse di fili a casaccio. Le scintille si sprigionavano a cascata come fuochi d’artificio, l’aria si riempiva di fumo spesso e maleodorante, lui gemeva tenendosi la mano spappolata e vedeva la furia di lei che stava rovesciando uno per uno tutti i computer che incontrava.<br />
Bastarono pochissimi minuti per mandare all’aria il lavoro di una vita, nonché diverse decine di migliaia di dollari di apparecchiature… restava solo la cabina, immobile e spenta, al centro del laboratorio che era ora un cumulo di macerie fuse e disintegrate.<br />
Lei si avvicinò a lui, lo guardò quasi teneramente, posò il martello, gli tese una mano, lo tirò a sé e gli disse “ Ora che abbiamo eliminato quella macchina del peccato potremmo ricominciare ad amarci come prima…” e lo spinse dolcemente all’interno della cabina… Lui, incapace di qualsiasi reazione, la guardò rantolando senza profferire parola, accorgendosi, un attimo prima di sparire per sempre nel nulla, che lei… pffffffffffff…</p>
<p>Renato Pezzano</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: spaviero corrado</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-548</link>
		<dc:creator>spaviero corrado</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 10:37:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-548</guid>
		<description>Chissà se qualcuno di voi leggerà mai queste tre mie poesie ?...chissà...chissà cosa penserete .....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Chissà se qualcuno di voi leggerà mai queste tre mie poesie ?&#8230;chissà&#8230;chissà cosa penserete &#8230;..</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: Corrado Spaviero</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-542</link>
		<dc:creator>Corrado Spaviero</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 13:12:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-542</guid>
		<description>DALLA PORTA ALL’AUTO

Camminavo sotto la pioggia
non avevo un ombrello
non avevo una faccia, gli occhi
non avevo un corpo.

Mi muovevo come impiccato al lunghissimo filo di un aquilone
mentre le auto mi passavano a fianco
e il buio della sera disperdeva le esili intelligenze degli uccelli
le dileguava in fragili allucinazioni del mio udito
mentre un vento leggero mi portava
anche se andavo solo verso un’auto
ed ero innamorato
tristemente innamorato.

L’autunno mi sembrava l’unica cosa a risalire il corso di una tasca bucata.
Tutto il resto vi cade, si perde per sempre
e per la mente avevo un unico pensiero:
a certe ragazze la pioggia proprio non piace.


SVEGLIATO DA UN SOGNO 

alla deliziosa Anna Alberico


Il mio cuore è un pozzo d’ignoranza
e la mia mente è il secchio che v’attinge.
Fumavo sigarette
ma non era un fumare
solo un accendere incensi alle Dea di solitudine del mio mondo.
E la ragazza dei miei desideri m’apparve una notte in sogno
remava sul malinconico Ticino
campionessa di Dragon D’Oro.
Mi svegliai per andare in bagno
feci due passi e miei piedi affondarono nell’acqua.
Un guasto al termosifone
e il Ticino sgocciolando mi stava allagando la casa.
Asciugai tutto
l’abitudine ha passi ancora più felpati di un gatto
pensai
e le mie abitudini in agguato attendevano quella morte.
Amavo una ragazza che non mi amava
eran le 5 del mattino.
La bacheca è la femmina del tricheco
Pensai.


PARLANDO DI TE

alla dott.sa X. P.


Oggi ho mostrato la tua foto ad un’amica.
Ha detto che sei molto bella.
Allora le ho raccontato qualcosa di te
anche se di te non so niente
ma è un niente che si colma della tua bellezza
e allora è come se sapessi tutto...
so che la vera bellezza non si fa incoronare da nessuno
tantomeno dai potenti
e io diffidando di chi s’aggira con corone tra le mani
stringo tra le mie la tua fotografia
la mostro a chi ha occhi di speranza
la nascondo a chi sospetta che sia pazzia.


Corrado Spaviero</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>DALLA PORTA ALL’AUTO</p>
<p>Camminavo sotto la pioggia<br />
non avevo un ombrello<br />
non avevo una faccia, gli occhi<br />
non avevo un corpo.</p>
<p>Mi muovevo come impiccato al lunghissimo filo di un aquilone<br />
mentre le auto mi passavano a fianco<br />
e il buio della sera disperdeva le esili intelligenze degli uccelli<br />
le dileguava in fragili allucinazioni del mio udito<br />
mentre un vento leggero mi portava<br />
anche se andavo solo verso un’auto<br />
ed ero innamorato<br />
tristemente innamorato.</p>
<p>L’autunno mi sembrava l’unica cosa a risalire il corso di una tasca bucata.<br />
Tutto il resto vi cade, si perde per sempre<br />
e per la mente avevo un unico pensiero:<br />
a certe ragazze la pioggia proprio non piace.</p>
<p>SVEGLIATO DA UN SOGNO </p>
<p>alla deliziosa Anna Alberico</p>
<p>Il mio cuore è un pozzo d’ignoranza<br />
e la mia mente è il secchio che v’attinge.<br />
Fumavo sigarette<br />
ma non era un fumare<br />
solo un accendere incensi alle Dea di solitudine del mio mondo.<br />
E la ragazza dei miei desideri m’apparve una notte in sogno<br />
remava sul malinconico Ticino<br />
campionessa di Dragon D’Oro.<br />
Mi svegliai per andare in bagno<br />
feci due passi e miei piedi affondarono nell’acqua.<br />
Un guasto al termosifone<br />
e il Ticino sgocciolando mi stava allagando la casa.<br />
Asciugai tutto<br />
l’abitudine ha passi ancora più felpati di un gatto<br />
pensai<br />
e le mie abitudini in agguato attendevano quella morte.<br />
Amavo una ragazza che non mi amava<br />
eran le 5 del mattino.<br />
La bacheca è la femmina del tricheco<br />
Pensai.</p>
<p>PARLANDO DI TE</p>
<p>alla dott.sa X. P.</p>
<p>Oggi ho mostrato la tua foto ad un’amica.<br />
Ha detto che sei molto bella.<br />
Allora le ho raccontato qualcosa di te<br />
anche se di te non so niente<br />
ma è un niente che si colma della tua bellezza<br />
e allora è come se sapessi tutto&#8230;<br />
so che la vera bellezza non si fa incoronare da nessuno<br />
tantomeno dai potenti<br />
e io diffidando di chi s’aggira con corone tra le mani<br />
stringo tra le mie la tua fotografia<br />
la mostro a chi ha occhi di speranza<br />
la nascondo a chi sospetta che sia pazzia.</p>
<p>Corrado Spaviero</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>By: Nicola Simonetti</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-533</link>
		<dc:creator>Nicola Simonetti</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 07:58:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-533</guid>
		<description>FIORE DI FUOCO
 
Anni fa un ragazzo di vent’anni s’innamorò di una ragazzina di quindici. 
Lo fece solo dopo aver capito quanto amore ella provasse per uno come lui. 
Da quel giorno crebbero insieme, mese dopo mese, anno dopo anno, contro tutto e tutti, e superavano gli ostacoli come e meglio del vento.
C’era una forza straordinaria che li sosteneva e non li lasciava mai: l’amore.
Passavano gli anni e l’amore tra loro non accennava al minimo tentennamento, era vero, era puro, era un’essenza incondizionata, indomabile.
Poi, dopo dieci anni, si lasciarono, ancora non sanno bene il perché, eh già, perché continuarono ad amarsi ugualmente, un’utopia, ma è la semplice realtà, senza trucchi.
Lui darebbe la sua vita per lei all’istante, se solo servisse, lei non è più chiara sotto questo profilo, maschera le emozioni, lo fa perché ognuno ha il suo percorso nella vita, che determina anche il modo di esternare o meno i sentimenti.
Quello che di sicuro è rimasto è la fiducia, la complicità, il desiderio di sostenersi sempre, uno con l’altra e magari chissà un giorno tornare a stare insieme e questa volta per sempre.
Sembra una favola, è vero e lo è, ma è anche la realtà dei fatti accaduti tra loro, realtà che mai farebbe pensare ad un tradimento inteso come strappo alla lealtà ed alla fedeltà di due anime unite nella vita da qualcosa che non si sa definire.
E invece le sorprese della vita non finiscono mai.
Per motivi ancora da capire e forse incomprensibili per chi sta scrivendo questa magica storia, il ponte tra i due si spezza per volere di lei.
È lei che compie l’atto del tradimento, è lei che pone un muro tra i due cuori che hanno battuto all’unisono per tanti anni, forse per paura di amare ancora, forse per motivi davvero sconosciuti ed emblematici, fatto sta che tutto ciò accade, accade proprio come tutto il resto.
Lui reagisce con l’incomprensione e il risentimento di chi arde ancora per lei, ma poi, stanco della sua vita graffiata e sanguinante, rimane solo con la testa fra le mani, cercando di piangere senza risultato, cercando di capire, ma è troppo stanco, non riesce a smuovere neanche un neurone del suo cervello e per la prima volta si rassegna, abbandona, alza la bandiera bianca.
Si ripete per ore: perché... perché... perché...
E finisce per sprofondare in un’angoscia e in un tormento che forse lo accompagneranno per sempre, è così che lui vuole.
Ha preso atto delle cose, non si muoverà in nessuna direzione, ma custodirà il suo amore dentro il cuore e non lo restituirà più a nessuno.
Probabilmente nemmeno alla sua amata, se un giorno bussasse alla sua porta, probabilmente nemmeno da morto lascerà uscire questo piccolo fiore di fuoco che abita nel suo cuore.
Che lo spirito sia con te, giovane uomo.

Nicola Simonetti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>FIORE DI FUOCO</p>
<p>Anni fa un ragazzo di vent’anni s’innamorò di una ragazzina di quindici.<br />
Lo fece solo dopo aver capito quanto amore ella provasse per uno come lui.<br />
Da quel giorno crebbero insieme, mese dopo mese, anno dopo anno, contro tutto e tutti, e superavano gli ostacoli come e meglio del vento.<br />
C’era una forza straordinaria che li sosteneva e non li lasciava mai: l’amore.<br />
Passavano gli anni e l’amore tra loro non accennava al minimo tentennamento, era vero, era puro, era un’essenza incondizionata, indomabile.<br />
Poi, dopo dieci anni, si lasciarono, ancora non sanno bene il perché, eh già, perché continuarono ad amarsi ugualmente, un’utopia, ma è la semplice realtà, senza trucchi.<br />
Lui darebbe la sua vita per lei all’istante, se solo servisse, lei non è più chiara sotto questo profilo, maschera le emozioni, lo fa perché ognuno ha il suo percorso nella vita, che determina anche il modo di esternare o meno i sentimenti.<br />
Quello che di sicuro è rimasto è la fiducia, la complicità, il desiderio di sostenersi sempre, uno con l’altra e magari chissà un giorno tornare a stare insieme e questa volta per sempre.<br />
Sembra una favola, è vero e lo è, ma è anche la realtà dei fatti accaduti tra loro, realtà che mai farebbe pensare ad un tradimento inteso come strappo alla lealtà ed alla fedeltà di due anime unite nella vita da qualcosa che non si sa definire.<br />
E invece le sorprese della vita non finiscono mai.<br />
Per motivi ancora da capire e forse incomprensibili per chi sta scrivendo questa magica storia, il ponte tra i due si spezza per volere di lei.<br />
È lei che compie l’atto del tradimento, è lei che pone un muro tra i due cuori che hanno battuto all’unisono per tanti anni, forse per paura di amare ancora, forse per motivi davvero sconosciuti ed emblematici, fatto sta che tutto ciò accade, accade proprio come tutto il resto.<br />
Lui reagisce con l’incomprensione e il risentimento di chi arde ancora per lei, ma poi, stanco della sua vita graffiata e sanguinante, rimane solo con la testa fra le mani, cercando di piangere senza risultato, cercando di capire, ma è troppo stanco, non riesce a smuovere neanche un neurone del suo cervello e per la prima volta si rassegna, abbandona, alza la bandiera bianca.<br />
Si ripete per ore: perché&#8230; perché&#8230; perché&#8230;<br />
E finisce per sprofondare in un’angoscia e in un tormento che forse lo accompagneranno per sempre, è così che lui vuole.<br />
Ha preso atto delle cose, non si muoverà in nessuna direzione, ma custodirà il suo amore dentro il cuore e non lo restituirà più a nessuno.<br />
Probabilmente nemmeno alla sua amata, se un giorno bussasse alla sua porta, probabilmente nemmeno da morto lascerà uscire questo piccolo fiore di fuoco che abita nel suo cuore.<br />
Che lo spirito sia con te, giovane uomo.</p>
<p>Nicola Simonetti</p>
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