LibertàEdizioni News

15/11/2009

LibertàEdizioni – Testi

Filed under: — Administrator @ 18:50

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LibertàEdizioni

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  1. L’Orologiaio
    Quanti anni erano che non passavo di lì?
    Forse venti, ma a me sembravano cento.
    Piazza Cittadella aveva forse un bar in più e una merceria in meno, ma aveva ancora quelli che furono i confini della mia vita “sociale di un tempo: la scuola e l’orologiaio”.
    Fu soprattutto quest’ultimo ad attrarre la mia attenzione.
    La stessa insegna, la stessa vetrina che vetrina non era, ma soprattutto lo stesso uomo, incredibilmente più vecchio, che lavorava in vetrina per sfruttare la luce che il sole gli dava per poche ore al giorno.
    Il tavolo sul quale lavorava era ingombro di rotelle, molle e ingranaggi esattamente come lo era venti o cento anni prima quando solo un vetro lo separava dagli occhi sgranati di un bambino che forse aveva otto anni. Quel bambino ero io e non vedevo l’ora di uscire da scuola per andare a spiaccicare il naso su quella vetrina ed ammirare quell’uomo eccezionale che ricostruiva un orologio con mille pezzi tutti uguali. “Cento anni” dopo quel bambino possedeva sei orologi. Io possedevo sei orologi. Ma le funzioni si erano confuse: ero io che controllavo il tempo attraverso loro, oppure loro lo facevano attraverso me?
    Una sera d’inverno un segnale orario dette un fiero scossone alla mia sicurezza: tutti e sei gli orologi erano indietro di un secondo!
    La sera precedente ne avevo regolato uno sul segnale orario e gli altri cinque sul primo.
    Eccola … per forza questa doveva essere la spiegazione! Avevo tardato un secondo nel premere il pulsante “set” del primo.
    La sera dopo il ritardo era di sei secondi.
    Dieci giorni dopo il ritardo era di sette minuti.
    Non capivo e il terreno mi scivolava da sotto i piedi finché, per caso, ripassai di lì.
    Piazza Cittadella aveva forse un bar in più e una merceria in meno, ma “Lui” era ancora là, dietro il vetro e con il monocolo sempre più vicino alle rotelle dentate.
    - Buon giorno, si ricorda di me?
    - Tu sei Paolo, il mio ultimo apprendista.
    - Ho sei problemi che mi angosciano, eccoli.
    - Perché, Paolo, li hai portati a me?
    - Perché non conosco nessuno al mondo che possa risolvermeli.
    - I tuoi orologi, Paolo, non sono rotti; è il tuo tempo che si è rotto: ha imboccato una discesa e i freni sono rotti … ed io, purtroppo, non ho gli strumenti per ripararli.
    E sull’ultima sillaba appoggiò la testa bianca su di un cuscino fatto di rotelle, molle ed ingranaggi.
    Paolo Bocconi

    Comment by Paolo Bocconi — 15/11/2009 @ 18:50

  2. Il circo
    Il circo non è mai mutato. Una corona di luci dapprima si profila inattesa, squarcia il cielo che non dice nulla, scorre lungo lo scalmo delle strutture e delle tele, lungo le corde tese, e si raduna alle casse. Un grappolo di uova bianche di luce occhieggia intermittente, lungo gli stipiti, attorno alle insegne, sopra le locandine, e illumina le facce di chi è in fila alle biglietterie. Grottesche e intense, le facce delle famigliole escono così dall’anonimato domenicale e già, un poco, si ritrovano sulla ribalta.
    Il circo è grande. Non importa quale ne sia il tenore, quale famiglia a gestirlo. Nel pomeriggio accampa uno splendore notturno fatto di promesse che, fuori, le tende un poco lise e mai mutate negli anni non sembrano certo poter mantenere. Anzi, un velo di tristezza si stende sempre, come una pioggerella stenta e fumosa, lungo la sagoma di quelle povere piramidi di tela, tra i carrozzoni di provincia, per gli sterrati dei lotti in concessione.
    E, in effetti, anche se ormai, per quelli come me, è una certezza, il circo è un presagio. Posato lì, prima della mattina, da una ronda di attacchini, veloci come uccelli migratori, in una ridda di manifesti dai colori accessi e la tipografia eccessiva. Grossi maciste nostrani che, in pugno le redini, si sfaldano ben presto con le piogge e impietosamente scivolano dai muri al marciapiede. Vittime non delle belve che promettono di domare, ma di colle a buon mercato. Biglietti omaggio profumati d’inchiostro e già sporchi volati dalle mani di giovani zingari a quelle dei bambini per mano ai loro babbi.
    Sempre, quell’agglomerato, all’ora di apertura, si ritrova minacciato da un chiarore grigiastro, senza vento, e un traffico senz’anima lo frusta.
    Ma dentro, sotto quella vecchia tenda, si spalanca un tempio umido e odoroso, un meraviglioso palazzo di piacere, che ti leva il fiato. Con la stessa trepidazione compi un peccato, cogli un piacere carnale. Lo stesso stordimento doveva accogliere i cadetti nei bordelli, quando ancora ce n’era e ancora usava accompagnarli a perdervi la verginità.
    Qui, forse, quella sensazione è più piena, godendo anzi un guadagno dalla considerazione che il circo, rispetto al malaffare e alla clandestinità di certi piaceri, ha potuto mantenere.
    Insomma, in questa cava interna, in cui lo spazio parla e si dispone, si compone mentre lo percorri con lo sguardo e ne ascolti l’ampiezza, il cuore ha un leggero soprassalto. L’anima, commossa e quasi vergognosa di tanta emozione, ritrova l’ordine, si compiace di queste figure note: le fila sovrapposte, le sedie incanalate, i rossi porpora a segnare gli ordini, l’arena battuta, le corde che profumano di giungla.
    Naturalmente, mai sei stato nella giungla. Ma sei qui un Salgari che si cala in questi panni, ispirato in queste matinée dagli odori e i colori di un mondo sognato, e perciò, tanto più noto.
    Gli spalti vanno riempiendosi, lo spettacolo comincerà tra poco. Il programma è ricco, i nomi degli acrobati tanto più ridondanti – i titanici domatori, i mitici acrobati, i funamboli slavi e pallidi, i buffi clowns – quanto più provinciale la compagnia. Le scalette di corda oscillano impercettibilmente contro le luci fissate alle cime del tendone. Pare sentano ora il fiato levatosi dalle decine di persone. Un vocio eccitato e civile percorre il catino del circo. Salgari, adesso, è un baffuto omone anacronistico che snocciola nomi e numeri, in ordine di apparizione. Siamo tutti con il cuore in gola, e in mano carta e penna, avidi di tutto vedere, tutto ricordare.
    Un drappello di neri cavallini scuote la testa quasi in sincrono e con zoccoli vellutati percuote la rena d’oro. Scalpitando compie alcuni giri attorno alla pista. Lo spettacolo sta per iniziare e lo senti nell’aria. Il biglietto ti si scioglie nelle mani.
    Massimo Lencioni

    Comment by Massimo Lencioni — 15/11/2009 @ 18:51

  3. La musica dentro (ma chi è Chet Baker?)
    “Ma chi è Chet Baker?”
    A questa inattesa domanda di suo fratello, Paolo esibì la stessa espressione incredula che apparve sulla faccia della madre quando lui, tanti anni prima, le aveva chiesto: “Ma chi è Mussolini?” Poi pensò che Andrea aveva qualche attenuante per non aver mai sentito parlare di Chet Baker; lui stesso aveva scoperto da poco che la musica nel mondo non gravitava necessariamente intorno al Festival di Sanremo. Una sera d’estate un militare americano, rimasto in Italia dopo la guerra, aveva fatto ascoltare a lui e a un gruppo di amici un disco che aveva appena ricevuto dall’America; il brano era “Sixteen tons” e aveva risvegliato in Paolo una mai sopita curiosità verso i filoni musicali d’oltre oceano.
    “È difficile spiegarti chi è Chet Baker, forse la cosa migliore da fare e che io e te prendiamo la bicicletta e andiamo a fare un giro di Mura e vedrai che troveremo la risposta alla tua domanda.”
    La proposta era caduta in un silenzio incredulo. Un ragazzo di diciotto anni non si porta dietro il fratellino, se non ci è obbligato. I genitori si scambiarono uno sguardo sorpreso, fu la mamma a rispondere, anche se nessuno le aveva chiesto niente…
    “Bene, ma tornate presto. Tu devi prepararti per il compito di greco, se non sbaglio.”
    Ancora raccomandazioni, ma loro già scendevano le scale di corsa, facendo tremare tutto. Li inseguivano raccomandazioni inutili.
    Le Mura di Lucca sono lunghe quattro chilometri, perfette per un po’ di allenamento, a piedi o in bici. Andrea spingeva forte per stare dietro al fratello: aveva una Bianchi Rossa, col cambio Campagnolo a tre rotini. La prima bici col cambio e ne abusava, cambiando rapporto in continuazione anche se l’anello sulle Mura era ovviamente tutto pianeggiante. Paolo invece pedalava con un rapporto lungo, da fondista, e gli stava avanti senza rendersi conto che il suo passo normale era troppo impegnativo per il fratellino, che però sarebbe morto piuttosto di dirgli: rallenta.
    Fu un sollievo per Andrea vedere che dopo Porta Santa Maria Paolo si rialzava e pedalava senza mani…
    “Perché ci fermiamo?”
    Paolo aveva lasciato la bicicletta appoggiata a un panchina e si era messo a parlare con due compagni di scuola. C’erano anche altri grandi.
    “Ragazzi – disse agli amici- questo è mio fratello, si chiama Andrea.”
    Il ragazzino si sentì orgoglioso e smise di chiedersi perché si erano fermati. Tutti guardavano l’orologio e poi riguardavano il grande muro grigio di fronte, più alto delle stesse mura… Il muro del carcere.
    “Zitti, zitti” fece uno.
    Una nota tenuta scavalcò il grande muro: laggiù, là dentro, qualcuno suonava. La nota, ormai alta nel cielo cominciò a spandersi in tutte le direzioni in onde lente e lisce, ricomponendo nell’aria i frammenti di un’anima.
    Paolo si avvicinò all’orecchio di Andrea: “è una tromba, Chet Baker, il più grande dei bianchi.”
    Neanche a Messa la domenica la gente stava così in silenzio. Ogni tanto qualcuno in bici si avvicinava per capire quello che succedeva lì, poi se ne andava.
    Andrea era così contento di essere con il fratello che non chiese mai di andare via. Quando finì e tutti presero le bici chiese al fratello: “ci torniamo?”
    “Sì, ma non dire nulla a papà e mamma.”
    Questo era un dono in più, un segreto da condividere. Era l’ottobre del ‘61. Uno di quei mesi con la nostalgia dell’estate. Il piovoso autunno lucchese quell’anno tardò, Paolo e Andrea fecero molti altri giri di mura in bicicletta. A casa Paolo suonava ad esaurimento la musica di Chet, così scoprì che oltre al suono della tromba aveva anche una voce, ma strana, diversa da tutti quei cantanti italiani mezzi tenori; sembrava cantare solo per se stesso con quella vocina che ti arrivava diritto al centro della malinconia. Sui giornali nessuno parlava più della grande tromba bianca. Andrea imparava i nomi di Charlie Parker, Dizzie Gillespie, Lester Gordon, Gerry Mulligan.
    Un giorno, arrivati puntuali al muro della prigione, c’era una ragazza ad aspettarli: Anzi, ad aspettare Paolo. Era molto carina, aveva i capelli tirati dietro in una coda di cavallo e non degnò Andrea di uno sguardo. Si sistemava continuamente la gonna, guardandosi attorno. Forse aveva paura che passasse suo padre, o forse lo faceva così, senza ragione. Quando si sentirono le prime note di Almost blue fece un gridolino eccitato, ma era chiaro che si annoiava molto. Dopo dieci minuti propose a Paolo di fare un giro. Lui disse al fratello di aspettarlo e si avviò verso il baluardo.
    Andrea restò lì, furioso senza capire perché, con un vago struggimento che si intonava benissimo alle note di Chet. Anche il giorno dopo c’era la ragazzina, si ripeté la storia del baluardo e il giorno dopo ancora Andrea andò a giocare a pallone con gli amici del palazzo INCIS. Paolo poi non gli aveva chiesto di venire con lui.
    Anche in casa cambiò musica, in Italia ora c’era il rock and roll, Paolo aveva comprato Ventiquattromila baci di Adriano Celentano, e Claudio Villa dovette dividere il regno con un certo Modugno. Si smise di ascoltare il jazz, con evidente sollievo dei genitori.
    Poi cominciò a piovere, il lungo monsone autunnale freddo di Lucca, e a nessuno veniva voglia di gite in bicicletta o di pallone. Paolo passa la maggior parte del tempo al telefono, bisbigliando con voce bassissima. Andrea prese il suo primo quattro a latino e si innamorò senza alcuna speranza della Torciglioni. Non lo disse a nessuno.
    Passò un anno.
    - Vuoi venire al concerto?-
    - Che concerto?-
    - Chet Baker. Ha finito la pena. Esce e fa un concerto al Teatro del Giglio.-
    L’idea non piaceva molto a suo padre: era pur sempre un drogato. Ma il fatto che fosse al Giglio, e la lista dei notabili che volevano esserci fecero pendere la bilancia verso il si. Del resto si era disintossicato in carcere. A volte, le maniere dure.. diceva suo padre guardando la madre, sempre troppo morbida con i figli, secondo lui.
    Andrea non era mai stato a teatro. La madre lo vestì elegante.
    In prima fila c’era lo psichiatra che aveva cercato di curarlo, Lippi Francesconi. Era lui che lo portava tutte le sere dalla clinica Santa Zita al Bussolotto,il night versiliese dove suonava. Si deliziava del suo Jazz fino a tardi e poi lo riportava in clinica. Quella maledetta sera d’agosto lo psichiatra aveva un impegno, Baker era andato da solo e si era fatto nel bagno di una stazione di servizio. Lo avevano arrestato lì.
    Andrea guardava i velluti rossi e stava ben fermo sulla poltroncina, osservando tutto. Era l’unico ragazzino in platea. Ed eccolo, quella musica ora aveva un corpo e un volto, che le somigliavano. Un uomo piccolo e agile, sembrava uno di quei pugili bravi, che ci tengono a salvare la faccia. Ma il naso li tradisce. Molto tempo dopo, qualcuno gli avrebbe rotto tutti i denti. Facendo tacere la miglior tromba bianca per due anni.
    Chet quella sera suonava come se non ci fosse nessuno, ma il suo magnetismo se li portava tutti dietro. Quando riconoscevano un pezzo, i fratelli se ne bisbigliavano il nome all’orecchio.
    - meglio di prima-, sentirono dire a qualcuno dietro di loro-
    Qualcuno indicava una bella donna con i lunghi capelli scuri, la sua donna, Carol.
    Quando suonò My Funny Valentine capirono che il concerto era finito. Nell’estate era finito anche il primo amore di Paolo, e c’era stata la maturità. I Beatles erano alle porte.
    Erano grandi i fratelli. erano uomini nel 1988, quando una scarna notizia riportò che Chet Baker era morto ad Amsterdam, forse cascato da una finestra, forse chissà.
    Andrea aveva telefonato a Paolo per avvisarlo: ti ricordi?
    Paolo prese il walkman, ci infilò il nastro di Baker e andò davanti alle mura del carcere, per sentirselo in santa pace sulla panchina. Quel giorno non c’era nessuno. Solo lui, Chet e My Funny Valentine.
    Andrea e Paolo Bocconi

    Comment by Andrea e Paolo Bocconi — 15/11/2009 @ 18:52

  4. Il camposanto di Maggiano
    Il cimitero si apre con un fischio nella poca campagna. Poca, perché a monte dopo qualche passo il sentiero che s’inerpica per il bosco, dove s’andava a far castagne, incontra l’autostrada che ci fu fatta vent’anni or sono. Si rimane a mezz’aria a vederne la stenta ascesa, sbarrati dal viadotto. Di là, a valle, c’è invece la strada per dove si viene: ed è un merito della piccola ansa di canne e fuscelli se di qua si sta come isolati nel silenzio, mentre a pochi metri sfrecciano le macchine verso Viareggio. Ad ogni modo, qui ci si viene con la sola eco dei propri passi sulla strada sterrata, così predisposti in una specie di intimidimento come ad entrare in chiesa. Qui, raramente disturbi qualcuno. Tanto che sarebbe un ottimo posto per venirci a pensare, o anche solo ad oziare, a baloccarsi tra il ronzio degli insetti. Eppure non manchi di entrarci a passetti, sulle punte, e col cuore sospeso. Ma non è che sia paura, quella cosa che ti capita di pensare in luoghi come questo, no: perché il cimitero di Maggiano bisogna conoscerlo. Sorge su una collina rasa, dove comincia a montare il Quiesa, con un muricciolo basso che sembra un pollaio. La casa di mia nonna è qui vicino, e io da sempre lo conosco, ché, di là, lo vedevo dopo qualche campo, dalla spallierina d’edera: là, in pieno sole, appena un po’ più alto degli altri prati, come un castelletto senza cime. Era il limite dei funghi, cioè: là sapevo che i prataioli non riprendevano a nascere, allora perché andarci? In verità avevo, sì, un po’ di paura, che è normale a quell’età: ma più la sera, quando proprio di lassù, come per incanto, si svegliava una brezza fresca senza origine, perché tutto era buio. Solo ora so che era brezza di mare, che viene da Viareggio, di là dal monte. Ma allora, tanto bastava a un brivido per ricacciarmi in casa. Oppure, uno strano sentimento mi metteva quella acquerugiola che veniva giù di là e scorreva per la Canabbia, il fosso che tra i pollai scendeva verso Maggiano, il paese, e s’avvizziva al ponte del Sartino, quello dove alla guerra ci passavano i soldati. Quella roba era, come dire, succo del castelletto, acqua dei morti: ma non cose tetre, macabre, no: pensavo però fosse proprio quello che era, acqua che passa accanto a loro, a quel muretto, e che so, magari le affidano i propri pensieri, qualche cruccio, qualche sospiro. E dicevo, vedi come ci crescono le ortiche nel fosso? sono loro che se lo proteggono, non ci devo andare. Ma di giorno, no: quel campo era proprio quello che era, un altro campo, se pure più sfortunato, senza funghi e senza fiori veri, di quelli nati sulla terra: perché quanto a fiori, quelli ce li aveva, ma finti, o tagliati e portati a macerare nelle fiale d’ottone o di rame, ritti con un senso di magia. Ecco perché gli stava bene il nome, camposanto.
    Allora, oggi, quando vengo qui, vengo al camposanto, e non al cimitero che, a dispetto del suo primo significato, suona male e fa stringere i denti. Vengo qui, perché ci ho anch’io i miei morti, qualche Lencioni, qualche Puccetti, e ci verrei a visitarli, così come mi hanno insegnato, e a parlarci, se loro mi rispondessero qualcosa: solo che loro se ne stanno ormai assorti, con un fare dispettoso e anche un po’ vanitoso, nella migliore foto, e non sono mai come li ho conosciuti: non fanno più errori, non battono ciglio, fan mostra di esser saggi. Poco male, mi dico, io ho fatto il mio dovere. Ahimè, però: perché questo, al camposanto di Maggiano, è vero fino a un certo punto. Qui, stai tranquillo che dopo un po’, finisce che non pensi più a niente, vano e distratto come uno che ha fatto tutto e si riposa: altro che il luogo dove riposano i morti, qui ci si viene a oziare da vivi! Quale giornata che sia, basta un sole anche appena velato che qui, tra quattro mura, ci nasce un tepore cordiale, gentile, senza un alito, un’aria di serra e di solario. E diventi, avvolto da questa inaspettata e pagana pace, un botanico senza scienza, cullato dal piccolo calore, stretto nel tuo cappotto a gongolare se è inverno, illuminato nella tua pigrizia da quella luce buona e ferma che mandano i marmi tutt’attorno. Il camposanto ha la sua flora e la sua fauna, muschi sui muri e le brecce, erba buona d’aiuola, malerbe, persino qua e là dei papaveri, al tempo, e poi quei suoi fiori senza radice: e formiche e lucertole, e grilli, e passeri e finte colombe di gesso su qualche altarino più vecchio. E a volte c’è qualche storiella, un po’ triste e retorica, scritta su qualche pietra-silice, di bambini malati o di sposi sfortunati. Su questa si posa sempre la cavolaia, bianca, grossa farfalla di campagna, ben nutrita, e mi distrae dalla lettura: finché esce di là dal muro, per altri campi.
    Ma mi accorgo che è tardi, è ora di andare a mangiare, e l’odore ne arriva fin qua. Mi segno, rivado col cuore più aperto, richiudo col fischio il cancello. Addio allora, i miei cari: anche oggi non vi ho ritrovato.
    Massimo Lencioni

    Comment by Massimo Lencioni — 15/11/2009 @ 18:53

  5. PER IL MIO AMORE MORTO
    Per dire qualcosa ho sequestrato le tue bionde fronde
    di nuvole guizzanti o luna e ho guardato
    nei calici di tutti i gelsomini se nascosta una parola
    restasse ai bordi del candore e ne strappasse un lembo.
    Per raccontare una piccola frase dell’esistere che se n’è andato
    ho percorso le sabbie fredde dei mari notturni
    e ho chiesto alle nenie dei gatti arrampicati sul ciglio
    del tetto ventoso se avessero per me una sillaba
    storta e malata gonfia anch’essa di gemiti selvaggi
    vissuta anch’essa di sibili spezzati.
    Ho chiesto ai rombi ottusi dell’acque sotterranee
    ho esplorato i crateri dove crepita il fuoco
    minaccioso e oscuro della solfatara
    ho invocato bocche sepolte in libri di cenere.
    Muto è rimasto il mio suono l’unico che conosco
    che so e che amo.
    Più nulla si può dire
    costretta come sono dal laccio
    della tua infinita assenza.
    Elettra Bianchi

    Comment by Elettra Bianchi — 15/11/2009 @ 18:54

  6. La cena della vigilia
    Arriviamo a casa della consuocera stracarichi di teglie di prelibatezze che mia moglie ha voluto preparare per contribuire alla cena; entriamo nella grande cucina e, istantaneamente, i miei peggiori timori si concretizzano: sono già tutti lì, ilari, trullari e schiamazzanti! Io, che considero due persone una folla e tre una sommossa, mi preparo mentalmente a quello che succederà… ci vengono tutti incontro e ci abbracciano e baciano … buon Nataleeee! Farfuglio anche io qualche “buon Natale” con scarsa convinzione e, intanto, tento mentalmente di classificarli:
    Quelli che conosco bene, forse quattro
    Quelli che ho visto una volta, forse sei
    Quelli della categoria “Chi cazzo sei?” almeno una decina.
    La cosa che mi terrorizza è che gli appartenenti a quest’ultima categoria si comportano come se avessero avuto rapporti intimi con me da almeno venti anni.
    Ci sediamo a tavola e mi guardo un po’ intorno: alla mia destra c’è uno zio (di chi?) ultraottantenne che più tardi, approfittando subdolamente del fatto che sono seminuovo del posto, mi racconterà, con dovizia di particolari, di quando andava in motocicletta a prendere la sua futura moglie per fare l’amore, e lei, seduta di fronte a me, fa finta di non sentire, ma gode come una matta. Scoprirò poi che è una sorella della consuocera. Comunque una simpatica coppia di vecchietti. Un loro genero, sulla cinquantina, siede vicino alla suocera e lo identifico subito per quel personaggio temuto di cui, nei giorni precedenti, ci si domandava preoccupati se sarebbe venuto “anche lui”. Nel corso della cena capisco il perché: è il tipo ipercritico e con un ego ipertrofico che non perde occasione per manifestare la sua superiorità conoscitiva in ogni aspetto della vita (mestruazioni comprese). È il tipo che, prima di mangiare, pretende di sapere tutto quello che c’è nel suo piatto, perché (mi pare di capire) non gli piace quasi niente e per essere sicuro indulge anche a consistenti annusate nei piatti da portata. Alla fine, soddisfatto dall’esito delle sue indagini, sfida ogni legge della fisica comprimendo nel suo stomaco una quantità oscena di cibo abbondantemente innaffiato di vino, la cui bottiglia ha scelto solo dopo essersi informato su quanto era costata. Ovviamente era la più costosa e, da quel momento, nessun altro commensale l’ha più vista.
    Alla mia sinistra c’è il mio genero che, temprato da 25 anni di questo tipo di riunioni, ignora tutti e si abboffa con soddisfazione. Siede vicino a un cugino, più o meno
    coetaneo e (mi pare) figlio del “cacacazzi” di cui sopra, il quale si è presentato a questa cena alla guida di una sgassante Lamborghini che fonti bene informate mi dicono non essere sua, ma che comunque esalta la sua figura un po’ coatta.
    Naturalmente la televisione è accesa e, altrettanto naturalmente, c’è anche il tipo che si è strategicamente seduto vicino per seguire le notizie di cui capisce lo 0,2 % “Guardate… c’è Osama (sic) in vacanza alle “Avai””.
    Il mio nipotino passa perplesso di braccia in braccia finché scoppia in un pianto dirotto all’apparizione di un altro parente, o forse amico di famiglia, vestito da Babbo Natale che scatena in lui una crisi di panico. E, poiché tutti, ma proprio tutti i parenti si sentono in dovere di consolarlo contemporaneamente, la crisi si aggrava.
    Verso mezzanotte, una giovane coppia, ormai stremata, si inventa di voler andare alla messa di mezzanotte e, con l’orgogliosa e soddisfatta benedizione delle pie donne, se la fila rapidamente; verrá sorpresa poco dopo a casa, lei già a letto e lui alla televisione.
    Io aspetto ansiosamente che qualcuno, me ne basterebbe anche uno solo, dica che se ne va a casa per poter finalmente dire “anche io”, ma apparentemente nessuno vuole essere il primo; guardo la consuocera, ormai in stato di coma vegetativo, ma neanche da lei arrivano segnali di resa. Finalmente l’aiuto mi arriva dai due zii over 80 che minacciano di andare a casa a piedi se qualcuno non li accompagna.
    Dopo altri abbracci e baci che rasentano lo stupro eccoci finalmente sulla via di casa.
    Paolo Bocconi

    Comment by Paolo Bocconi — 15/11/2009 @ 18:55

  7. Libertà
    Nel regno delle belle colline e del bel mare c’erano un miliardo di leggi, cioè non ve n’era nessuna di plausibile certezza. Era inoltre invalsa l’abitudine, da parte degli sciamani, di interpretare le leggi secondo le proprie idee e la propria soggettività, e questo dava a tutti i sudditi la certezza assoluta di una assoluta incertezza. Siccome poi le vite degli uomini vanno pur vissute, ognuno in ultima analisi faceva affidamento su se stesso e sulla fortuna. Era il regno dei poeti e dei navigatori? No. Poeti e navigatori erano incatenati e imbrigliati, avevano bisogno di grandi spazi ma non c’era spazio per loro nel regno delle belle colline e del bel mare. Il regno era tutto un proliferare di scarafaggi, che avevano buon gioco nel muoversi tra ragnatele, muffe, anfratti, cantine e vecchie soffitte. Gli scarafaggi erano di mille tipi e di mille sottospecie. Lo scarafaggio grigio, ad esempio, era specializzato nell’assurgere a posizioni importanti nella società attraverso il baratto della propria dignità e le relazioni con gli altri scarafaggi. Con questo metodo, cioè attraverso le relazioni e il baratto della propria dignità, lo scarafaggio grigio poteva indifferentemente diventare professore di Latino o di Matematica o di Chirurgia generale senza avere conoscenze particolari della materia da insegnare. Si sarebbe poi arrangiato sul momento, dall’alto della posizione acquisita. Lo scarafaggio giallo, per fare un altro esempio, faceva affari con gli scarafaggi grigi, e insieme si arricchivano. La bandiera dello scarafaggio giallo era l’assoluta incertezza della legge, che a loro dire autorizzava i furbi e gli spericolati a vivere calpestando ogni moralità e ogni diritto. L’assoluta incertezza della legge li favoriva, anche se ogni tanto qualcuno veniva torturato e spettacolarmente giustiziato per incutere terrore ai sudditi e ricordare loro che il potere, anche se gestito in modo del tutto arbitrario, esisteva, e non apparteneva certo ai sudditi. C’erano poi gli scarafaggi viola. La loro forza consisteva nel numero e nella disciplina militare. I loro capi (scarafaggi grigi cangianti), forse ingannandoli, li avevano resi “coscienti” (così dicevano) della loro assoluta mediocrità. Erano convinti di non esser degni di niente e di non valere niente singolarmente. Ma tutti insieme, annientandosi ognuno nella moltitudine viola, potevano dirsi orgogliosi di essere qualcosa di socialmente rilevante. La loro bandiera era la moralità. Si vantavano di osservare scrupolosamente tutte le leggi, anche se umanamente era impossibile persino conoscere tutte le infinite leggi del regno. Erano obbedienti, felici di fare la spesa allo stesso supermercato color viola, fieri di fare ordinatamente la fila agli uffici del regno che dava loro il pane.
    Che piccolezze, che miseria nel regno delle belle colline e del bel mare! E che grettezza, che mancanza di amore, ovunque!
    Finché un giorno poeti e navigatori si alzarono e spezzarono le proprie catene. Si presero per mano e inondarono di amore il regno delle belle colline e del bel mare. Il regno cadde su se stesso, miseria su miseria, muffa su muffa, grettezza su grettezza. Gli scarafaggi vennero travolti dal vento e dalle onde del mare. I sopravvissuti, anche se bene accolti, morirono in seguito perché non poterono sopportare il suono meraviglioso della poesia.
    Il regno cadde e fiorì un giardino di uomini liberi.
    Marco Battista

    Comment by Marco Battista — 15/11/2009 @ 18:55

  8. I mortificati
    - Strano… Ogni cosa viva si oppone alla vita in modo disperato. Ogni cosa morta si offre alla vita dolcemente… – pensò la donna, mentre stava partorendo un bambino nato morto.
    All’inizio il bambino aveva lottato per uscire alla vita, ma poi si era fermato come per riposare. Si era fermato, e non si era più mosso. La donna notò quasi incredula di provare piacere all’abilità con cui il medico le estraeva col forcipe il piccolo, assurdamente avvinghiato alle sue carni esauste. Il dolore ottuso che le paralizzava l’essere cominciò a scomparire …
    La mattina le infermiere cercarono di consolarla raccontandole come, dopo l’operazione, avesse dormito come morta tutta la notte.
    Le incombenze della sepoltura andarono al marito. All’agenzia funebre gli dissero che non era semplice seppellire bambini nati morti. Bisognava ottenere dal medico responsabile un certificato di avvenuto decesso, che avrebbe garantito la pronta attuazione delle procedure.
    - Siamo veramente mortificati, ma lei stesso capisce… – gli disse un giovane impiegato, già calvo, facendo un volto triste e costernato.
    - Beh, se le regole sono queste … – pensò il padre del bambino in una docilità stordita dal dolore. Si mise in macchina e andò all’ospedale dal dottore che aveva seguito il parto.
    La sala accettazione era vuota. Finalmente comparve un’infermiera, che gli passò davanti veloce, affrettandosi al secondo piano. Gli spiegò che il personale dell’ospedale era in sciopero per i tagli del Governo.
    - Io comprendo, signorina, ma ho un guaio serio. Mia moglie tre giorni fa ha partorito un bambino morto.
    L’infermiera si tese, diffidente:
    - E io che c’entro? Sono entrata in servizio ieri…
    - Lei non c’entra niente – le disse l’uomo, cercando di mantenere la calma – il fatto è che ieri mi hanno dato il bambino. Non possono più tenerlo all’obitorio. Però all’agenzia mi hanno detto che senza il certificato del dottore non possono seppellirlo. Per ora il bambino lo tengo nella vasca da bagno, perché lì fa più freddo… Mia moglie prima non voleva entrare in bagno, oggi però ha avuto un attacco isterico e se ne è andata dalla madre.
    L’infermiera raggrinzò il naso dallo schifo:
    - Il dottore responsabile doveva rilasciarle un certificato subito dopo l’accertato decesso del paziente. Noi che le possiamo fare? Il nome del dottore?
    L’uomo le disse il nome.
    - Ha una clinica privata. Qui opera una volta a settimana.
    - Come una volta a settimana?! Altri tre giorni in quest’inferno?
    - Guardi, sono mortificata, non dipende da me… Si segni il nome della clinica e il numero telefonico.
    Gli dettò veloce i dati e corse via per le scale.
    L’uomo raggiunse verso sera la clinica a C… . Nel parcheggio c’erano mercedes blu e SUV antiproiettile. Entrato nell’androne di marmo, vide un celebre deputato, accompagnato dalla scorta. Il deputato conversava con un omino grasso: il dottore che aveva fatto partorire sua moglie.
    - Signor dottore, mi aiuti! Il cadavere mi sta in bagno!
    Tutti guardarono il padre del bambino con immenso stupore. La scorta portò le mani alle tasche interne delle giacche. Il dottore lo fulminò con lo sguardo, e con voce rauca per lo spavento e l’indignazione scandì:
    - Si rende conto chi sta importunando? Chi è lei? Di che cadavere delira? Risponda od ordinerò di chiamare la polizia!
    Fu allora che la disperazione di quella giornata fece impazzire l’uomo, che urlò:
    - E tu a che cazzo pensavi, quando hai fatto mori’ mi fijo, infame!
    - Ah, la ricordo. Non potrebbe controllarsi? – disse il dottore e, costernato, bisbigliò al deputato:
    - Onorevole Magnamerla, mi perdoni per questo matto. Sapesse come sono mortificato…
    Il pugno raggiunse il dottore tra la mascella e il collo. Il dottore crollò privo di sensi, senza aver fatto in tempo ad inchinarsi al Magnamerla: il padre del bambino morto lo aveva colpito mentre stava piegando le tozze gambe. L’uomo sentì una gioia così grande, che cominciò a ridere isterico. La sua risata fu l’ultima cosa che ricordò: dopo gli si gettò addosso la scorta.
    I raggi lividi delle sirene giocavano con le ombre del suo volto, ispido di sangue rappreso. Spesso toccava le labbra spaccate per controllare se sanguinassero ancora. Non capiva perchè le costringesse a pronunciare parole che nessuno dei presenti avrebbe comunque ascoltato, ma l’indifferente ostilità dei poliziotti e della scorta non gli dava pace:
    - Sono mortificato, perdonatemi… Il bambino mi è rimasto in bagno. Mia moglie se ne è andata… – disse, ma le labbra si muovevano appena dal dolore: il poliziotto che si era fatto avanti non aveva sentito niente.
    Lo fecero alzare e lo portarono in commissariato.
    Claudio Napoli

    Comment by Claudio Napoli — 15/11/2009 @ 18:56

  9. Da Osama a Obama (e viceversa)
    Racconto esoterico sul potere
    1. Una telefonata notturna
    Erano da poco passate le due e Nasdaq stava tranquillamente russando sul suo futon di legno auto costruito quando il telefono lo fece saltare in piedi di soprassalto. Chi poteva essere a quell’ora? Si avviò a tentoni verso il salotto, al terzo tentativo riuscì ad accendere la luce sulla scrivania ma con il gomito rovesciò una pila di libri con sopra una piantina di basilico che aveva trapiantato la sera prima. Nel trambusto anche il criceto si svegliò e prese a girare nella ruota dentro la gabbia dove stava, segno evidente di nervosismo. Sollevata la cornetta Nasdaq era sul punto di mandare a quel paese lo scocciatore notturno ma dovette ben presto trattenersi.
    Dall’altra parte del mondo era in linea Mr. Barack Obama, il neo presidente americano appena eletto, che gli chiedeva con le spicce di andare subito da lui, per aiutarlo a risolvere un grosso problema internazionale. Nasdaq si era abituato a queste improvvise trasferte, ma questa volta il passaggio dal sonno alla veglia era stato decisamente brutale e fu tentato di accampare scuse, tipo i lavori nell’orto o i problemi del criceto. Quello che più lo seccava era la minima mancanza di un preavviso; Barack però non volle sentire scuse e gli intimò di fare subito le valige. Dovette abbozzare.
    Il suo lavoro di consulente internazionale part time da poco intrapreso, da quando cioè era capitato negli States in piena campagna presidenziale assistendo per caso a un comizio di Obama, gli aveva dato molte soddisfazioni, ma anche tanto stress. In poco tempo aveva rinunciato al giardino, alla televisione, al sudoku e al gioco a carte in osteria. Gli riusciva a mala pena di seguire il criceto Geronimo che aveva sempre richiesto un certo supporto psicologico per quel suo nervosismo cronico latente, e la gatta color tartaruga che si era impossessata ormai da un anno di casa sua.
    Comunque, dopo aver portato il criceto, con la gabbia e tutto, e la pappa della gatta (solo scatolette di patè) dal vicino di casa lasciando un messaggio sulla porta, prese lo zainetto che teneva sempre pronto per simili evenienze, saltò sulla moto e prima dell’alba arrivò all’aeroporto, dove un Falcon dei Servizi, sezione “Voli speciali”, era in pista per lui con le luci accese e le turbine in moto.
    A Roma, un paio di ore dopo, due tizi incravattati con i capelli a spazzola lo deposero su una comoda poltrona di un volo di linea, in partenza di lì a poco per Washington, affibbiandogli un biglietto “businnes class”. Su quella poltrona, in una zona dello scompartimento praticamente vuota, Nasdaq riprese a russare senza neanche accorgersi che l’aereo era decollato e stava volando sopra l’oceano miglia e miglia da casa sua.
    2. Nello Studio Ovale
    “Welcome my friend, how are you?” gli chiese con un sorriso smagliante Obama aprendogli di persona la porta dello Studio Ovale e invitandolo a sedersi per un drink Scotch Bacardi. Dopo i primi convenevoli e lo scambio di battute sulle rispettive novità, Barack si sedette allo scranno presidenziale mettendo come di consueto (lo avevano fatto prima di lui tutti i presidenti americani) le scarpe lucide sulla scrivania, il sigaro in bocca e il bicchiere tintinnante di ghiaccio in mano. Mr. Obama era in tutto e per tutto una persona estremamente simpatica e accattivante, affabile e alla mano, con un “sense of humor” molto spiccato, addirittura anglosassone. Le sue battute sui neri e sui bianchi avevano fin dall’inizio fatto morir Nasdaq dal ridere, per non parlare degli aneddoti famigliari circa la sua sterminata tribù sparsa per il mondo, tra States, Africa e Asia.
    Ora però Barack divenne d’un tratto serio e taciturno e Nasdaq si preoccupò, posando di riflesso sul tavolo la bibita ghiacciata che teneva in mano. L’avevano chiamato per un problema che stava ormai ossessionando l’America, togliendo il sonno e il buon umore al suo neo Presidente.
    Uno schermo scese silenziosamente sulla parete dell’ufficio e diapositive manovrate dal personale di servizio mostrarono dati, grafici, cifre, stime, informazioni riassuntive e infine uno stuolo di facce barbute e baffute avvolte in kefiah o turbanti, dai capelli ricciuti così grossi che parervano fil di ferro e con certi sguardi che trafiggevano, anche solo in effige, chiunque si trovasse dinanzi a loro a guardarli.
    Il terrorismo islamico che aveva giurato da tempo la fine dell’Occidente e degli Stati Uniti d’America, si era incarnato nel Principe del Male, nel Signore delle Tenebre, nell’Avversario del Mondo Libero…. Era comparso il Messaggero della Fine, lo Sterminatore dei corrotti, il Fustigatore dei costumi sessuali occidentali e delle donne senza pudore, il Nemico degli hamburger e degli hot dogs: tutto ciò era Osama Bin Laden!
    Osama, al contrario degli altri, si presentava bene: aveva un volto serafico incorniciato da boccoli che gli arrivavano fin quasi alle spalle, era vestito di garza candida, lo sguardo vagante e un po’ sperso oltre i consueti orizzonti terreni, tale da parer non avere il minimo rancore verso l’Umanità. La mano destra era posata su di un Kalashnikov come se stesse accarezzando un gatto soriano, la sinistra indicava verso l’alto ed era adornata da un grosso anello con una luminosa pietra azzurra, mentre il polso mostrava un voluminoso Rolex d’oro.
    “Perché lo fa?” chiese Nasdaq. Un tipo dei Servizi Segreti rispose: “Da piccolo gli hanno rubato la play station con cui passava quasi tutto il suo tempo. Non si è più ripreso e ha giurato a se stesso di distruggere l’Umanità.
    “Avete provato a regalargliene un’altra?” domandò Nasdaq.
    “Come no!” rispose il pezzo grosso della CIA “Ma voleva quella della sua infanzia, dove c’era un programma con gli orsacchiotti che andavano a pescare i salmoni nel torrente e poi si azzuffavano davanti a una torta di compleanno perché compivano tutti e tre gli anni alla stessa ora dello stesso giorno e ognuno voleva spegnere le candeline da solo!”
    “Banalità del male!” disse Barack pensieroso versandosi altro whisky nel bicchiere.
    Dopo aver finito quella spaventosa carrellata di gente votata alla morte, i due amici andarono a mangiarsi due mega hamburger al Mc Donald più vicino alla Casa Bianca, anche se Nasdaq era ancora sottosopra per il cambiamento di fuso orario. Il tempo era decisamante splendido e i due, continuando l’allegra conversazione interrotta poco prima, si dimenticarono ancora per un po’ la pericolosa missione che li aspettava.
    3. Nel Waziristan
    Quella trasferta in zona di operazioni Nasdaq non se la dimenticò per il resto dei suoi giorni. Occorsero ben quattro voli per arrivare in Waziristan, dove si diceva si trovasse la tana del lupo.
    Un jet della CIA li portò prima a Edwards, California, dove un vecchio cargo militare C141 prese in consegna i due eroi, destinazione Karachi, Pakistan. Naturalmente i due viaggiavano in incognito, Obama travestito da imam, con turbantino candido, barba posticcia,veste lunga senza colletto, sciarpa scura intorno alla vita, bastone e babbucce, il tutto con un “look” che lo invecchiava di vent’anni; Nasdaq più o meno nella stessa tenuta, in più con gli auricolari dell’i-pod che gli uscivano dalle orecchie.
    L’aeroporto di Karachi era il posto più squallido e puzzolente che Nasdaq avesse visto in vita sua. Gli impianti di condizionamento non funzionavano, tutto era sporco e intriso di un forte odore di urina. I due furono subito presi in consegna dai Servizi e immediatamente trasbordati su un vecchio Tupolev ex sovietico con equipaggio misto dove un pilota dalla faccia spiritata masticava continuamente tabacco. Il tempo si manteneva buono e l’aria era calda e secca di giorno ma umida di notte, tipico degli ambienti desertici. Il decollo non diede problemi e anche il volo filò via liscio.
    Dove atterrarono, in una base segreta dei Marines circondata dal deserto ai bordi del Pakistan, c’era un silenzio spettrale, carico di tensione. Furono praticamente rinchiusi sotto terra, in un bunker provvisto di ogni confort dove finalmente si ristorarono e riposarono a lungo….
    Ma fu in quell’ultimo volo dove quasi ci lasciarono tutti la pelle che Nasdaq giurò a se stesso che non avrebbe mai più fatto il consigliere internazionale per riportare la pace nel mondo….era troppo pericoloso! Si trovarono in tre, lui, Obama e il pilota pakistano che tabaccava, a bordo di un piccolo idrovolante rosso senza numeri di matricola che a tremila metri cominciò ad andare su e giù per via di strati più o meno densi dell’aria, dovuti alla vicinanza delle montagne. Stavano sorvolando il Waziristan, una landa desolata e rocciosa a cavallo di Pakistan e Afghanistan, terra di nessuno, zona tribale senza legge, tranne quella dei taliban, esercito di predoni tagliagole che avevano sempre dato nei secoli filo da torcere a tutti.
    Gli inglesi, dalla vicina India, avevano provato a domarli nei due secoli precedenti. Poi era arrivata l’Armata Rossa, lasciandoci parecchi morti e armi, anche per lo zampino degli americani. Ora i taliban stavano dando problemi a tutto l’Occidente, ospitando Al Qaeda e fornendo manovalanza al terrorismo di mezzo mondo. L’Occidente, dopo l’episodio delle Twin Towers, le famose torri di New York fatte abbattere da Bin Laden, aveva deciso di distruggere l’estremismo di matrice islamica, invadendo l’Afghanistan per convertire quelle popolazioni da sempre bellicose alla democrazia.
    I predoni del Waziristan appartenevano alle tribù dei Mahsuds ed erano tra i più feroci guerrieri con cui il mondo occidentale avesse mai avuto a che fare… Tra poco Nasdaq e Obama li avrebbero sicuramente incontrati.
    Quando il piccolo idrovolante rosso si accinse all’ammaraggio sul microscopico laghetto in mezzo al deserto roccioso posto sopra i duemila metri, Nasdaq nascose la testa tra le ginocchia e ci piegò sopra le braccia. Obama fece altrettanto, il pilota contò a voce alta fino a dieci, poi tolse il gas, abbassò di brutto flap e timoni di profondità recitando una veloce giaculatoria in lingua coranica e l’aereo, dopo aver impattato sull’acqua, percorse tutto il laghetto da una riva all’altra piantandosi alla fine con un botto nel fango.
    Riavutosi da quell’ammaraggio decisamente speciale, il pilota riprese a masticare e sputò finalmente soddisfatto, mentre i suoi occhi, ora più rilassati, si interessavano a un gruppo di muli che pascolavano lì attorno, apparentemente senza padroni…Dopo qualche difficoltà i tre uscirono illesi dai rottami dell’aereo.
    Intanto i taliban inturbantati di nero, vestiti di camicioni color sporco e corredati di kalashnikov, sbucarono uno dopo l’altro dal nulla, circondarono il relitto e cominciarono a parlare in modo esagitato e con forti suoni gutturali al pilota pakistano, che aveva conoscenza di elementi della lingua locale. Si lamentavano che l’atterraggio di fortuna aveva disturbato le loro capre del cui latte naturalmente erano molto orgogliosi. Dopo aver accolto le scuse dei tre stranieri, i predoni li riscaldarono al fuoco e li rifocillarono, mandando nel frattempo alla base messaggi criptati con un telefono satellitare. Obama e il pilota cercavano di mostrarsi rilassati e diplomatici, ma Nasdaq era nervosissimo e continuava a masticare silenziosamente la carne arrostita di montone, chiedendosi come mai avesse fatto a finire tra quei deserti inospitali. Non ebbe il tempo di coltivare a lungo i suoi dubbi perché, appena terminato il frugale pasto, il capobanda diede l’ordine di partenza immediata: furono sellati tre muli in più e la carovana partì, avvolta dall’oscurità della notte desertica e silenziosa, disturbata solo occasionalmente da qualche latrato lontano.
    4. La Valle della Morte
    “Valle della Morte, Via dei Teschi 9/11” ripeteva mentalmente Nasdaq in sella al suo mulo, mentre la teoria composta da uomini e animali avanzava lentamente sugli stretti sentieri di fondovalle o in cima a pericolose creste e dirupi. “Ma come si può abitare in luoghi simili? Bisogna avere il fegato di un predone e insieme la pazienza di un eremita!” continuava a rimuginare, e si chiedeva chi cavolo fosse questo Osama Bin Laden, rampollo di ricca famiglia di costruttori edili, e cosa mai nella vita l’avesse portato in quei luoghi estremi, dove in cielo regnava l’avvoltoio dalle ali immobili e in terra un silenzio di morte che avrebbe fatto impazzire chiunque.
    Avanzarono due notti e due giorni sotto un sole implacabile o avvolti in ruvide coperte per ripararsi dal gelo notturno. Nelle poche soste in caverne o in luoghi riparati mangiavano sempre montone arrostito e bevevano tè nero. Il pilota , il cui nome era Rafiq, continuava a masticare il suo tabacco e a pregare in lingua coranica… Se Nasdaq avesse conosciuto in quei momenti il tenore di vita condotto dallo “Sceicco del Terrore”, sarebbe tornato indietro di corsa… Cominciò a esprimere i suoi dubbi e le sue paure a Obama che lo seguiva a cavalcioni di un mulo dalle orecchie basse ed era stranamente silenzioso.
    Dopo qualche battuta per alleggerire la tensione, grattandosi la barba finta, il Presidente cominciò a parlare. Raccontò a Nasdaq di sé e finì per confessargli le cose più segrete e imbarazzanti della sua vita.
    Chi era Barack Hussein Obama? L’uomo più noto d’America era in realtà uno sconosciuto la cui vita rimaneva avvolta nel mistero. Il suo nome ad esempio era stato un problema fin dall’inizio, quando un conduttore di Fox News lo aveva chiamato “Barack Osama”.
    L’accostamento col peggior nemico riconosciuto dell’America era stato materia di lavoro per molta gente, dai comici, ai giornalisti, ai nemici politici. Alcuni ci avevano sguazzato accusandolo di essere sotto sotto un musulmano e di aver frequentato in Indonesia una “madrasa”, cioè una scuola coranica, avamposto ideologico dell’Islam, quell’Islam che per bocca di Osama e di altri aveva giurato morte all’Occidente e alla civiltà giudaico-cristiana.
    Poi c’era il colore della pelle: “abbronzato” l’aveva definito un politico spiritosone di una qualche sperduta provincia dell’Impero. Troppo chiaro per essere un nero, troppo scuro per essere un bianco. Ma il problema più spinoso era l’origine della sua famiglia o, meglio, di suo padre. Barack Hussein Obama senior, keniota, alla sua morte aveva lasciato quattro mogli e otto figli, un vero puzzle socio-etnologico. Era stato, nella sua vita spericolata, oltre che poligamo, un grande idealista e fervente musulmano anche se non molto osservante. Della sua numerosa nidiata sparsa per il mondo, uno era morto da giovane in un incidente di moto, mentre gli altri si erano quasi tutti eclissati tranne George che viveva in una baracca di latta negli slum di Nairobi, dimenticato e inavvicinabile e che, non avendo mai conosciuto suo padre, invidiava e detestava Barack per questo suo supposto privilegio.
    In realtà Barack nella sua fanciullezza non si era trovato in una realtà davvero migliore.
    Obama senior aveva studiato all’Università delle Hawaii con una borsa di studio statale; aveva incontrato una donna bianca, se n’era invaghito e ci aveva fatto Obama junior, anche se era già sposato con una ragazza della sua tribù in Kenia, che aveva lasciato prima di partire per gli States.
    Ma dopo un po’ aveva cambiato idea, lasciando anche la donna bianca con il figlioletto appena avuto per tornarsene in Africa a onorare una promessa: quella di “migliorare il proprio continente”.
    Era stato un giocatore d’azzardo su più tavoli, un arrampicatore sociale, un pazzo visionario? Forse era stato tutto questo. Comunque sia, tornato in Kenia e incontrati alcuni ostacoli allo sviluppo della sua missione, prese l’abitudine di bere, divenne violento e inaffidabile. L’alcool gli stroncò la carriera. In un incidente d’auto perse ambedue le gambe, in un altro ci lasciò la pelle. Una fine decisamente ingloriosa per chi aveva avuto come scopo nella vita quello di cambiare un continente.
    Barack, dopo il fallimento del secondo matrimonio di sua madre in Indonesia, a dieci anni fu allevato dai nonni bianchi che stavano a Honululu. Più tardi la nonna bianca sarebbe stata accusata dai media di razzismo perché, a sua detta , “aveva paura dei neri che le passavano vicino per strada.” “Forse perché erano troppo neri” aveva pensato Obama, una volta diventato presidente degli Stati Uniti d’America. La storia “del bianco e del nero” l’aveva sempre perseguitato tanto che, per risolvere la questione, aveva messo tra i primi punti del suo programma elettorale la seguente dichiarazione: “Tutti gli uomini nascono bianchi ma poi, siccome col tempo alcuni di loro si scuriscono, meglio dare a tutti subito una mano di grigio.” Aveva inventato il nuovo rappresentante della razza umana: l’uomo grigio.
    5. Lo Sceicco Osama
    I Servizi, prima della partenza dei due “missionari di pace”, avevano messo in tasca a Obama una stringata informativa sul personaggio che sarebbero andati a visitare. Ecco cosa diceva:
    § Vita di Osama Bin Laden §
    “Diciasettesimo dei 53 figli di un noto costruttore edile, nasce a Riad in Arabia Saudita nel 1957 da madre siriana e da padre saudita. Il padre, Muhammad Bin Laden, analfabeta ma geniale, si è arricchito grazie al boom edilizio finanziato dal commercio del petrolio. La famiglia è facoltosa.
    A nove anni Osama lavora in cantiere con entusiasmo, a tredici perde il padre in un incidente di elicottero. A 17 anni sposa una cugina siriana di 14, dalla quale ha 11 figli.
    A 22 anni si unisce alla resistenza afghana per combattere l’invasione dei russi. Assolda migliaia di combattenti e riceve aiuto anche dal governo americano tramite la CIA. Dopo il ritiro sovietico, nel 1989, costituisce assieme ad altri Al Qaeda (La Base), un network del terrore che si ramifica in 30 stati del mondo. Dopo le vicende di Somalia nel 1992 il governo saudita gli toglie il passaporto e nel 1996 la cittadinanza, costringendolo a riparare in Sudan, ma è costretto a lasciare anche quel paese. Ritorna in Afghanistan da dove lancia la guerra santa (jihad) agli USA, ribatezzato “Il Grande Satana”. Tutto ciò accade dopo la prima guerra del Golfo e l’invasione del Kwait da parte dell’Iraq (1991) e le operazioni belliche in Somalia (1992) da parte del governo Bush senior.
    Nel 1988 è ospite del governo di Kabul e organizza campi di addestramento che raccolgono militanti integralisti da tutto il mondo per la guerra santa contro tutto l’Occidente.
    Nel 2001 organizza l’abbattimento delle Twin Towers a New York , la semidistruzione del Pentagono a Washington, che costano più di tremila vittime civili e militari e la distruzione di quattro aerei di linea con i loro equipaggi. Subito dopo il governo Bush junior ordina l’invasione dell’Afghanistan per rovesciare il regime talebano che gli offre protezione. Al Qaeda viene gravemente compromessa ma Bin Laden non viene mai catturato, pur rischiando la morte diverse volte, come a Tora Bora. Impara a muoversi con ogni mezzo (anche cammelli o motociclette) e travestimento, riescendo a sfuggire alle truppe speciali di molti paesi che lo cercano supportate da ogni mezzo tecnologico. Pur essendo affetto da diabete dimostra eccezionali doti di sopravvivenza negli ambienti desertici, trovando rifugio nelle caverne. Mangia e beve pochissimo. Unico suo svago è una play station. Nei suoi proclami al mondo, diffusi dalle TV arabe (Al Jazeera), Bin Laden manda ai suoi affiliati messaggi occulti tramite oggetti e gestualità ed esplicita in modo dotto e circostanziato la sua politica di terrore verso gran parte dell’Umanità. Il 24 ottobre del 2004 diffonde il suo ultimo messaggio, poco prima delle elezioni americane. Da allora, per moltissimi arabi e musulmani sparsi per il mondo, entra nel mito.”
    Osama Bin Laden era solito alzarsi prima dell’alba e pregare sul suo tappeto rivolto alla Mecca. Poi faceva un’oretta di meditazione e al levare del sole mangiucchiava qualcosa. Dopo di che riceveva in un spazio aperto i suoi emissari e fedelissimi che lo aggiornavano davanti a una grande carta geografica sullo scacchiere del terrorismo mondiale; ascoltava i risultati degli attentati più recenti e poi li commentava. Veniva edotto sulle operazioni degli Americani in Iraq e Afghanistan. Dispensava direttive, ammonimenti, ordini e consigli con parole appena sussurrate.
    Doveva risparmiare energie perché era di fatto al limite della sua vita. Dopo aver superato miracolosamente un coma diabetico, aveva perso durante un bombardamento l’uso delle gambe e si poteva muovere solo con una sedia a rotelle, che però non limitava per nulla la sua attività giornaliera. La sua forza morale e il suo carisma si erano mantenuti intatti, la sua ferma volontà di distruggere l’uomo occidentale anche. Dopo di che avrebbe riformato l’Islam spazzando via i regimi più corrotti, poi avrebbe purificato col sangue gli altri troppo tiepidi, dopo di che… quanta strada aveva da fare ancora Osama!
    Intanto, dalla sedia a rotelle, si addestrava per migliorare la sua concentrazione al tiro con l’arco e con ogni possibile arma da fuoco, automatica e non. A volte veniva anche portato a caccia con il falcone in mezzo al deserto. Ma il suo svago preferito era la play station (questo era il grande mistero che avrebbe tolto il sonno a Nasdaq).
    Con quell’aggeggio satanico, dentro una blindatissima caverna controllata a vista notte e giorno, collegandosi via web, lo Sceicco del Terrore, il Rifondatore del Califfato Islamico, si divertiva a seminare la morte nel mondo. In questo era assolutamente imparziale. I programmi che usava erano: “Bombe a Bombay”, “Cristiani flambè a Cartoum”, “Europei tritati a Londra”, “Sinagoghe volanti ad Ankara”, “Treni grigliati a Madrid”, “Discoteche chiuse a Bali”, ecc…
    6.Nella tana del lupo si gioca a poker
    All’alba del terzo giorno la carovana dei predoni depositò i suoi preziosi ospiti davanti a una serie di caverne scavate nella roccia da tempi immemorabili. Davanti a quella che sembrava la più grande e la più comoda si aprirono silenziosamente due grandi paratie e ne uscì lo Sceicco sul suo trono a rotelle spinto da un potente motore elettrico mosso da batterie solari. Osama sembrava allegro, anzi era quasi raggiante. Insomma, era indubbiamente ben disposto. Il suo popolo gli si fece attorno festoso, inneggiando.
    Vennero trattati in maniera sontuosa. Ebbero docce e con acqua bollente, vestiti di garza leggeri e profumati alla lavanda per difendersi dal calore diurno e di lana per il freddo delle ore serali; ottimo cibo a base di riso basmati, salse al curry e masàla, carne di pollo, agnello e selvaggina, yoghurt, frutta secca e di stagione del Kashmir, dolci di pasta di mandorle e allo zibibbo, tè alla menta, al latte, al gelsomino. Furono allietati da musica pakistana e danze folcloristiche pashtum. I tre rimasero allibiti, non si sarebbero mai aspettati una simile accoglienza. A Nasdaq sembrò di essere capitato nella sede di un Club Méditeranné molto speciale, mancavano solo il golf, la piscina e i corsi di break-dance…
    Poi, come da accordi presi in precedenza, cominciò il gioco alle carte.
    Si sedettero all’ombra di un gazebo, Nasdaq e Obama da una parte, Osama e Rafiq dall’altra, si iniziò con una mano di rubamazzetto, poi passarono al tressette, allo sputo, al ramino, alla scopa. Nasdaq spiegava diligentemente le regole e faceva degli esempi prima di iniziare a giocare. C’era molto entusiasmo. Chi vinceva aveva in premio pistacchi e noccioline.
    Vennero portate le carte napoletane e si passò alla briscola. Poi vennero i tarocchi, da ultimo il poker. Continuarono per diversi giorni, giocando e bevendo tè, per volere di Osama, che ci aveva preso gusto, tutto dedito a imparare i nuovi passatempi “del corrotto mondo occidentale”.
    Nel frattempo però si parlava anche di importanti questioni internazionali. L’atmosfera si era incredibilmente rilassata, ma quando arrivò il poker la posta divenne decisamente alta.
    Un giorno Osama disse a Obama: “Se vinciamo io e Rafiq lascerete distruggere Wall Steet dai miei uomini alla guida di un aereo di linea carico di cittadini americani.”
    Obama e Nasdaq si guardarono e impallidirono: si sarebbe ripetuto il bis delle Torri Gemelle che l’undici settembre del 2001 aveva messo in ginocchio l’America; ma a pensarci bene, poiché l’economia e la finanza del paese erano già a pezzi per conto loro, il danno , a parte i morti, non sarebbe stato poi così grande.
    “E se vinciamo noi?” chiese Nasdaq a sua volta.
    “Se vincete voi giuro solennemente che passerò il resto della mia vita a servire hot dogs e hamburger nel Mc Donald più in vista di New York!” (E nel dir questo ebbe una leggera smorfia di disgusto, immaginando tutta quella carne impura che avrebbe dovuto maneggiare…)
    “In ogni caso, a prescindere da chi vincerà questo torneo, la guerra santa deporrà subito dopo le armi, ma proseguirà in altro modo la sua lotta per la supremazia nel mondo.”
    Obama e Nasdaq si guardarono, confabularono per qualche minuto e decisero che il gioco valeva la candela.
    7. La play station
    Nella Valle della Morte tutto procedeva decisamente bene: sembrava che le questioni internazionali più scottanti fossero giunte all’epilogo.
    Il poker andò avanti per diversi giorni, perché le due squadre ci avevano preso gusto e sotto l’occhio di un giudice di gara elettronico, nessuna delle due sembrava prevalere sull’altra in modo definitivo.
    Durante una pausa di gioco, Nasdaq, su consenso dello Sceicco, riuscì a visitare la sede della play station che da tempo gli stava togliendo il sonno: voleva svelare il mistero che stava dietro a quell’aggeggio infernale. Non capiva, come un gioco virtuale potesse provocare, da dentro una caverna, una serie infinita di stragi sparse per la terra, in tempo reale!
    Lo spettacolo che gli si presentò davanti quasi lo tramortì dall’orrore. Sulle pareti della caverna, verniciata completamente di rosso sangue, c’erano delle mensole su cui erano sistemate in bell’ordine: pietre che avevano lapidato donne adultere, mani mozzate di ladri, lingue di spergiuri, piedi di imbroglioni e usurai, teste di infedeli decapitati dagli uomini della jihad.
    Dall’altro lato erano invece appesi le armi e l’attrezzatura varia per questi nefandi riti di giustizia.
    Al centro della caverna stava la play station, sistemata su una specie di altare squadrato di roccia lavica, illuminata da quattro grosse candele sempre accese. A Nasdaq sembrava un luogo per messe sataniche.
    Con la scusa di migliorare il software, fece mettere in moto la macchina. Si connesse alla rete, aprì le finestre, scorse i titoli dei giochi, ne individuò uno: era “Bombe a Bombay”.
    Iniziò a giocare. Aveva a disposizione una squadra di giovani kamikaze venuti dal Pakistan per demolire clamorosamente i più importanti alberghi del centro di Bombay. Li divise in due squadre, li fece entrare simultaneamente nelle rispettive receptions, ammazzare gli inservienti, prendere in ostaggio e rinchiudere ad un determinato piano tutti gli ospiti occidentali, lanciare qualche bomba qua e là per mettere in scacco le autorità indiane. Poi le finte trattative per guadagnare tempo, l’eliminazione ponderata degli ostaggi per provocare l’assalto finale delle forze di sicurezza e la demolizione mirata degli alberghi con il sacrificio dei giovani jihadisti. La cosa stupefacente di tutta l’operazione, in parte realmente accaduta, era la mancanza di qualsiasi rivendicazione, se non quella di dimostrare il terribile potere distruttivo di una delle due parti in causa. E l’obiettivo era stato in buona parte realizato.
    Ma la cosa che più disturbava Nasdaq era che, al termine di uno qualsiasi di questi “giochi di guerra” , dalla macchina iniziava a sgocciolare fuori sangue, che colava dappertutto e scendendo sui gradini dell’altare, rendeva problematico l’inizio del gioco seguente.
    Nasdaq chiese di poter manomettere la play station per evitare i sanguinamenti cronici che avrebbero potuto danneggiarla; in realtà, dialogando con la macchina, riuscì a istallare dei virus, in cui orsetti armati di canne da pesca trasformavano quei diabolici e assurdi ammazzamenti in innocui giochi per bambini.
    8.Metamorfosi
    Il poker ormai andava avanti da diversi giorni nella noia più totale e assenza di novità.
    Sembrava che le due squadre volessero battersi per stanchezza o per errore dell’altra, dato che nessuno tendeva a bluffare più di tanto. Si era instaurato un clima da bravi ragazzi e tutti si erano dimenticati che c’erano in ballo l’economia e gli equilibri mondiali.
    Se gli Stati Uniti, l’unica super potenza rimasta, fossero tramontati sulla scena internazionale, cosa sarebbe successo nel mondo? La vecchia Europa era finita da un pezzo per consunzione e mancanza di iniziativa; c’era la Russia che con il suo leader spregiudicato stava riarmandosi in fretta mettendo allo stesso tempole mani su ogni risorsa possibile. C’erano le “tigri asiatiche”, Cina e India, che bruciando sempre più materie prime, producevano e consumavano una fetta sempre più grossa dei beni disponibili sul mercato mondiale. C’erano “gli stati canaglia” che con lo spauracchio del nucleare volevano ritagliarsi con la forza la loro nicchia di potere regionale. E c’erano i terrorismi di ogni tipo, che non potendo alterare minimamente gli equilibri imposti dai “grossi”, diffondevano su tutto il pianeta un sudario mortifero e paralizzante, una specie di incitamento collettivo al suicidio per il genere umano. Il terrorismo musulmano in particolare prospettava sesso a gogò alle porte di un paradiso per soli uomini!
    Mentre Nasdaq rifletteva tra sé su questi spiacevoli argomenti, successe qualcosa che sarebbe stato difficile non definire miracoloso. Osama all’improvviso parve subire una metemorfosi.
    Il suo enigmatico e un po’ forzato sorriso cominciò a rilassarsi e a tingersi di rosa; il colore del suo volto di diabetico, tendente fin’ora al bianco-giallino, si fece più sano e vitale; lo sguardo, divenuto più attento e vivace, cominciò a guizzare. Prese a lasciarsi andare a battute esilaranti, poi iniziò a ridere di gusto, come sopraffatto da una vera e propria crisi di allegria. In quattro e quattr’otto anche il poker stava per volgere a suo favore e Nasdaq ebbe un brivido alla schiena.
    A un certo punto Osama lasciò cadere le carte sul tavolo e si mise a guardare il cielo con occhi estasiati, come se avvertisse una musica angelica. Cominciò a canterellare.
    Nasdaq capì quasi subito che Osama era caduto in una crisi mistica, che intuiva essere il risultato di troppa sofferenza, troppe privazioni, troppi sacrifici, troppo amore negato. Il suo volto si era illuminato e tutta la sua figura era avvolta da un fascio di luce bianca che lo inondava dall’alto. Dio in persona lo stava forse tirando dalla sua?
    A un tratto lo Sceicco si alzò di scatto, spinse via la sedia a rotelle che si ribaltò con fragore più in là, comincìò a muoversi con movimenti di danza appropriati e decisamente femminili, al ritmo di una musica che lui solo percepiva. Cominciò a cantare salmodiando inni sacri. Obama si avvicinò a Nasdaq e gli disse che si trattava del “Cantico dei Cantici”, una delle più belle e poetiche parti della Bibbia!
    Alla fine, non si sa come, saltò fuori un’orchestrina di suonatori che improvvisò motivi di musica popolare, scanditi da cimbali e tamburi, che davano molto bene l’idea di forza e gioia di vivere.
    Di lì a poco, come per magìa arrivarono anche delle danzatrici che muovendo sinuosamente il loro ventre scoperto circondarono da ogni parte amorosamente Osama. Con occhi ammiccanti e palpebre appesantite dal kajal, agitavano mani e braccia in modo decisamente provocante.
    Tutta la tribù wazira venne contagiata dalla magica scena, in cui il Principe del Terrore, il Profeta e Annunciatore di morte, si era trasformato in un ballerino di danza del ventre che inneggiava alla Vita.
    Un’ energia orgonica e orgasmica stava ormai saturando l’intera valle dell Morte… Nasdaq per la prima volta dimenticò il motivo che l’aveva condotto lì, continuò a sorbire il suo tè al gelsomino godendosi lo spettacolo in santa pace. La festa andò avanti tra canti e balli e proseguì alla luce dei falò tutta la notte. L’indomani un nuovo sole splendente sorse sulla valle insonnolita e riappacificata col mondo. Nasdaq cercò Obama che nel frattempo era sparito: nessuno l’aveva visto e sapeva niente di lui. Nasdaq si preoccupò e vagando qua e là cominciò a chiedere a Rafiq, ai ragazzi che guardavano i muli, ai taliban di guardia, alle donne avvolte nei burqa che iniziavano a svolgere le loro mansioni quotidiane. Nessuno sapeva niente: Obama era sparito, volatilizzato.
    9.Il diavolo, probabilmente
    Poi vide Al -Zawahiri, il medico personale di Osama, in disparte, inginocchiato sul tappeto da preghiera. Aveva la barba lunga, il turbante mezzo sfatto, la veste sgualcita e qua e là rammendata, lo sguardo fisso in direzione della Mecca. Degli occhi si vedevano solo due fessure, mentre le labbra si muovevano velocemente senza emettere alcun suono.
    Preso da un’improvvisa paura Nasdaq lo toccò sulla spalla, l’altro si voltò di scatto e senza sorpresa o fastidio gli fece cenno di sedersi. Gli spiegò, nel suo discreto inglese, (l’uomo era nato al Cairo ma aveva studiato all’estero) che Obama, nel corso della notte, aveva avuto un attacco di epilessia abbastanza grave, visto che, tra un contorcimento e l’altro urlava frasi sconnesse ed emetteva bava dalla bocca, tentando anche di ferirsi il volto con le unghie. Dopo che il medico l’aveva sedato per mezzo di farmaci, Obama aveva riposato qualche ora, ma all’alba si accorsero che aveva perduto l’uso delle gambe. A un certo punto Al-Zawahiri lo aveva visto strisciare sul pavimento, arrancare affannosamente verso un angolo della stanza e issarsi a braccia sulla sedia a rotelle che era stata di Osama…
    Due mesi dopo questi fatti una carovana di muli condotti da taliban inturbantati di nero e con le armi a tracolla lasciava verso sera la Valle della Morte. Nella luce giallo-rosata del tramonto le creste delle montagnne circostanti si allungavano sugli immutabili scenari desertici, densi di solitudine. In cielo roteavano gli ultimi condor, a terra belve, serpenti e scorpioni correvano a rintanarsi per la notte. Mentre i fuochi venivano accesi e l’odore del montone arrostito si spargeva per l’aria, i tre ospiti scortati dagli armati si preparavano al faticoso viaggio di ritorno, destinazione un laghetto sperduto di montagna dove sarebbero stati prelevati da un velocissimo elicottero dei marines.
    Uno degli ospiti assomigliava moltissimo a Obama. La pelle era sufficientemente scura, il naso era largo alla base, le labbra carnose ma non troppo; i capelli erano stati tagliati cortissimi ed arricciati con cura. Le sopracciglia erano identiche, come anche gli occhi e i denti, bianchi e scintillanti. Il volto era perfettamente rasato e il sorriso decisamente accattivante. Le orecchie no, quelle erano state in parte modificate…
    Solo quei due nei, uno abbastanza grande e rilevato, l’altro un po’ più piccolo, alla radice sinistra del naso, inspiegabilmente mancavano…
    FINE
    (1)Traduzione: “Benvenuto amico, come stai?”
    Enrico Lancellotti

    Comment by Enrico Lancellotti — 15/11/2009 @ 18:57

  10. Dei tre
    Io lo seguivo a qualche passo di distanza, in silenzio, guardando le nuvolette che il fiato formava uscendo dalle nostre bocche, erano il giusto commento alla situazione: fumetti prive di parole.
    Camminavamo ormai da più di un’ora. Lui, davanti a me con i suoi stivali di gomma, la cartucciera a tracolla, il cappello di velluto verde calato sugli occhi, camminava con passo sicuro malgrado il buio perché quei sentieri li aveva percorsi centinaia di volte nei suoi quaranta anni. Io lo guardavo e sapevo che anche se non si girava mai verso me, controllava ogni mio passo seguendo lo scricchiolio dei rametti e dell’erba gelata sotto i miei piedi, sapevo che percepiva ogni mio tentennamento e adattava il percorso alle mie capacità anche se mai l’avrebbe ammesso. Onestamente, sembrava interessarsi più a me Sophia, il bellissimo cane da caccia che avevamo da un anno e che, naturalmente, doveva l’impegnativo nome all’amore del suo padrone per la bella Loren.
    La sera prima, passando davanti al piccolo ripostiglio dove teneva tutte le sue cose per la caccia, avevo visto che lui era lì che caricava le cartucce misurando con il bilancino, ricordo di mio nonno, il piombo e il resto. Mi piaceva l’odore che si respirava lì dentro, di olio per pulire le canne dei fucili e mi piaceva giocare con i sacchetti pieni di quei deliziosi granellini metallici grigi, mi divertivo a fargli cambiare forma, rispondevo ai suoi sfottenti indovinelli sulla questione se pesasse di più un chilo di piombo o uno di piume: avevo dieci anni, capivo che quelle cose servivano per uccidere ma riuscivo a giocarci.
    Quella sera, però, lui mi aveva detto che la mattina dopo mi avrebbe portato a caccia. Mio padre era solito portarmi in giro con lui ma a caccia no, lui lo sapeva, sapeva che avevo sempre rifiutato di mangiare il cibo preparato con gli uccellini e per il quale mia madre era famosissima.
    Dovevo averlo guardato con uno sguardo veramente perplesso perché lui,invece, me ne restituì uno di quelli che non ammettono repliche e mi disse:
    - Domani mattina ti dovrai alzare presto per cui ora vai a nanna.
    Non avevo dormito granché e alle quattro non aveva avuto bisogno di svegliarmi: arrivato in cucina per la colazione mi trovo lì, sul divano, insieme a Sophia, a fissare quel quadro con la signora con la faccia lunga e il dito sulla bocca a dirmi di far silenzio. Non la sopportavo: anche lei a dirmi cosa fare, uffa!
    Eravamo partiti sulla vecchia R4 e, una volta arrivati, mi aveva fatto scendere, mi aveva aggiustato il cappello, la sciarpa e controllato che i miei stivaletti mi proteggessero abbastanza le gambe:
    - Fai attenzione a dove metti i piedi, se cadi fai rumore e scappano.
    L’ho capito quando ormai era troppo tardi che quelle parole volevano dire anche:
    - Non ti fare male.
    Camminavamo da più di un’ora e io lo seguivo in silenzio…o quasi perché il cuore mi batteva all’impazzata fino a farmi fischiare le orecchie: si avvicinava il momento, sapevo che mi avrebbe chiesto di farlo, mi aveva insegnato ad usare la carabina sparando ad una monetina appoggiata ad un albero ed ora mi avrebbe chiesto di farlo contro qualche povera creatura.
    Sapevo che non volevo farlo, il cuore mi batteva. Forte.
    Avevamo da poco imboccato uno di quei sentieri che nessuno vede ma i cacciatori conoscono, quando si fermò e comincio ad “annusare l’aria” nel senso che sembrava davvero uno di quei cani da caccia che sentono la preda, stava cercando il “posto”, quello che chi va a caccia da anni sa come il punto migliore.
    Lo trovò da lì a poco, posò a terra il carniere ancora vuoto e tolse il fucile dalla tracolla; lo caricò, controllò che tutto fosse a posto e, con un sorrisetto di traverso che non sapevo decifrare, me lo porse dicendomi:
    - Dai, ora ci devi provare. Non preoccuparti, io sono qui con te, controllerò che tutto vada bene.
    E mi ripeté le regole per prendere bene la mira.
    Non mi aveva mai detto, e io non glielo avevo mai chiesto, come fare con le mani sudate che anche in quella fredda mattina d’inverno mi impedivano di stringere bene il calcio del fucile.
    Comunque lo appoggiai alla mia spalla destra, la mano destra al grilletto, la sinistra a tenere le canne e l’occhio sinistro ben concentrato nel controllare che la tacchetta del mirino corrispondesse esattamente alla punta del fucile.
    Ecco, ormai era questione di attimi, lo dicevano anche il silenzio di Sophia e la sua improvvisa immobilità.
    E fu un attimo, infatti, quello in cui decisi: abbassai il fucile, glielo porsi e, con lo sguardo fermo di chi non ammette repliche (chissà da chi ho preso), gli dissi:
    - Mi dispiace, papà, ma non voglio farlo.
    E le nuvolette non mi uscivano più dalla bocca per il solo fatto che non respiravo: stavo in attesa della sua reazione. Lui, con calma prese il fucile, appoggiò il calcio alla sua coscia destra e sempre con quel sorrisetto traverso disse:
    - Sai una cosa? Hai confermato un mio dubbio: che tra i miei tre figli quello più maschio sei tu, l’unica femmina!
    A casa mi fermai davanti al quadro della signora e le sorrisi: sì, l’avevo fraintesa …

    A mio padre che ebbe per amico il suo fucile fino all’ultimo anzi … l’ultimo.

    Rosaria Tropepe

    Comment by Rosaria Tropepe — 15/11/2009 @ 18:57

  11. VISIONI DI LEI

    Ti amo di un amore muto, insano,
    che si nutre d’ossessione e rimpianto,
    veleno nel mio sangue, piombo, cancro,
    un morire peggiore della morte,
    più nero e desolante della notte.

    Il mondo è la tomba di un’altra stagione,
    primavera felice in pieno inverno
    perché in quel tempo la tua luce è apparsa
    all’orizzonte, perché allora ho sentito
    una freccia insinuarsi nelle viscere,
    e scoperto che c’eri – l’aurora
    sbucò da una piccola porta rotta
    ed entrò in una vita vuota
    per riempirla di gioia straripante…

    Ma fu breve parentesi di sole: adesso
    lei vive nel Paese delle fiabe,
    principessa di un regno perduto,
    mentre resto qui, poeta di ieri,
    sopravvissuto ai lampi di un ricordo,
    a schegge colorate di un sorriso.

    Solo e disperato percorro il viaggio
    dei giorni in cerca di tracce smarrite
    e cercando mi sono perso
    in oscuri labirinti di bosco,
    assorto in un’assenza senza senso.

    La ninfa che inseguivo era una fata
    figlia del vento e della fantasia,
    andata via come farfalla, sogno
    inghiottito da un abisso di fuoco…

    Domenico Turco

    Comment by Domenico Turco — 19/11/2009 @ 10:26

  12. BOCCE

    Io, mia mamma e mio papà siamo seduti in cucina.
    Piccola. Con noi tre seduti resta solo il passaggio per il cesso. Si gira intorno al tavolo e c’è una porta con il vetro smerigliato. È un poco più grande delle normali porte. Dentro c’è un piccolo lavabo, un water, un piccolo armadietto con l’anta a specchio, due mensole. C’è un bidet di plastica per le donne.
    Tutti noi tre guardiamo la gabbietta. Dentro c’è una criceta. Si chiama Topazia.
    Il nome è di mia mamma. Bellissima sintesi tra topa e topazio, che poi è il suo colore.
    Un momento raro. Mio padre è con noi. Si diverte a guardare Topazia. Ridiamo tutti insieme per come incamera nelle guance grissini, pezzi di frutta, bocconcini di formaggio.
    Mio padre ride, mia mamma lo guarda e ride felice, io guardo tutti e due e li vedo sereni, non lo sapevo allora, ma vivo un momento raro.
    La mia criceta era riuscita a fermare il peregrinare di mio papà. Lavoro, bar, bocce, tornei, biliardo, bocciofila, bar, lavoro, notti lunghe.
    Rientri notturni. A volte con troppo alcool in corpo. Mai un disturbo per me , ma qualche volta un malessere filtrava negli atteggiamenti della mia mamma.
    Ma la Topazia riuscì più volte a fermarlo, anche solo per qualche secondo. Lo sentivo fermarsi a guardare sopra la mia spalla. Guardava lei e guardava me. Io non mi giravo, sapevo che sarebbe stata solo una sosta. Aveva cambiato camicia ed era atteso per le bocce, per il biliardo o per le mattane tra carte, locali e donne.
    Era bello il mio papà.
    Alto, longilineo, con un naturale portamento elegante che ne faceva un signore in qualsiasi ambiente. A dispetto del portafoglio. Educato all’estremo ma risoluto.
    Una specie di mito. Gli volevano bene tutti. Quasi.
    Indissolubilmente fascista, di quel fascismo sconosciuto oggi, quel fascismo che gli veniva da sua madre. Quel fascismo che aveva dentro tanto socialismo e che oggi nessuno ricorda.
    Poi andava. E certo non lo vedevo tornare. E, quasi sempre, io uscivo prima di lui la mattina.
    Ma non posso dire che non lo vedessi mai.
    Infinite le volte che mi portò con sé alla bocciofila. Prima in Ferrante Aporti, poi a quella di via Archimede.
    Ed anche le domeniche in giro per le gare. Quasi sempre con la mamma. Quattro bocce in una sacca. Quattro bocce con le righe doppie lungo i due diametri maggiori tagliate a 90°.
    Me le ricordo. Le vedo ancora. Quasi sempre rosse.
    E mio papà tirava un “rigolo” da bestia.
    “Boccia a punto!” esclamava rivolto all’arbitro.
    E tirava un “sottomano” esplosivo, che spediva la boccia avversaria all’angolo e lasciava la sua “a punto”. La gente si spostava quando tirava lui.
    E quella notte. Quella notte in un bocciodromo di quelli moderni, grande, nella bassa sotto Lodi o da quelle parti lì. Non posso ricordare.
    Un torneo singolare da 256. Raro. Impegnativo anche sotto il profilo fisico.
    Mi portò con lui e partimmo prestissimo. Eravamo soli, anche se, di solito, non lo si era mai. Probabilmente non trovò nessuno che lo volesse accompagnare.
    Primo turno. 128.
    Secondo. 64.
    Terzo, quarto. 16.
    Non pensava, forse non sperava, di andare tanto avanti. Ormai si era fatta sera.
    Adesso le partite erano più tirate. 12 a 10. Cose così.
    Smise di bere il paio di bicchieri di vino a partita. Solo gazzosa.
    “Chico!”, cosi mi chiamavano da piccolo, “Portami una gazzosa!”
    Ed io a correre, al banco, districandomi tra vassoi di uova sode e bianchini:
    “Gazzosa! Per il mio papà!” “Campo 4”. O 5, o 2.
    Arrivarono gli ottavi. Poi i quarti.
    Gli altri tre erano gente del posto, solo lui veniva da fuori.
    E puntava ad un premio che valeva due mesi di stipendio. Dei suoi. Quasi quattro per un operaio.
    Mi cercava con gli occhi.
    Era solo, con un bimbo piccolo, in un ambiente che si faceva sempre meno amichevole. I mugugni del pubblico erano chiarissimi.
    “Gazzosa! Chico!”
    Finale. Infinita. Ormai erano quasi le due di mattina. Un’ora era andata persa per il reclamo di un locale battuto in semifinale. Bocce irregolari. Analisi delle bocce di papà. Respinta. Grande Italia di una volta.
    Io barcollavo, ma non potevo lasciare solo il mio papà.
    Lui studiava ogni colpo bevendo gazzosa. Roba mai vista.
    Aveva il senso innato dell’impresa eroica. E lo sapeva.
    Avrebbe raccontato quella notte a tutti, per sempre, ovunque, in tutte le bocciofile d’Italia. Penso che la racconti anche dov’è ora, dovunque sia.
    Dentro il bocciodromo era un grande silenzio.
    Solo qualche grido di incitazione nelle pause, ma erano tutti per l’avversario.
    Io e lui. Soli. Paura? Mai. Incoscienza? Certo. Sempre.
    E vinse. Rischiando. Vinse. Spaccando ogni boccia “a punto” dell’avversario. Uno sterminio.
    Si diffuse un gran mormorio. Gli altoparlanti lo chiamarono alla premiazione.
    Lui mi prese sotto la spalla, ritirò l’enorme trofeo, sorrise, ritirò la busta con i soldi, sorrise.
    Praticamente fuggimmo nella notte verso Milano. L’ultima cosa che ricordo prima di cadere, defunto, nell’oblio dei bimbi, è lo sguardo di mio padre fisso nello specchietto a scrutare la strada dietro di noi.
    Il giorno dopo la scuola mi riprese.
    Solo trent’anni dopo, un giorno mi guardò sorridendo e mi chiese:
    “…ma ti ricordi quella notte quante gazzose mi hai portato?”

    Francesco Boscarino

    Comment by Francesco Boscarino — 29/12/2009 @ 15:14

  13. NOI OSSERVIAMO

    Laceri stinti vessilli
    Nude di petali, smunte corolle
    memori della gloria finita
    che cento vite son passate
    sopra i nostri vent’anni.
    Spossati sopraffatti volti
    avvolti nel bianco fumo che sale dai campi,
    sterili devastati testimoni
    di quest’inutile pazzia
    quali orrendi semi han visto germogliare,
    anch’essi arresi ormai.
    Nell’ineludibile geometria di precise distese
    di bianche steli
    si bagnano di lacrime le tue parole,
    Padre lontano
    corsi via sono i decenni
    E l’uomo giusto, l’uomo nuovo ha eretto argini
    al dilagare della nostra natura
    dimenticando del Sinai la pietra scolpita
    E il mondo applaudì
    E il mondo fu d’accordo
    Oh Universali Umani Diritti
    Granitiche colonne
    vi ho visto ridotti in polvere,
    nella sabbia dei campi, ai confini Afghani
    ho visto i tuoi figli madre,brulicare nei reticolati
    senza null’altro del vacuo sguardo vuoto
    Ho visto i tuoi figli ancora,
    figli bambini, tagliati da machete assassini
    E noi incolumi elargitori al riparo nel Palazzo di Vetro
    Osserviamo, osserviamo, osserviamo …

    Marco Alberico

    Comment by Marco Alberico — 01/02/2010 @ 18:03

  14. VITA NEI BOSCHI

    -In questi boschi è scomparsa molta gente.
    Dal fuoco saltò una scintilla, un colpo di teatro imprevisto che fece sobbalzare alcuni dei più giovani, che pure non erano abituati all’atmosfera di misterioso terrore che aleggia nei boschi di notte. Giorgio, Fratello Orso, si compiacque. Prese un asticella e ravvivò la fiamma. La pausa era studiata, in altri casi eccessiva, ma dato il consesso di piccoli uditori non mancò d’effetto.
    - Nel silenzio della notte, quando si sente nessun rumore e nemmeno un animale del bosco fa sentire il suo verso, si dice si possano sentire le loro voci.
    Un’altra pausa, prolungata, silenzio assoluto, non un gufo, non un cane, immobili le foglie, l’aria ferma dell’estate.
    Come da accordi, a quel punto, raggiunto il climax, alle spalle dei ragazzini dovevano sentirsi i bisbigli di Clara e, una volta catturata l’attenzione dei ragazzini, avrebbe dovuto sbucare all’improvviso dal dietro un cespuglio producendosi in versi innaturali. Quello che accadde fu invece che la ragazza si avvicinò provocando più rumore del previsto, anche in quel caso qualcuno sussultò, ma l’effetto terrore era andato a farsi benedire.
    L’Orso era alquanto risentito e la guardò stizzito, si rese conto della sua espressione e del colore pallido del viso solo quando alle spalle di lei apparve una prima figura, poi una seconda. Stava per mettersi in piedi quando sentì uno dei due rivolgergli qualche frase con accento straniero.
    - Caalmo fratelo, caalmo.
    Stringeva un oggetto nella mano che teneva bassa ma abbastanza vicino al corpo di Clara per rendere palese la minaccia che si nascondeva dietro il tono rassicurante. Qualcosa che mandava un debole riflesso della luce rossastra del falò. Era un coltello dalla lama a stiletto lucida ed affilata.
    - No siamo morti, amici, non avete paura.
    L’invito fu accolto in maniera opposta, dai due lati spuntarono altre due figure, armate l’una di un’ascia e l’altra di una lunga mazza di legno lucido. Erano tutti magri, qualcuno con il naso schiacciato, la pelle abbronzata.
    Per come la vedeva il gruppo di boyscout, nonostante le idee razziali fossero bandite dal loro catechismo, doveva trattarsi di una banda di nomadi rom provenienti da uno dei campi abusivi che erano sorti qua è là a valle, lungo il corso del fiume.
    Quello che aveva parlato, forse il capo, sospinse Clara verso il resto del gruppo accompagnandola con una mano sul sedere. Clara sobbalzo a quel tocco. Il ragazzo sorrise, quindi parlò ancora.
    - Quello che accade ora è semplice e, se nessuno fa problema, tutto finisce bene. Prendete sacca e riempite con cibo, poi altra sacca e mettete lettori mp3, telefonini, orologio, tutto, e pure soldi, se avete, ma non fate cercare noi, per piacere.
    - Vi daremo tutto quello che volete.
    - Bravo signore, bravo, ora mettete femmine da un lato, maschi da altro.
    Il gruppo di boyscout, avvezzo alla disciplina, si dispose in due semicerchi per restare vicini al fuoco e alla luce. Gli invasori erano solo quattro, nemmeno maggiorenni, ma il modo di fare, la sicurezza nello sguardo, facevano suonare ogni ordine come perentorio e minaccioso. I ragazzi erano poco più di una ventina, della stessa età degli intrusi, forse otto, ma pur essendo il doppio erano impreparati, disarmati, e poi c’erano le ragazze.
    Fecero quello che ordinava la banda. A due dei più piccoli chiesero di prendere una sacca a testa e di passare in rassegna i loro amici. Sarah, una ragazzina di quattordici anni dai lunghi capelli biondi raccolti in una treccia tenuta insieme da un vistoso fermacapelli di metallo, tentò di nascondere un anello facendolo scivolare a terra, ma gli stranieri erano buoni osservatori e uno di loro, il più alto, le si avvicinò fissandola. Lei ricambiò lo sguardo.
    - Alza piede.
    Sarah non obbedì. Lui si chinò reggendosi alla mazza lucida e tozza che aveva nell’altra mano. Le prese la caviglia e sollevò con facilità lo scarponcino sotto il quale la ragazzina nascondeva l’anello. Sembra qualcosa di valore affettivo più che reale. Il ragazzo posò la mazza e stava per prenderlo con la mano libera, quando la ragazza si liberò dalla stretta alla caviglia e pestò con il piede. Il ragazzo sembrò non farci caso, ma mentre lei lo guardava con rabbia lui la osservava con freddezza, quindi sollevò la mano in un unico gesto di forza e le fece perdere l’equilibrio fino a farla cadere.
    - Puttana – le sussurrò.
    Il resto dei ragazzi era atterrito, gli intrusi ridevano di gusto e motteggiavano il loro amico nella loro lingua. Sarah era dolorante a terra massaggiandosi un fianco. Il suo aggressore recuperò la mazza, la tirò per la treccia e la trascinò nella prima tenda libera.
    - Cosa vuole farle? – Giorgio scattò in avanti, ma lo straniero gli assestò un potente colpo di mazza allo stomaco. Fratello Orso si piegò in due e cadde a terra boccheggiando. I ragazzi erano silenziosi, gli intrusi anche, ma in entrambi, stranamente, vi era un modo simile di essere minacciosi.
    Il capo si avvicinò a Giorgio.
    - Dimenticate nostre facce, perché non ci vedrete più, ma non dimenticate che stanotte possiamo fare tutto! Tutto! E se ne fate prendere uno, altri verranno a cercarvi.
    I bambini ripresero la raccolta, dalla tenda si sentivano lamenti strozzati e sospiri di piacere tanto confusi tra di loro da sembrare identici. I più giovani degli scout tremavano. Clara era a terra, seduta vicino alla sacca degli attrezzi, abbattuta. Giorgio si massaggiava la pancia e riprendeva il colore naturale.
    C’era silenzio. A un tratto dalla tenda si udì l’urlo straziato del ragazzo. I tre che erano fuori si allarmarono, il primo a muoversi fu quello più lontano, mentre il capo teneva un occhio sul gruppo e uno alla tenda. Si udì un suono secco e cupo. Quello che si era mosso cadde a terra, il rumore metallico della lama dell’accetta. Da un alto cespuglio spuntò una figura armata di fionda. Cadendo l’intruso mostrò il viso devastato dal colpo che l’aveva centrato all’altezza del setto nasale, che ora era aperto in due e spruzzava sangue. L’attimo di sorpresa fu sufficiente perché Clara prendesse un attrezzo da montaggio abbastanza appuntito e lo piantasse nella coscia del capo, ripetutamente, fino a farlo cadere. A quel segnale una gragnola di pietre colpì l’ultimo degli invasori che barcollando si diresse verso il lato salvo del bosco, brandendo la mazza come a cercare di respingere ancora le pietre che avevano finito di piovergli intorno.
    Quando uscì dalla radura per infilarsi tra gli alberi un gruppo di esploratori in calzoncini corti lo seguì, chi armato di fionda, chi di balestra.
    Giorgio si rivolse al gruppo di inseguitori in modo generico:
    - Non perdete tempo a divertirvi, riportatelo qui.
    Intanto Clara ed altri tre ragazzi tenevano il capo degli invasori schiacciato terra.
    - Tranquillo – diceva – non andrà lontano, in un modo o nell’altro lo prenderanno. Ma pensiamo a te, ora! È una lunga notte questa, una lunga, lunga notte.
    Giorgio si diresse verso la tenda, abbassando la zip già si sentiva l’odore del sangue. Riverso su un lato stava il corpo del rom, con un fermacapelli di metallo dalla strana foggia appuntita piantato in un occhio.
    La ragazzina si stava rivestendo.
    - Li avete presi tutti?
    - L’ultimo sta facendo divertire gli esploratori.
    La ragazzina sembrò annuire. Giorgio le si avvicinò con cautela.
    - Fantastica l’idea dell’anello, pensavo non ne avresti avuto il coraggio. Clara non ha mai fatto cose del genere, ma sa come trovarli e farsi seguire.
    Silenzio, si morde le labbra, poi sussurra la domanda che voleva farle prima ancora di entrare nella tenda.
    - Com’è stato?
    - Prima che lo stendessi o dopo? – disse sorridendo della propria battuta. – Se vuoi saperlo … era molto più maschio di te.
    Giorgio era visibilmente eccitato, guardava i capelli scomposti di Sarah, l’odore che emanava, voleva saltarle addosso.
    - Non adesso – intimò la ragazzina, e fece segno verso il corpo del rom.
    Fuori si sentivano le urla strazianti del capo. Giorgio uscì per chiamare qualcuno dei ragazzi per trascinare via il corpo e far scavare una buca dove nasconderlo. Quando raggiunse Clara, il ragazzo non aveva già quasi più dita, mentre lei armeggiava sull’ennesima falange con una lunga cesoia rossa. Giorgio si compiacque dell’efficienza dei suoi ragazzi.

    Felice Vino

    Comment by Felice Vino — 11/02/2010 @ 19:28

  15. Davvero interessante! Mi iace molto il capovolgimento della situazione verso la fine del racconto. Per la serie “Non tutto è come sembra”

    Comment by Brunella — 12/02/2010 @ 12:39

  16. IL BELLANDI

    Affrontatemi sul muso, cattivi recensori
    finti critici e pagati, dal mio cerchio siete fuori…
    Ed io che mi avveleno perché non sono sordo
    le vostre inutili parole non perdono, i vostri volti non mi scordo.

    Una carriera da fallito, sorretta solo da vecchi sogni
    lasciatemi solo questo grido, e ignoro i vostri ghigni.
    Siete solo pappagalli che giudicano leoni, mangia carogne
    come iene, e poi sembrate tutti buoni…

    Me ne strafotto del buonsenso, pensate pure quel che volete,
    le mie son parole da battona, frasi fatte di un vecchio prete.
    Affrontatemi ignobili signori, forse non ci crederete
    ma io solo ho la chiave delle mie parole, e certo voi non le capirete!

    Datemi del codardo, uomo assurdo e senza senso, cazzone,
    uomo misero, intelligente, stupido, ignorante, infante,
    cretino, falso portatore di ideali, di finti onori, ma io solo sono uomo
    perché le vostre scemenze infondate incasso, poi troppo buono e buffone!

    E vi chiedo scusa se a volte mi sbilancio, ma tanto non guardate a fondo,
    non son io certo il centro di questo mondo, la notte scrivo perché solo
    e poi vi vado in culo, mangio! E quando vi vedo mi masturbo, tanto
    per non guardarvi in faccia più e spiccare uno sporco volo…

    Non chiederò mai scusa perché vivo,
    assaporando nella noia quel che penso e scrivo,
    se verrete vi saprò affrontare e prenderò le giuste botte
    ma almeno a “sua Maestà” so tutto idee potrò in faccia sputare…

    Bellandi, figli di puttana vari e da seduti critici severi
    voi certo non capirete questo bel mondo, dai miei segreti state fuori!
    Invidiosi dei miei sogni, sposando poi delle luride mignotte
    io che scrivo e poi ci penso e non è vera finzione, la mia voce nella notte.

    Aspetto la prima pagina, sul web o sul giornale,
    di sentir dire che sono strano, al livello di un animale,
    che ciò che scrivo non capisco, che sono un folle visionario,
    che passo notti intere a studiare il dizionario.

    Ma a casa mia vi voglio invitare, avvoltoi sublimi vi farò vedere,
    vi vorrò spiegare, che in fondo le vostre vite son peggio della mia.
    Bellandi e amici cari, a farvi i complimenti ci vuole fantasia!

    Me lo dicevan genitori e amici, questo mondo è fatto per un giocoliere,
    che andrò incontro a dieci, cento e millanta critiche severe…
    Non me ne frega un cazzo, son fiero di questa razza
    i cui giochi voi distruggete, ma io non perderò la faccia!

    Nicola Matteucci

    Comment by Nicola Matteucci — 05/07/2010 @ 17:17

  17. LA VACCA DEL CONTADINO

    Era un mattino ai primi del secolo, e c’era tanta fame
    un contadino stava lavorando, come solito era fare
    all’alba la massaia sul letto in fin di vita, ma nessuno la guardò,
    da sotto il bifolco urlò: – È morto un capo del bestiame!

    Una vacca per ogni famiglia, era parte di quel mestiere,
    un capo da latte che sfamava l’intero meridione.
    Una madre stava morendo, tutti indifferenti alla sua agonia,
    tutti stavano piangendo l’unica vacca della fattoria!

    Il Capoccia stava urlando dalla rabbia, senza denti e senza soldi,
    un figlio fuggito per far fortuna, la sua voce tra i ricordi.
    Le zie zitelle da mantenere, poca legna per il focolare,
    un prete grasso dice – Non temere, un dio ti verrà ad aiutare!

    Cinque figli, “forza lavoro” che valgon più dell’oro,
    un vecchio casolare in pietra, vino aspro e ‘l bicchiere vuoto
    in notte fonda solo al tavolo disperato, non sa come andare avanti,
    senza vacca e senza cibo, per sfamare impresa e fanti…

    Ed al mattin di venerdì…

    Poi il buffone del paese cantò insieme al gallo, si alzava un ferroviere,
    il sole da viola diventava giallo, e nessuno riempiva il paniere:
    Che fine avrà fatto tua moglie, nessuno lavora il pane, i fiori dell’orto
    stanno appassendo, l’avete lasciata morire sola come un cane

    in un maledetto giorno d’aprile…

    Una donna maltrattata e ingrassata per tutta la vita,
    ignorato quello che provava finché non la vide finita.
    Ma c’era da sopravvivere, lasciarsi al cuore andar significava morte certa,
    l’inverno era ancora lungo, non lasciarsi andar significava una morte acerba!

    Sotterrata con la maggese, tra l’odore dei limoni e altri agrumi,
    il prete affollava il cielo, spargendo i suoi sacri fumi,
    le sorelle acide leggevano il testamento, ridevan nello sgomento
    di quel mattino, di un vecchio paese siciliano…

    Lui le prese e le riscaldò invano, quella sua fredda mano,
    gli occhi di un solido e celeste cristallo, sembravano ignorare il mondo.
    Ci sarà una carestia, un altro figlio vuole scappare per cercare americhe
    e il secolo si evolve, un contadino aveva toccato il fondo!

    Intanto i contadini posavano falci, trebbie e sacche,
    prendevano martelli, stantuffi e macchinari da industria,
    avevano bisogno di soldi per comprare nuove vacche,
    migliaia di operai, a costo di farsi toccare con la frusta!

    I figli videro un mattino di domenica dopo la messa,
    il padre inginocchiato al vespro, poi correre di fretta,
    si allontanava all’orizzonte, per cercar fortuna lontano,
    sudava la sua fronte, salutò con una tremante mano
    quel vecchio paesino siciliano.

    Nicola Matteucci

    Comment by Nicola Matteucci — 12/07/2010 @ 11:26

  18. FIORE DI FUOCO

    Anni fa un ragazzo di vent’anni s’innamorò di una ragazzina di quindici.
    Lo fece solo dopo aver capito quanto amore ella provasse per uno come lui.
    Da quel giorno crebbero insieme, mese dopo mese, anno dopo anno, contro tutto e tutti, e superavano gli ostacoli come e meglio del vento.
    C’era una forza straordinaria che li sosteneva e non li lasciava mai: l’amore.
    Passavano gli anni e l’amore tra loro non accennava al minimo tentennamento, era vero, era puro, era un’essenza incondizionata, indomabile.
    Poi, dopo dieci anni, si lasciarono, ancora non sanno bene il perché, eh già, perché continuarono ad amarsi ugualmente, un’utopia, ma è la semplice realtà, senza trucchi.
    Lui darebbe la sua vita per lei all’istante, se solo servisse, lei non è più chiara sotto questo profilo, maschera le emozioni, lo fa perché ognuno ha il suo percorso nella vita, che determina anche il modo di esternare o meno i sentimenti.
    Quello che di sicuro è rimasto è la fiducia, la complicità, il desiderio di sostenersi sempre, uno con l’altra e magari chissà un giorno tornare a stare insieme e questa volta per sempre.
    Sembra una favola, è vero e lo è, ma è anche la realtà dei fatti accaduti tra loro, realtà che mai farebbe pensare ad un tradimento inteso come strappo alla lealtà ed alla fedeltà di due anime unite nella vita da qualcosa che non si sa definire.
    E invece le sorprese della vita non finiscono mai.
    Per motivi ancora da capire e forse incomprensibili per chi sta scrivendo questa magica storia, il ponte tra i due si spezza per volere di lei.
    È lei che compie l’atto del tradimento, è lei che pone un muro tra i due cuori che hanno battuto all’unisono per tanti anni, forse per paura di amare ancora, forse per motivi davvero sconosciuti ed emblematici, fatto sta che tutto ciò accade, accade proprio come tutto il resto.
    Lui reagisce con l’incomprensione e il risentimento di chi arde ancora per lei, ma poi, stanco della sua vita graffiata e sanguinante, rimane solo con la testa fra le mani, cercando di piangere senza risultato, cercando di capire, ma è troppo stanco, non riesce a smuovere neanche un neurone del suo cervello e per la prima volta si rassegna, abbandona, alza la bandiera bianca.
    Si ripete per ore: perché… perché… perché…
    E finisce per sprofondare in un’angoscia e in un tormento che forse lo accompagneranno per sempre, è così che lui vuole.
    Ha preso atto delle cose, non si muoverà in nessuna direzione, ma custodirà il suo amore dentro il cuore e non lo restituirà più a nessuno.
    Probabilmente nemmeno alla sua amata, se un giorno bussasse alla sua porta, probabilmente nemmeno da morto lascerà uscire questo piccolo fiore di fuoco che abita nel suo cuore.
    Che lo spirito sia con te, giovane uomo.

    Nicola Simonetti

    Comment by Nicola Simonetti — 18/10/2010 @ 08:58

  19. DALLA PORTA ALL’AUTO

    Camminavo sotto la pioggia
    non avevo un ombrello
    non avevo una faccia, gli occhi
    non avevo un corpo.

    Mi muovevo come impiccato al lunghissimo filo di un aquilone
    mentre le auto mi passavano a fianco
    e il buio della sera disperdeva le esili intelligenze degli uccelli
    le dileguava in fragili allucinazioni del mio udito
    mentre un vento leggero mi portava
    anche se andavo solo verso un’auto
    ed ero innamorato
    tristemente innamorato.

    L’autunno mi sembrava l’unica cosa a risalire il corso di una tasca bucata.
    Tutto il resto vi cade, si perde per sempre
    e per la mente avevo un unico pensiero:
    a certe ragazze la pioggia proprio non piace.

    SVEGLIATO DA UN SOGNO

    alla deliziosa Anna Alberico

    Il mio cuore è un pozzo d’ignoranza
    e la mia mente è il secchio che v’attinge.
    Fumavo sigarette
    ma non era un fumare
    solo un accendere incensi alle Dea di solitudine del mio mondo.
    E la ragazza dei miei desideri m’apparve una notte in sogno
    remava sul malinconico Ticino
    campionessa di Dragon D’Oro.
    Mi svegliai per andare in bagno
    feci due passi e miei piedi affondarono nell’acqua.
    Un guasto al termosifone
    e il Ticino sgocciolando mi stava allagando la casa.
    Asciugai tutto
    l’abitudine ha passi ancora più felpati di un gatto
    pensai
    e le mie abitudini in agguato attendevano quella morte.
    Amavo una ragazza che non mi amava
    eran le 5 del mattino.
    La bacheca è la femmina del tricheco
    Pensai.

    PARLANDO DI TE

    alla dott.sa X. P.

    Oggi ho mostrato la tua foto ad un’amica.
    Ha detto che sei molto bella.
    Allora le ho raccontato qualcosa di te
    anche se di te non so niente
    ma è un niente che si colma della tua bellezza
    e allora è come se sapessi tutto…
    so che la vera bellezza non si fa incoronare da nessuno
    tantomeno dai potenti
    e io diffidando di chi s’aggira con corone tra le mani
    stringo tra le mie la tua fotografia
    la mostro a chi ha occhi di speranza
    la nascondo a chi sospetta che sia pazzia.

    Corrado Spaviero

    Comment by Corrado Spaviero — 20/10/2010 @ 14:12

  20. Chissà se qualcuno di voi leggerà mai queste tre mie poesie ?…chissà…chissà cosa penserete …..

    Comment by spaviero corrado — 21/10/2010 @ 11:37

  21. LA MACCHINA CHE FABBRICAVA LE DONNE

    Mike Centonze, come tutti gli italo americani, viveva perennemente col complesso di inferiorità ereditato dai nonni, emigranti di Tinchi, piccolissimo paese del materano, dal quale erano fuggiti negli anni Quaranta per far fortuna negli Stati Uniti. E dai nonni il buon Mike aveva ereditato anche una casa in campagna, una Cadillac del ‘68 e qualche decina di migliaia di dollari in un conto bancario di quelli che i parenti previdenti tengono segreto fino al giorno della loro dipartita da questa terra.
    Così Mike, laureato in lettere moderne per far piacere alla sua mamma malata e ormai scomparsa, in realtà faceva l’inventore, perché era stato sempre questo il suo pallino, sin da ragazzino, sin da quando alle scuole medie carbonizzò completamente il laboratorio di fisica nel tentativo maldestro di produrre la fusione fredda.
    Anche per questo era ben presto diventato lo zimbello di tutta la scuola, gli amici lo chiamavano il pazzo e le ragazze lo evitavano come fosse un appestato. Ovviamente trasandato e perennemente spettinato, fino ai primi anni del liceo le donne non lo avevano minimamente interessato, immerso com’era nei suoi pensieri, ma poi si era dovuto suo malgrado arrendere a quella tempesta ormonale che inevitabilmente arriva come una valanga.
    Nel giro di un’estate gli spuntò una barba ispida che provvide a non tagliare mai, brufoli sparsi tra il volto e le braccia, un timbro di voce che sembrava uscito direttamente da un libro di Stephen King… a questo punto, preso atto della sua condizione di “genio incompreso”, si richiuse nella sua cantina adibita a laboratorio e cominciò a sperimentare i più svariati tipi di invenzioni fallimentari che mente umana possa concepire.
    La Cadillac venne venduta su e-bay per finanziare lo smolecolizzatore di materia, una macchina per il trasferimento di qualsivoglia oggetto da un punto all’altro del pianeta. Il primo esperimento vide un telefono fondersi nella cabina di trasmissione, il secondo tentativo procurò un’atroce morte ad uno sfortunato micio di passaggio. Accantonata l’idea del trasferimento di materia, la tappa successiva fu rappresentata da una sorta di macchina del tempo, in grado di andare avanti di sole ventiquattro ore per intervenire a evitare incidenti, morti tragiche, prevedere terremoti e inondazioni, ma anche, perché no, sbirciare i numeri vincenti della ricchissima lotteria locale, un po’ di moneta non fa mai male.
    Il risultato fu un’enorme fiammata che dalla cantina si alzò di diversi metri bruciando il pavimento del salone sovrastante e rendendo l’aria irrespirabile. Come se non bastasse, il dispendio di energia necessario per il trasferimento spazio-temporale aveva lasciato al buio un intero quartiere della piccola cittadina che, dopo brevi indagini, scoprendo la causa del blackout, ricominciò a canzonare pesantemente il giovane Mike, costretto ad affittare una stanza in una pensione vicina, a causa dei miasmi tossici ristagnanti nell’abitazione.
    “Vi farò vedere io un giorno, bifolchi, verrete da me a implorare le mie invenzioni, menti vacue e senza ambizioni… e le donne, ah, le donne, strisceranno ai miei piedi per mendicare un bacio del genio… vedrete…”
    Una volta rientrato a casa, andò dal banchiere vecchio amico del nonno che, mosso a pietà, gli concesse un muto con gravosa ipoteca sulla casa e il solitario Mike si mise a lavorare all’invenzione più geniale della storia dell’intero mondo.
    Una cabina insonorizzata collegata da fasci di innumerevoli cavi colorati che entravano ed uscivano da gruppi di computer di ultimissima generazione, capaci di miliardi di calcoli al secondo, il tutto interfacciato ad un caschetto metallico che avrebbe raccolto e tradotto gli impulsi cerebrali dell’inventore, in un connubio perfetto tra macchina e uomo per creare, sì, creare il proprio identico alter ego… la macchina clonatrice!
    Con un suo clone, uguale nelle intenzioni e nella personalità, avrebbe ottenuto l’assistente perfetto, in grado di dimezzargli il lavoro, capire le istruzioni al volo e sostituirlo nelle eventuali commissioni, sempre durissime da affrontare a causa dello scherno dei suoi impietosi compaesani.
    La macchina ebbe bisogno di mesi di montaggio e calibrazione, i calcoli dovevano essere perfetti al miliardesimo, un minimo errore avrebbe potuto provocare chissà quali conseguenze al clone… l’unico calcolo che non fece, e fu fatale, fu settare il suo cervello.
    Una notte serena di primavera, nella pace totale, le apparecchiature lavoravano a calcoli impossibili e l’inserimento dei dati era finalmente concluso. Si posizionò il caschetto sul cranio, fissandolo con le cinghie a causa della massa informe di capelli e diede il via all’esperimento più folle mai concepito in una cantina del Kentucky.
    Nel preciso momento in cui la cabina cominciò a sfrigolare e a traballare in maniera preoccupante, gli venne in mente, per chissà quale random neurologico, la sua maestra delle scuole elementari, una donnina tenera, bassa e dalle forme generose, che era solito stringerlo al petto facendogli affondare il visino tra i seni esageratamente caldi e morbidi… scacciò immediatamente, ma faticosamente, il pensiero concentrandosi su se stesso e immaginando il proprio clone, sudando copiosamente anche per l’imbarazzo dell’erezione che gli premeva contro i pantaloni sudici…
    Nulla, provò a pensare a tutt’altro, a una nave, a un modellino di galeone che aveva costruito da bambino con gli stuzzicadenti, a una sedia…
    Nella cabina della macchina una sagoma, decisamente bassa e decisamente femminile, prese forma in mezzo ad un’intensa luce bluastra. Ne riconobbe subito la voce, vagamente legnosa e la creatura uscì dall’aggeggio che evidentemente non funzionava come doveva. La maestrina, spaesata, si muoveva in modo curiosamente goffo, una gamba avanti all’altra ma come se fosse legata, impacciata… improvvisamente inciampò su un cavo, vacillò ed emettendo un gemito rovinò al suolo esplodendo in milioni di frammenti di legno simili a stuzzicadenti, inondando l’aria e il pavimento di schegge impazzite non più lunghe di cinque centimetri.
    Mike, impietrito e insieme interessato, trasse le conclusioni da quello a cui aveva appena assistito… la maestra era stata la materializzazione di un suo desiderio fugace ma ben impiantato nella psiche, che si era mescolato assieme agli altri ricordi dell’infanzia, in particolare quel maledetto galeone. Furono settimane di correzioni, calcoli e modifiche a tutta l’apparecchiatura, lavorò alacremente giorno e notte affinché la macchina si concentrasse solo ed esclusivamente sulla sintesi delle molecole organiche umane, dimagrì, i capelli gli crebbero ulteriormente, il suo aspetto peggiorò radicalmente…
    Venne il giorno del secondo esperimento, i computer erano al lavoro da ore, il suo casco ben collocato sulla testa. Si concentrò sulla sua immagine per alcuni minuti e, appena si sentì pronto, diede l’input… La cabina prese nuovamente a sfrigolare e a vibrare, lui a sudare copiosamente, le macchine impazzivano di calcoli, l’aria nella cantina era diventata rovente, fragore, ma nulla sembrava volesse prendere forma… aprì istintivamente gli occhi, il sudore gli colò dentro il bulbo e lui, bestemmiando, visualizzò per un decimo di secondo la donna delle pulizie della vecchia zia, una slovena esageratamente bella e sensuale, alla quale non era riuscito in vita sua che a rivolgere più di un timido saluto.
    Non diede granché peso a questo flash cerebrale, non fosse stato per il fatto che, all’improvviso, cominciò ad avvertire nell’aria l’inconfondibile profumo esotico della donna…
    La cabina smise di sfrigolare e traballare e una figura eterea, in mezzo ai fumi, si stagliava sempre più nitida… alta, bionda, con due occhi azzurri come il mare d’estate, un corpo perfetto e una marea di capelli biondi… Uscì dalla cabina, morbida, flessuosa, guardandosi intorno, riconoscendolo e salutandolo con un sorriso, usando l’idioma madre e non ottenendo alcuna risposta dallo scienziato che si limitava a profferire suoni gutturali in un misto di incredulità ed eccitazione scientifica.
    Stavolta sperò decisamente che la donna uscita da quell’arnese anarchico non si infrangesse in legnetti di varia misura o, peggio, si sciogliesse davanti ai suoi occhi. Non accadde nulla di tutto questo… lui si tolse il casco e dovette, suo malgrado, accettare che la macchina non clonava la sua persona, ma materializzava gli individui che gli passavano per la testa mentre era in interconnessione neurale con i computer… dovette anche ammettere che, stavolta, la materializzazione non gli dispiaceva affatto.
    La donna, spaesata, continuava a chiedergli spiegazioni nella sua lingua, lui, preso da ben altre congetture, non le rispondeva, ma un dubbio improvviso lo turbò… e se si fosse trasferita dalla dimensione dell’abitazione della zia al suo laboratorio? La zia non avrebbe certo tardato ad avvisare le forze dell’ordine della sparizione della sua domestica… e le ricerche avrebbero inevitabilmente portato anche a perquisire il suo domicilio. Rischiava un’accusa di sequestro di persona… telefonò terrorizzato all’anziana parente, la quale, senza batter ciglio, gli rispose che la ragazza non solo era lì da lei a cucinare, ma quando piuttosto si sarebbe deciso a trovare una brava mogliettina che lo accudisse e lo rendesse più presentabile… Interruppe la comunicazione… dunque il clone era effettivamente tale… doveva studiare il da farsi.
    Quella donna sembrava fosse stata da sempre lì con lui, non manifestava nessun segno di disagio, bensì sembrava attendere un ordine, ferma, statuaria e con un’espressione gentile sul volto… lui la prese per mano e la condusse nel soggiorno. Il suo stomaco protestava, le fece il cenno inequivocabile di girare la forchetta in un piatto di spaghetti e portarsela alla bocca e lei, con un cenno di assenso, si diresse in cucina per mettersi all’opera.
    Allora Mike intuì che la macchina, con tutta probabilità, non solo aveva riprodotto la figura della donna ma anche il suo ruolo, cioè quello di servire. Perso nelle più recondite fantasie che un uomo possa fare su una ragazza bellissima e completamente remissiva al proprio servizio, decise che avrebbe condotto degli esperimenti similari al più presto. Fecero l’amore per settimane, lei gli insegnò la tenerezza e tante altre cose. Lo ripulì per bene donandogli un aspetto civile, ma lui non poteva uscire pubblicamente con lei, rischiando di incontrarne la versione originaria con conseguenze a dir poco impensabili. Questo, purtroppo, divenne un problema da risolvere alla svelta, poiché la sua compagna, che aveva chiamato Iris, frequentemente sbirciava fuori dalla finestra del cortile e se fosse uscita le conseguenze potevano essere disastrose.
    Cominciò a lavorare al procedimento contrario, cioè la smaterializzazione del clone, d’altronde non era assimilabile all’omicidio, biologicamente, Iris non esisteva, non era mai nata. Una notte, dopo una settimana di lavoro intenso, le chiese gentilmente, in un idioma che avevano creato fra loro fatto di verbi basilari, di seguirlo in cantina, dove l’avrebbe convinta a pulire i macchinari, che invece erano tutti accesi e febbrilmente al lavoro. Lei, quasi come se intuisse e accettasse la fine della sua permanenza, si infilò direttamente nella cabina in cui era “nata”, lui la guardò, esitò, ma la scienza non permette sentimentalismi, quindi diede l’impulso ai computer e di lei, in un secondo, restò solo il profumo.
    Il terzo esperimento lo condusse nella notte successiva. Il suo convertitore era in grado, ne era sicuro, di materializzare e smaterializzare i cloni con la semplice modifica di una sequenza numerica. Si ricollegò al casco, diede l’input e pensò direttamente alla sua compagna di banco dell’ultimo anno di liceo, la bruttissima Carol Messner che era perdutamente innamorata di lui e che trattava come se fosse la più indegna delle ragazze. Si materializzò in pochi secondi, uguale a come la ricordava e, mentre lei già sorrideva avendolo riconosciuto, invertì la sequenza numerica facendola sparire prima che profferisse verbo.
    Poi provò con la moglie del droghiere, nota fedifraga che non faceva mistero del suo passato e presente di consolatrice di mariti solitari, però immaginandola bruna anziché bionda, con gli occhi scuri anziché chiari e leggermente più magra di come la ricordasse… Si materializzò con quel suo sorriso impertinente e il grembiule da lavoro, sui tacchi troppo alti per una salumiera, guardandolo e ammiccando verso di lui, però bruna e con gli occhi neri. Anche qui, sequenza numerica invertita, benché un pensiero peccaminoso gli attraversasse il sistema nervoso, e lei scomparve…
    Non c’erano dubbi, aveva inventato la macchina che clonava, no, che fabbricava donne a suo piacimento…
    I mesi successivi furono incredibili, il suo aspetto era riposato e fiero, aveva materializzato tutte le donne che aveva desiderato e che non lo avevano mai degnato d’uno sguardo, alcune semplicemente per il piacere di smaterializzarle un minuto dopo, altre per offenderle e trattarle male, altre per possederle selvaggiamente per giorni e giorni, benché in realtà di un paio di loro si stesse innamorando pericolosamente, ma la scienza è scienza…
    A volte usciva di casa solamente per andare un po’ a zonzo e fissare nella testa i volti e i corpi di donne che incontrava per la strada, per poi replicarle e usarle per i propri “esperimenti”. Raccoglieva tutte le impressioni in un quaderno che teneva sotto il letto, nel quale annotava dettagli che andavano dalla semplice reazione visiva al carattere specifico di ogni clone. Aveva infatti notato che, benché i cloni tendenzialmente lo riconoscessero come loro creatore e quindi con una sorta di rispetto e di servilismo spontanei, alcuni, anzi alcune di loro, mostravano caratteristiche diverse, come passionalità o sensualità più spiccate rispetto ad altre, dolcezza o spigolosità nel carattere, passione o rifiuto per i lavori domestici. Quindi il clone portava con sé anche il carattere dell’originale e questo era motivo di rischio poiché non conosceva la mentalità dei soggetti che voleva duplicare.
    Ovviamente su quel quaderno c’era un intero capitolo dedicato alle caratteristiche sessuali di ogni compagna, spesso accompagnati da foto esplicite e descrizioni minuziose dell’atto sessuale o di particolari pratiche.
    Dopo un lungo periodo, aveva cominciato a perdere quasi interesse nell’esperimento in sé, procurandosi i cloni per il semplice soddisfacimento sessuale e desiderando inoltre innamorarsi di una donna inedita, non di una copia.
    Capitò un fatto curioso. La giovane moglie del ricco banchiere della cittadina, la signora Matilda Power De Grassi, nota arrivista senza scrupoli, dalla bellezza paragonabile solamente alla sua ruvidità caratteriale, venne a mancare per un’improvvisa malattia cardiaca. La signora era praticamente sconosciuta in città, poiché, trasferitasi da New York per seguire l’anziano marito ricchissimo che le aveva promesso una vita di agiatezze e lussi, si era barricata in casa dal primo momento aborrendo completamente tutte le amicizie del banchiere, il quale, noto viveur, era solito organizzare festini e ricevimenti nelle sue dimore sparse sul territorio, invitando qualsivoglia genere di ospiti, conducendo un tipo di vita smodata e viziosa che andava drammaticamente a cozzare con la voglia di riservatezza e di classe cui ambiva la sua giovane e bellissima moglie.
    Si narrava, vox populi, che la moglie lo avesse conquistato con le sue arti amatorie ed erotiche, ma si diceva anche che lei fosse di una gelosia illimitata e che spesso il marito, al rientro dai party, dovesse ritirarsi nella stanza degli ospiti poiché lei, minacciandolo di morte, distruggeva gli arredi con una furia devastatrice impressionante.
    Mike non conosceva tutti questi dettagli, sapeva della bellezza prorompente della donna avendola incontrata casualmente proprio il giorno del suo arrivo, imprimendosi ogni dettaglio come la sua mente analitica sapeva fare e conosceva la di lei riservatezza che la rendeva quasi una sconosciuta…
    Accese le macchine, si concentrò sull’unica immagine che aveva di lei, ben nitida, lei che scendeva dalla macchina in tailleur, le gambe fasciate in nylon sottile color carne, le scarpe bianche dai tacchi vertiginosi, la camicetta bianca che era sul punto di straripare, un cappello che le copriva la testa ricca di capelli neri lunghi e mossi, e un viso che era un perfetto connubio di dolcezza e carnalità, occhi azzurri, nasino vagamente orientale, labbra carnose, collo lungo e sottile.
    Non aveva mai provato la clonazione di una donna defunta, ma era il momento di osare.
    Fu un attimo, lei comparve lì, davanti a lui, altera, bellissima, vestita esattamente come la ricordava. Gli si avvicinò, lo guardò, lo baciò sulle labbra inumidendole in un attimo e cominciò a guardarsi in giro, tacchettando lentamente sulle gambe lunghissime e perfette. Lui si sentì l’imperatore del mondo intero. Aveva la donna che desiderava più di tutte e che in condizioni normali non avrebbe nemmeno potuto guardare. Lei era lì per lui, lo riconosceva come suo creatore, ma già dimostrava la sua personalità forte e decisa, toccando e spostando oggetti e cercando di decifrare l’incredibile quantità di numeri che si affollavano sugli schermi dei computer.
    Lui si tolse il casco, le si avvicinò, la cinse e lei gemette inarcandosi, pronta come lui l’aveva sempre immaginata. Avevano ragione i suoi paesani, era una donna nata per il letto.
    Lui se ne innamorò perdutamente nel giro di pochi giorni. Lei adorava stare a casa a sistemare gli ambienti, gli diceva cosa comprare e cosa togliere, e lui l’accontentava in ogni capriccio. La casa era diventata bellissima e confortevole. Il mangiare era sano e mai uguale, lei era un’ottima dietista, attenta e scrupolosa, e poi… c’erano le notti, quelle notti senza confronti.
    Successe una mattina.
    Lei decise che avrebbero avuto bisogno di un letto più comodo e grande, con uno schienale in ferro battuto dove agganciare manette e catene nel migliore dei modi e soprattutto un materasso che seguisse i movimenti dei loro corpi in maniera perfetta. Lui uscì, recandosi al mobilificio più vicino.
    Lei cominciò a disfare il letto, tolse le lenzuola, scostò il materasso e da lì cadde un quaderno che la incuriosì.
    Lesse dei nomi, delle date, troppi nomi, tutti femminili, lesse le annotazioni scientifiche, lesse i dettagli caratteriali e quelli fisici, lesse di notti descritte nei particolari più scabrosi, lesse di esperimenti sessuali e vide foto, tante foto, donne su donne, belle, meno belle, brutte, grasse, magre, basse, alte, sorridenti, tristi…
    Mike aveva ordinato un letto in ferro battuto stile Ottocento, completo di baldacchino e un materasso ad acqua di ultima generazione. Proprio pensando al materasso ebbe un fremito che gli partì dalla colonna vertebrale per terminargli alle gambe, ma non vi prestò attenzione. Entrando in casa gli sembrò che fosse passato un tornado esclusivamente tra le sue pareti, accompagnato da un terremoto devastante. Non un oggetto era rimasto integro, che fosse mobile o bottiglia, sedia o stipetto, televisore o portacenere. Tutto era distrutto, tutto. Trovò il quaderno strappato in mille brandelli sparsi per la camera da letto, mentre sentiva delle urla agghiaccianti e, in quel momento, capì.
    Sentì dei rumori provenire dal laboratorio. Lei era lì, ansimante come un animale che lotta, in mano un martello, tutto era acceso e funzionante.
    L’unica speranza era spingerla nella macchina con la forza e avviare il processo di smaterializzazione. L’amava, lo sapeva bene, l’amava alla follia, ma lei lo avrebbe ucciso. Era gelosa, gelosissima e aveva scoperto il suo passato di fabbricante di donne.
    Lui entrò silenziosissimo, cercando di guadagnare il tastierino numerico che serviva per la sequenza contraria. Sarebbe bastato avviarla e spingerla dentro anche successivamente, l’importante era che si creasse il flusso di smaterializzazione… Non finì nemmeno di fare la sequenza che lei, senza girarsi, gli disse “Non so cosa sia questo apparecchio dal quale sono uscita, ma sono sicura che in qualche modo ha a che fare con quella massa di puttanelle che hai catalogato e amato prima di me…” e dicendo questo vibrò una martellata fulminea al primo dei monitor che esplose all’istante… lui cercò di fermarla ma, inciampando in un groviglio di cavi, le cadde rovinosamente ai piedi, mentre lei, schiacciandogli una mano con il tacco appuntito, fracassava il secondo monitor con il martello, strappando via matasse di fili a casaccio. Le scintille si sprigionavano a cascata come fuochi d’artificio, l’aria si riempiva di fumo spesso e maleodorante, lui gemeva tenendosi la mano spappolata e vedeva la furia di lei che stava rovesciando uno per uno tutti i computer che incontrava.
    Bastarono pochissimi minuti per mandare all’aria il lavoro di una vita, nonché diverse decine di migliaia di dollari di apparecchiature… restava solo la cabina, immobile e spenta, al centro del laboratorio che era ora un cumulo di macerie fuse e disintegrate.
    Lei si avvicinò a lui, lo guardò quasi teneramente, posò il martello, gli tese una mano, lo tirò a sé e gli disse “ Ora che abbiamo eliminato quella macchina del peccato potremmo ricominciare ad amarci come prima…” e lo spinse dolcemente all’interno della cabina… Lui, incapace di qualsiasi reazione, la guardò rantolando senza profferire parola, accorgendosi, un attimo prima di sparire per sempre nel nulla, che lei… pffffffffffff…

    Renato Pezzano

    Comment by Renato Pezzano — 26/10/2010 @ 10:31

  22. AD ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN

    Testardi,
    dolci, caparbi
    eravate lì,
    in un posto dimenticato
    da tutti ma non dalla guerra.
    Correvate,
    trovando riparo
    nell’accoglienza delle donne locali;
    in mano un microfono e
    una videocamera,
    il vostro bisogno di verità,
    di dirla,
    di insegnarla,
    di diffonderla al mondo intero.
    Un giorno,
    quel 20 marzo 1994
    ad accogliervi fu
    la morte,
    travestita da blitz,
    ad uccidervi non furono
    gruppi terroristi,
    ma qualcuno più
    potente,
    qualcuno che
    voleva nascondere la verità;
    proprio quella che,
    con il vostro cuore
    e la vostra determinazione,
    avete saputo scovare
    e condannare.
    Grazie Ilaria,
    Grazie Miran…

    Giacomo Ambrosino

    Tratto da Giacomo Ambrosino, La finestra del cuore. Poesie e racconti di pace, LibertàEdizioni, 2010

    Comment by Giacomo Ambrosino — 26/10/2010 @ 16:42

  23. GRAZIA

    Lungo via Gramsci. Grazia siede su una panca, la camicia rossa le tira sotto gli angoli delle braccia e la piega dei seni. Si porta una mano alla fronte, la passa sulle gambe dei pantaloni. Seguo le sue ciabatte, ciabatte nere e suola di sughero alle quali sono appuntate due fibbie dorate e senza più vernice, schiacciate sofferenti ai calcagni, straripanti di due fiocche grasse, accostarsi alla boccia degli impiegati.
    In effetti nel palazzo è così: beviamo tutti da una fonte di plastica. Il bicchiere è avvolto nelle mani, il piccolo bicchiere di carta si solleva e l’acqua è una vena fredda nella bocca spessa e impastata di rossetto, nell’interno di saliva concentrata, lungo tutto il corpo moro e burroso.
    Getta il bicchiere, una mano dietro le reni, l’altra sul figlio che tiene dentro la pancia, siede nuovamente con la testa reclinata sul pacco delle riviste per gli ospiti e sulla fatica della decenza occidentale che le tira nello scollo della camicia, nella durezza dei pantaloni, nell’ingratitudine delle ciabatte di plastica.
    Sono nel mio ufficio, Grazia immediatamente dietro di me oltre una parete di vetro, la scrivania è vuota, Grazia per un momento prova a sillabare la parola reception poi rinuncia e si rivolge alle pareti di vetro. Non capisce perché ci siano stanze trasparenti e nessuno la veda e le parli, lei che siede con le ginocchia discoste, le gambe lo stesso colme alla radice come succede a tutte le donne incinte, il collo pieno e una fiammata di capelli corvini tenuti a bada da un fermaglio a forma di farfalla.
    Pochi giorni fa ho visto su una scrivania un foglio con la sua faccia di badante o di donna delle pulizie, una faccia che non capisce perché si debba aspettare in un corridoio qualcuno che dia un permesso per conto di qualcun altro per prendere uno straccio e un bastone e lavare il cesso di qualcun altro ancora che non ha tempo di farlo da solo.
    Non capisci Grazia e sei venuta a chiedere lavoro e aspetti dietro il mio ufficio che qualcuno si degni di parlarti. Ma mi domando cosa potrai fare così lontana da casa tua, nella solitudine di un figlio e l’imbecillità di un continente che ti ha vestita da capo a piedi.

    Fosca Sensi

    http://foscasensi.splinder.com/

    Comment by Fosca Sensi — 26/10/2010 @ 16:45

  24. SMS
    Strani Messaggi Simbolici

    Luigi era solo. Dormiva da solo, mangiava da solo, lavorava da solo e sempre da solo adempiva alle altre sue necessità.
    Un giorno Luigi decise di dare una svolta alla sua vita: si sarebbe comprato un telefono cellulare. Osservava le persone parlare in questo misterioso apparecchio, quasi interloquissero direttamente con l’aria, captando misteriose vibrazioni. Visto che lui non parlava con nessuno, pensò che attraverso il cellulare avrebbe potuto avere un sacco di conversazioni.
    Quando entrò nel negozio era emozionato. Il commesso gli spiegò le funzioni: duecento memorie, mille suonerie, viva voce, auricolare, animazioni, giochi… Luigi non riusciva a capire tutto quanto, ma non importava. Ormai l’apparecchio era suo e mille telefonate sarebbero giunte non appena si fosse sparsa la voce che anche lui era entrato nel giro.
    Intanto passavano i giorni e le chiamate non arrivavano. Tutte le volte che udiva una suoneria in azione, cercava di rispondere, solo per accorgersi che non era il suo telefono a squillare, ma quello di una persona vicina, la quale iniziava amabilmente a conversare. Questo lo faceva infuriare.
    Quando Luigi aveva ormai perso la speranza, il suo telefono si mise improvvisamente a trillare. Rispose fiducioso, ma la voce che usciva dal cellulare insisteva a chiamarlo con un altro nome. Che si trattasse di un codice? Dunque era necessario uno pseudonimo. Luigi non lo sapeva, il commesso non gli aveva detto nulla. Decise quindi di stare al gioco, ma poco dopo, la telefonata si interruppe bruscamente. La voce diceva di avere sbagliato numero, ma probabilmente Luigi aveva usato il codice sbagliato. Sarebbe stato più attento in futuro.
    Una sera, mentre aspettava di fare carburante ad un self-service, osservò un tipo davanti a lui che stava parlando ad un cellulare, gesticolando vivacemente.
    “Giorgio, sei un disastro!” stava dicendo “Ancora una volta ti sei mollato. Ma tu vuoi avere una storia oppure no? Altrimenti non capisco perché tu debba stare così male. Guarda, adesso le mando un SMS anonimo, tanto non mi conosce, e vediamo come reagisce. Scopriamo se è veramente una troia come dici tu.”
    Luigi si stava spazientendo. Non solo quello parlava bellamente al telefonino, davanti a lui, ma gli stava pure facendo perdere del tempo, rallentando tutte le operazioni di rifornimento. Poi non aveva capito che cosa era un SMS. Un altro codice misterioso? Domani sarebbe tornato al negozio: il commesso aveva sicuramente omesso di spiegargli diverse cose sulle regole d’uso.
    Il giorno dopo Luigi uscì soddisfatto dal negozio: gli era stato spiegato il funzionamento di questi misteriosi messaggi ed era ansioso di provarli.
    Iniziò a inviare centinaia di messaggi a numeri casuali: sul manuale era scritto di impostare il numero che si voleva e poi di spedire. Visto che le risposte tardavano ad arrivare, provò con il numero di quello con cui aveva sbagliato codice: forse doveva iniziare da lui, forse era lui il suo intermediario. La risposta infatti arrivò immediata, ma anche stavolta in codice. Una serie di finti improperi che purtroppo Luigi non riusciva ancora a decifrare. Era veramente avvilente. Possedere uno strumento così potente e non saperlo ancora usare. Eppure il commesso la faceva tanto facile, tutti la facevano così facile, lo usavano anche i bambini!
    Un giorno, inaspettatamente, arrivò uno strano, lungo messaggio da un numero sconosciuto. Questo codice era ancora più oscuro del precedente: una serie di simboli, segni e lettere apparentemente scritti a caso. Uno di questi simboli però lo colpì particolarmente: si trattava di due punti seguito da una linea e da una parentesi tonda :-) .
    Luigi iniziò a capire, era talmente banale. Simboleggiava un sorriso, una specie di saluto. Forse ora avrebbe finalmente potuto decifrare il codice di questi messaggi e iniziare a comunicare con gli altri. Luigi tentò una risposta, spedì un :-) )), per far capire che era felicissimo di fare la sua conoscenza. Il numero misterioso gli rispose con un :-) )) ???
    Luigi intuì che il suo misterioso interlocutore voleva sapere chi fosse lui. Come fare? Non poteva rispondere semplicemente sono Luigi, non avrebbe capito. Cercò tra i simboli del messaggio precedente e scoprì altre cose interessanti: ormai era padrone della situazione. Infatti scoprì che il suo interlocutore era di sesso femminile. Dopo il simbolo del sorriso stava infatti = O+.
    Dalle sue memorie scolastiche, Luigi ricordò che un cerchio con una croce sotto erano il simbolo della femminilità, anche se non ne rammentava il contesto. Cercò di ricordare allora il simbolo dell’uomo e gli tornò in mente: un cerchio con una freccia sopra.
    Quindi rispose :-) )) = O^.
    La risposta fu immediata: !!! :-) xké O+ < << O^. Era sorpresa e felice e gli chiedeva perché lui volesse comunicare con lei. Ormai questo linguaggio non aveva più segreti per Luigi.
    xké :-( ), cioè ti voglio parlare, scrisse.
    La conversazione andò avanti per ore, Luigi aveva ormai perso la nozione del tempo. Scoprì quindi che la ragazza aveva vent’anni (O+ 20), qualche anno in meno di Luigi (O^ 33 ) e che faceva parte di una rete di messaggisti che si scambiavano SMS in continuazione. Una specie di associazione segreta e Luigi ne sarebbe entrato a far parte.
    Nei mesi che seguirono Luigi scambiò centinaia di migliaia di messaggi con altri componenti della rete, scoprendo un mondo completamente nuovo. Imparò nuovi simboli e si specializzò sempre più nel linguaggio SMS. Tutto ciò gli stava comunque costando una fortuna, tanto che doveva rimanere a lavorare fino a tardi per potersi permettere di continuare a tenere i contatti. Ma a Luigi non dispiaceva: ormai la sua vita aveva preso una svolta decisiva e non era più interessato alle frivolezze del mondo esterno. Soprattutto cercava sempre lei, ormai non ne poteva più fare a meno, era diventata una droga: si stava innamorando. Lei però sembrava indifferente alla sua velata corte e questo lo rendeva sempre più triste.
    Alla fine Luigi, particolarmente depresso, non ce la fece più e le scrisse: :-( ((.
    ??? gli rispose lei.
    xkè TVTB le rispose lui, dicendole: ti voglio tanto bene.
    :-) TVTB gli rispose lei di rimando.
    (^), il suo cuore era trafitto, era innamorato di lei, le rispose ancora lui.
    !!! :-| gli rimandò lei allibita.
    (^) (^^) (^^^) :’-(((, le confermò nuovamente lui quasi in lacrime, ma lei non rispose più.
    Non la sentì più per giorni, nonostante i suoi disperati messaggi d’amore. Ormai Luigi era ridotto ad una larva, non mangiava più, non dormiva più, lavorava dodici ore al giorno e mandava continuamente messaggi disperati, messaggi che di solito finivano con :’’’-(((. Gli apostrofi erano una sua invenzione, un suo contributo al codice. Significavano lacrime. Ricordava la maestra spiegare che l’apostrofo era la lacrima che lasciava la vocale elisa, costretta ad andarsene perché sconfitta nella battaglia con la vocale nemica. Lui lasciava sempre molti apostrofi.
    A incontrarlo fuori, nel tragitto da casa al lavoro, l’unico che percorreva, pareva un barbone, sporco, trasandato, la barba incolta, gli occhi rossi. Si era pure messo a bere, lui che beveva solo succhi di frutta, pompelmo di solito. Ora invece frequentava regolarmente l’emporio di liquori sotto casa, facendo scorta di superalcolici. Lo aveva scritto a lei. :-o < <<, bevo forte, :-O >>>, poi vomito. :-| |, sono arrabbiato, :-@, urlo, :-D , rido, :-D , rido, :’-(, piango, :’’((, piango,:’’’(((, piango, piango, piango, %+#, sono a terra. Le crisi isteriche erano sempre più frequenti.
    Una sera, nel bel mezzo di una bevuta, all’improvviso arrivò un messaggio da lei. Per poco non si affogò nel brandy che stava ingurgitando. Corse a leggere.
    (^^^) ;-) O+ & O^ >>><<<. Voleva incontrarlo! Non solo ricambiava il suo amore, ma addirittura voleva incontrarlo, fuori! E gli aveva pure strizzato l’occhio! Luigi si agitò, vomitò tutto quanto bevuto fino quella sera, ma riuscì in un qualche modo a rispondere. Si misero d’accordo per incontrarsi l’indomani davanti alla stazione. Lei sarebbe uscita dall’ingresso principale e gli avrebbe mandato un messaggio, lui avrebbe sorriso e si sarebbero riconosciuti.
    Luigi passò tutta la notte a rimettersi in sesto, per essere presentabile. Il mattino dopo, indossando il suo abito migliore, si recò alla stazione e sostò presso l’ingresso. Passarono ore e ore e ore ma niente, il telefono non dava cenni di vita. Come al solito decine di squilli echeggiavano intorno a lui, e mai che fosse il suo. Tutte le volte cercava di rispondere, ma tutte le volte il telefono era muto. Tristi ricordi riaffiorarono dentro di lui, secoli fa, quando nessuno mai gli telefonava. Truce cominciò a guardare la gente intorno a lui; una rabbia sorda si fece strada. Tutte le volte che sentiva uno squillo si avvicinava con fare minaccioso al povero malcapitato di turno, digrignando i denti.
    Quando alfine fu proprio il suo a suonare, avvertendolo di un messaggio in arrivo, quasi non se ne accorse tanto era infuriato. Ma fu solo un attimo, afferrò il cellulare e lesse il messaggio, con il cuore che gli batteva furiosamente.
     stava scritto. Si girò versò l’entrata, il cuore gli batteva sempre più, abbozzò un sorriso come poteva e… La vide. Era lei, davanti all’ingresso, con il cellulare in mano e sorrideva. Era lei, ne era sicuro, non poteva sbagliare. Le corse incontro, i telefoni si toccarono. Era bellissima, aveva l’ultimo modello di telefono, con cui poteva persino disegnare il sorriso… Era bellissima, si guardarono e poi iniziarono a parlare. Erano parole d’amore, non più semplici messaggi, ma parole, un fiume di parole, frasi romantiche. E si guardavano senza il coraggio di toccarsi, ma si amavano ed era bellissimo. Era meraviglioso. Luigi non si era mai sentito così, era la donna della sua vita…
    L’agente di polizia ferroviaria, che era stato chiamato da alcuni viaggiatori a causa del solito ubriacone che molestava le persone di passaggio, si trovò davanti una scena che lo sorprese alquanto. Due persone, uomo e donna, stavano una di fronte all’altro, armati di cellulare, compiendo una sorta di rituale fatto di gesti, ammiccamenti, sorrisi, strizzate d’occhio, versi gutturali. Erano vestiti in maniera bizzarra. L’uomo indossava la camicia sopra la giacca, aveva tutto l’abito spiegazzato e macchiato, un paio di ciabatte e la barba fatta a metà. La donna una camicia lunga fino alle ginocchia, uno stivale a un piede, una scarpa bassa all’altro e i capelli che le ricoprivano interamente il volto.
    I due poi, mano nella mano, cellulare contro cellulare si voltarono e se ne andarono, lasciando l’agente perplesso.
    “Ti amo!” gli disse lei.
    “Ripetimelo ancora!” le rispose lui.

    Enrico Solmi

    Tratto da Enrico Solmi, Cronaca di una farsa annunciata, LibertàEdizioni 2010

    Comment by Enrico Solmi — 26/10/2010 @ 16:48

  25. SPARTACO – PARTE PRIMA
    Spartaco sapeva aspettare. Nei mattini di sole capitava che con Gioele sostasse per ore in una conca prativa o sui declivi della montagna. Spartaco appunto aspettava che Gioele fischiasse l’ordine di raggruppare il bestiame, di condurlo al pascolo o alla stalla. Allora correva ai fianchi del gregge e perfino sui dorsi e in silenzio o gettando una voce alle pecore faceva in fretta ciò che gli era stato chiesto. Poi trotterellava al suo posto e si accovacciava nuovamente ai piedi di Gioele.
    Rientravano a buio fatto. Nella stanza in cui consumavano la cena c’era il camino sul cui fuoco cuoceva il latte dei pecorini (maturavano su letti intrecciati di rami) e un giaciglio di paglia che veniva cambiato ogni giorno. Quel giaciglio era la cuccia di Spartaco.
    Dopo aver mangiato Gioele riempiva una pentola sbeccata con quel che restava sulla tavola, a volte cereali, a volte zuppa o brodo oppure ossa, e la porgeva a Spartaco. Voleva dire, ora puoi mangiare e riposarti. Spartaco masticava in silenzio e poi si coricava ai piedi di Gioele se girava il latte nel pentolone o intagliava bastoni. Quando Gioele si ritirava anche Spartaco scavava una piccola fossa nel giaciglio di fieno e si addormentava.
    ***
    Andarono avanti molti anni. Accudivano il bestiame e la sera Gioele girava il latte sul fuoco per farne formaggio. Ma un giorno Gioele fermò lo stecco nel pentolone e si lamentò: vorrei una donna che girasse il latte e che mi desse figli affinché io un giorno possa riposarmi.
    Allora Gioele raggiunse la città e si unì alla figlia di un macellaio. Bianca e rosa era la figlia e si chiamava Gisela.
    Gisela imparò a girare il latte, Gioele spiegava come fare il formaggio: “Il latte in una pentola è una gora di schiuma e di grasso. È come la pecora che ha il vello ricciuto e il ventre pieno, come piena sei tu adesso che hai in ventre i miei figli per i quali lavoreremo e, un giorno, ci riposeremo. Ma se al latte aggiungi questa polvere di stomaco di agnello il latte e la polvere si riconoscono e ribollono, e nascono uova di siero e sostanza. Tu farai asciugare il siero sui letti intrecciati di rami e col pepe e le erbe maturerai la sostanza. E di sostanza e frumento ci nutriremo e staremo bene, insieme.
    Così Gioele e Spartaco accudivano il bestiame. Rientravano a casa a buio fatto, Gisela girava il latte e intrecciava letti di rami. Un giorno disse a Gioele: “Il parto è vicino. Scenderai in paese e comprerai bende di lino e saponi, e recipienti per l’acqua. Li scambierai con un agnello nato da poco”. E quando Gioele ebbe sgozzato l’agnello, lavato le dita col primo sangue e se ne fu andato Gisela disse “Nessuno mi ama. Sono sola tutto il giorno a gonfiare il seme del mio uomo e girare latte e stomaci d’agnello”. E mentre parlava Gisela piangeva, e mentre Gisela piangeva Spartaco guaiva, e mentre Spartaco l’annusava Gisela si premeva la testa nera sul ventre e diceva come sono sola come sono sola e tu come sei buono quanto sei buono – e gemeva gemeva in una tempesta di vestiti e piedi nudi, tenendosi il grembo.
    Partorì una femmina. La sera dopo aver mangiato Gioele riempiva una ciotola di avanzi, potevano essere rape bollite o cereali e la porgeva a Spartaco, che aspettava accovacciato fuori dalla porta. Le ossa e la carne avanzata servivano a Gisela per fare pasticci con cui ingrassava il suo latte. Al posto del giaciglio di paglia c’era la culla dove dormiva la figlia Claudine.
    ***
    Passarono così molti anni. Claudine, quasi una donna, girava il latte e Gisela, ancora piena, intrecciava rami sui quali maturavano uova di siero e sostanza. Un giorno Claudine fermò lo stecco nel pentolone e si lamentò. Mamma, disse, vorrei vedere la città. E Gisela rispose: il sole è sorto da poco e Gioele non rientrerà prima del tramonto. Vestiamoci e andiamo in città. Porteremo con noi ricotte e lana, e le scambieremo, se siamo fortunate, con zenzeri freschi e datteri d’Africa.
    E la città era così grande. Sventagliavano i banchi degli speziali, gli agnelli freschi ancora gocciolanti ai ganci dei macellai, drappeggiavano le stoffe, dentro le botteghe buie croccavano le focacce e il pane, i sacchi di droghe e le farine, e agli angoli le fattucchiere e gli straccioni, piagati mostruosi, si offrivano di provocare un destino o di leggere il futuro in una manciata d’ossa o nella forma di uno sputo per terra, per un cucchiaio di ricotta di pecora. “Mamma – aveva mormorato Claudine davanti a un cartello di legno dipinto – vado a farmi dire il destino”.
    C’era una tenda buia, un indovino vaticinava nella stanza e bruciava un impasto d’incenso. Poi tacque. Quando ebbe finito di parlare, Claudine ansava, e si sentì stringere la mano più forte.
    Claudine credette di vedere le sue orbite azzurre anziché vuote, e il siriano che aveva parlato, che era giovane e cieco, l’afferrò nell’intervallo di silenzio di lei e le si strinse addosso, Claudine piangeva e il siriano l’annusava, Claudine si premeva la testa nera sul petto e diceva come sono sola come sono sola, il siriano si spingeva addosso a lei e Claudine tremava tremava, finché si calmò – gemeva piano, come una cavalla, in una tempesta di vestiti e piedi nudi quando Gisela si accostò alla tenda e fece cenno di entrare, contenta di aver scambiato una ricotta di pecora per una manciata di datteri d’Africa.
    ***
    Ora niente era al proprio posto. Le rocce erano farinose e gialle, gli alberi secchi, i frutti verminosi, i prati ispidi e spazzati di vento. Gisela portava l’erba alle pecore, Claudine rovesciava il luridume in secchi e i secchi nelle fosse. Mentre guardavano le pecore si montavano fra loro e lasciavano semi neri sui campi. Claudine disse: “Il siriano ha visto che vivremo in città, saremo ricche e staremo bene, insieme”; “ma come possiamo fare”, rispose Gisela, che portava sui fianchi un fascio di fieno.
    “Venderemo le bestie”, disse Claudine.
    “Venderemo le bestie, ma dovremo preparare un inganno”, rispose Gisela, e gettò l’erba alle pecore mute.
    La notte galleggiava intorno a uno spicchio e una ridda di stelle, Gisela e Claudine percossero la porta e nella stalla fu come un bagno la luna sul fieno e la lana delle pecore addormentate. Gli agnelli più piccoli presero Gisela e Claudine, zittirono le madri e li soffocarono in una coperta e sui corpi sfregarono gli zenzeri, sulle groppe e sulle cosce li sfregarono finché non sentirono il vello disfarsi e si furono bagnate le dita del primo sangue, ma era un sangue drogato che bruciò loro le mani. E quando Gioele vide gli agnelli morti piagati pensò a malattie che non conosceva, a una malia o una disgrazia, ed ebbe dolore, e con dolore parlò la sera a Gisela e Claudine, e Gisela e Claudine si abbracciavano e piangevano, ché le bestie morivano i campi seccavano e la casa cadeva a pezzi, e tanto valeva vendere tutto e cercare di farsi una vita in città.
    ***
    Gioele e Spartaco sapevano aspettare. Nei mattini di sole capitava che guardassero il fiume bianco luccicare ai piedi delle case, fino al porto. La città era grande, le barche passavano sotto i ponti ed era un sospiro di legna e urla di marinai, e le ragazze vestite di trina si fermavano lungo le balaustre coi petti gonfi e fiori nei capelli, e sorridevano agli uomini come fosse primavera, come fossero già sfracellate lungo un canale di corpi pieni e disfatti, di proliferazione.
    Ogni giorno nel fresco della bottega Claudine si piegava sui tagli di vacca e d’agnello, passava le mani sulle bestie esotiche e le dissezionava secondo un istinto di scomposizione o un intuito per la base dei nervi, le intersezioni, i nodi che trattengono la vita nella sua maglia nervosa e muscolare. Gisela, invece, teneva i conti della macelleria e si compiaceva della figlia, se si passava le mani sul grembo e le dita lasciavano una ragnatela umida sulla superficie della pancia pulsante. Ogni sera contavano i soldi e tornavano a casa con una borsa di cuoio spessa e una carta di manzo o altra carne se avanzava sul banco e la drogavano su un ceppo di legno e la cuocevano in una pentola nera alla base del camino. Gioele e Spartaco rientravano quando tutte le navi erano passate lungo il fiume bianco ai piedi delle case e Gisela serviva la carne e mangiavano in silenzio. Quando i piatti erano vuoti Gisela e Claudine si ritiravano, Gioele scaldava una pentola d’acqua sul fuoco radunava i piatti versava l’acqua grattava un pezzo di sapone nell’acqua lavava i piatti del sangue e delle droghe e lavava le mani e i polsi e gettava l’acqua fuori della porta e passava la ramazza e versava altra acqua e altro sapone sulle pietre e strusciava lo straccio finché il pavimento non era bruno e poteva asciugare al silenzio della luna. Una sera Gioele passava appunto lo straccio quando si piegò e cadde sul pavimento ancora sporco.
    Gisela e Claudine rientravano a casa a buio fatto, ogni sera portavano una carta piena di viscere o altra carne se avanzava sul banco e ne facevano stufato e mangiavano in silenzio. Poi Gisela raccoglieva gli avanzi in una scodella e Claudine radunava i piatti versava l’acqua grattava un pezzo di sapone nell’acqua lavava i piatti e sospirava, così colma di stanchezza e già lo si poteva vedere del seme di un uomo che la sera si affacciava sulla soglia con un mantello da ufficiale e i mustacchi arricciati coi ferri. Mormoravano il militare Ranieri e la macellaia Claudine sulla soglia della casa di città al silenzio della luna. Gisela impartiva cucchiai di carne avanzata, Gioele apriva allungava la lingua gialla e si lasciava imboccare, le mani afflosciate sul petto carezzavano il lenzuolo e il letto era un giaciglio di paglia e aveva un odore dolciastro. Quando era stanca Gisela lasciava la scodella per terra e si ritirava. Spartaco leccava ciò che era avanzato.
    SPARTACO – PARTE SECONDA
    Per la festa della primavera le madri insuperbivano le figlie con nastri e pettini di corno. Negli armadi, in ogni armadio, stecche di balena inturgidivano corpetti, aprivano a corolla gonne cremisi e ponsò, e poi tuniche e scialli, fiorami dipinti, cuffie sugli zigomi e le nuche fresche di sapone e carni morbide e fondenti, arricciate appena sulle capigliature rame e castagna, organze croccanti sulla linea dei fianchi. Giri di vita vertiginosi allacciavano gli addomi di fasce cangianti. Le fusciacche arrivavano già intessute dalle navi che ogni mese salpavano dal porto a caccia di schiavi. Le madri aspettavano sul molo gli armatori, gli armatori trattavano, gengive nere e mani inanellate. I marinai estirpavano matasse dalla pancia dei velieri, le donne le riponevano fra le cocche dei grembiuli e le portavano a casa. Così abbigliavano le figlie per la festa del solstizio.
    Erano sere imprecise. Il seme dei fiori indorava i vetri delle case, le pietre e il fogliame di una prurigine odorosa. L’aria, sfocata, era fresca e impediva di pensare. Claudine nettava le trippe in conche di marmo. Aveva gomiti sbucciati, muoveva le trippe nell’acqua e le dita nelle trippe, raccoglieva le sostanze e le diluiva nell’acqua finché l’acqua si faceva scura e penetrante, gettava l’acqua limacciosa nell’orto e ritornava a nettare le trippe con le stesse dita e gli stessi gomiti, finché tutte le superfici si erano fatte bianche e la merda era tutta iniettata e dispersa nell’acqua. Poi Claudine recideva bietole nell’orto e ne faceva coste e parti verdi. Soffriggeva le foglie e accompagnava la trippa con crostoni e molliche, su una tovaglia macchiata di vino. Ranieri Gisela e Caludine mangiavano quelle cose. Quando avevano finito Claudine cucinava una zuppa col brodo della trippa e le coste di bieta. Gioele beveva la zuppa e si faceva gocciolare le coste sulla barba.
    La festa era vicina. Dopo mangiato i giovanotti invadevano i campi e le ragazze della città si ritiravano. Rammendavano gli abiti, provavano le scarpe e con la testa nelle palme contavano le perle in fila dei loro gioielli.
    Al centro della camera di Claudine c’era una lastra grande come un ritratto, accanto alla lastra ardeva una bugia e un vaso di clivie, con le foglie arricciate a nastro e i globi arancioni spenzolanti nel buio. Sulla superficie della lastra Claudine specchiava le proprie dita che liberavano i capelli e poi le spalle dai lacci e dal vestito. S’imporporava le labbra e le guance, raccoglieva i capelli in ciocche e le ciocche in riccioli, su una spalla e su un’altra, lungo la linea del collo. Sentiva il petto oppresso e ne liberava le masse tumide, che dondolavano col movimento del suo respiro, oppure se ne colmava le mani e le accoppiava sotto le carene delle clavicole imitando il disegno di un abito da festa. E mormorava: la più bella. Poi un pensiero la scuoteva, prendeva fra le palme i lembi della fusciacca e ne cingeva la vita, misurando il proprio profilo di macellaia bambina allo specchio. La sciarpa, color veratro e oro, si arricciava in un fiocco appena sopra le reni. Sul davanti riluceva del peso, ormai evidente, del seme di Ranieri, e la sfigurava.
    Claudine gonfiò il petto e cercò di slanciare con la postura la propria persona, così nuova, appesantita. Fuori tracciavano l’aria i primi spari. Le ragazze della città rammendavano gli abiti e con la testa nelle palme immaginavano quel che sarebbe accaduto per la festa del solstizio. Claudine si piegò su proprio figlio e non si accorse che la rabbia le scuoteva le spalle come piccoli colpi di maglio.
    SPARTACO – PARTE TERZA
    Gioele, solo, nuotava con gli occhi nella stanza. Fuori la sera punteggiava fuochi e schiamazzi per la festa del solstizio. Nel medesimo modo e per il resto, fuori  c’era un odore che non si poteva sopportare, che soffiava e impregnava tutto, che invecchiava, spolpava e tirava avanti. Era l’aria che portava il seme di dio. Gioele prese dell’aria nelle labbra e la tossì, alzò una mano, forse cercò dell’acqua, infine il corpo distese sul letto e restò immobile. Era morto. 
    Cosa aveva provato Gioele. Sentiva gli occhi leggeri, una mano stringere la collottola e i nervi ritirarsi in un punto e il punto rimpicciolire. E poi tutto mescolarsi, tutto si era mescolato e le cose erano cambiate ancora e aveva iniziato a sapere, da morto, la parte della più superficiale scorza del mondo.
    Solo dopo molto, quando la notte aveva raggiunto la massima distanza dal giorno, la porta si era aperta e Gisela doveva aver cacciato Spartaco che doveva aver abbaiato al corpo già impercettibilmente corrotto, ma che nessuno sospettava fosse così morto, perché era normale che Gioele stesse dormendo. Così tutti dovevano essersi addormentati intorno al suo corpo morto, mentre dei loro corpi vivi ora appariva la fermentazione e la serie di cavità liquide proprio nell’ordine stabilito dalla sopravvivenza. Appariva il succo e l’inacidimento delle digestioni e le bolle d’aria batteriche proprie del nutrimento, dal momento che un corpo tiene in ostaggio acqua e sostanza minerale per lasciarsi bruciare in modo infinitamente composto, in modo infinitamente paradossale da stare perfino bene ad ogni boccata di ossigeno. Le pance di Gisela e Claudine dovevano essere state tese, dovevano aver barcollato intorno al giaciglio, dovevano aver sfiorato la paglia con la punta dei piedi, aver denudato prima i sederi e le gambe, di malagrazia, aver cercato un pitale o una pentola di coccio, aver abbandonato il resto dei panni e se stesse sui grandi lenzuoli di lino, aver riso e biascicato finché non si fossero sentite tranquille, che la metà più terribile della notte era passata e ci si poteva abbandonare al mattino.
    Ranieri invece doveva essersi accoccolato sulla soglia, doveva aver vomitato, perché nell’aia doveva esserci un vischio acido e sconvolto di stomaco maschile. E Spartaco doveva aver abbaiato ancora sui piedi e le ginocchia di Gioele, doveva aver cercato le mani e il naso, doveva aver morsicato la paglia e ululato e urlato. E Ranieri doveva aver provato un tamburellare doloroso di capo, il pelame ispido sulle natiche e le cosce di uomo e il fiato guasto, e doveva aver gridato e doveva essersi buttato in casa. E doveva aver trovato Spartaco con una gran pelliccia nera e un filo di schiuma appeso alle labbra, e doveva averlo colpito e Spartaco doveva avergli morsicato una gamba quando aveva cercato di tirare un calcio al giaciglio e Ranieri doveva aver tirato fuori un coltello e doveva averlo piantato nel petto di Spartaco, e poi doveva essersi addormentato con lui, finalmente, addosso al corpo umido del suo cane silenzioso.
    Così doveva essere andata. Là dov’era adesso, Gioele sentì uno scricchiolio, una lama e una conchiglia d’ossa schiantata per sempre. Poi non ci fu più nulla.

    Angelica D’Agliano

    Comment by Angelica D'Agliano — 29/04/2011 @ 08:51

  26. Aloha fine web page.
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    Comment by Alondra Petersen — 24/07/2011 @ 12:19

  27. NOTTE DI NATALE
    TI HO RUBATO UNA NOTTE
    QUELLA PIU’ ATTESA
    QUELLA PIU’ GIOIOSA
    QUELLA DA CANDELA ACCESA
    QUELLA PIU’ LUMINOSA

    TI HO RUBATO UNA NOTTE
    DIETRO RICHIESTA D’INVITO
    CHIEDENDO IL PERMESSO
    SAPENDO DI ESSSER SERVITO
    PER IL MIO ASPETTO DIMESSO

    TI HO RUBATO UNA NOTTE
    CHE NON SAPEVI CHI PENSARE
    PER FARTI SENTIRE SPECIALE
    TI HO FATTO PAGARE
    IL CONTO DI BABBO NATALE
    DANIDANNUSA….visitate il mio sito web http://www.danidannusa.it
    Buon Natale a tutti!

    Comment by Danidannusa — 20/12/2011 @ 15:41

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