Recensione
http://socialblog.yurait.com/index/?p=1859
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22/11/2009
L’AMORE È UNA PERSONA – RACCONTI FANTASTICI E POESIE DI MARCO BATTISTA
18/11/2009
L’OMBRA DEI BURATTINAI – PROSA E VERSI DI ALESSANDRO RINDI
I poeti, ha lasciato scritto Elio Vittorini, sono gli unici che danno in un mondo di gente che prende.
Parlare di un artista conosciuto un attimo prima (a livello artistico) non è facile, ma per Alessandro Rindi è successo proprio così. In mezza sera fra le colonne di un loggiato a Lucca che profuma di storia in un chiostro medioevale mi arriva dalla voce di Alessandro, la forza del dire, il raccontarsi, la continua ricerca del proprio IO, e tutto questo nella coreografia di una cornice crepuscolare di inizio estate.
Le parole narrate da un fine dicitore prendono vita, ti arrivano addosso, ti scavano dentro, riflettono come specchi la voglia di sapere, l’immagine vera senza i veli dell’ipocrisia dell’essere per gli altri, in un volo immaginario senza tempo aggrappato ad aquiloni della memoria, parole senza età rimembrano la voglia di conoscere, di conoscersi, nel continuo gioco dell’amare per essere amati, nel grido di libertà, cercando di strappare i fili di reti di un pescato antico che immancabilmente ti riconducono al grande manovratore.
Di Alessandro queste righe di sicuro effetto:
In piedi sul filo
come un funambolo
dal filo e in piedi
guardo dall’alto la terra.
Maurizio Cesare Rosellini
17/11/2009
L’OMBRA DEI BURATTINAI – PROSA E VERSI DI ALESSANDRO RINDI
Interessante scoprire Alessandro Rindi come scrittore, anche se lui non ci tiene a definirsi tale, attraverso “L’ombra dei burattinai”. E’una riflessione esistenziale che attinge al vissuto ma rispecchia le domande e le paure di tutti nei confronti della vita e della morte. E’ un interrogarsi sulla libertà di ognuno di determinare il proprio percorso e sul ruolo che hanno il caso, il destino, o un Essere superiore. Ma soprattutto sul potere di forze invisibili che agiscono intorno a noi, portandoci a comportarci come un gregge e annullando progressivamente la libertà di pensiero individuale. Burattinai che determinano il nostro cammino, dell’esistenza dei quali è necessario essere consapevoli, per cercare almeno di arginarne la forza e recuperare la nostra dignità. Riflessioni che coinvolgono per la coerenza e l’universalità delle argomentazioni, per la fluidità del pensiero e la leggerezza del linguaggio e della simbologia, ma soprattutto per la sincerità di Alessandro, che racconta di aver scritto per tre giorni di seguito, seduto su una panchina, spinto dal bisogno di scoprirsi, e di aver accettato di pubblicare per raccogliere fondi per la missione di Rio Branco, nella foresta amazzonica, dove la diocesi di Lucca opera da oltre trent’anni.
Marisa Cecchetti
16/11/2009
FOTTUTI DAL DESTINO – ROMANZO DI DORIANA DI GIOVANNI
Recensione
http://www.patriziopacioni.it/news409.html
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15/11/2009
FINCHÉ NON TI HO TROVATA – POESIE DI STEFANO GIOVINAZZO
Intervista a Stefano Giovinazzo
http://www.ilrecensore.com/wp2/2009/04/finche-non-ti-ho-trovata-intervista-a-stefano-giovinazzo/
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CUCIRE LA MEMORIA – FRAMMENTI AUTOBIOGRAFICI DI FRANCO BOMPREZZI
Chi bazzica nel mondo del giornalismo sa bene chi è Franco Bomprezzi. Ma la stima che nutrono i colleghi nei suoi confronti, è tanto grande quanto quella dei suoi lettori. Molti, e non a torto, lo chiamano “Maestro”. È un termine che lui, persona umilissima, rigetta. Ma è quello che senza dubbio gli si addice di più.
Maestro di penna e di vita. Seppur gravemente provato nel fisico, a causa di una malattia che può far nascere sentimenti come rabbia e tristezza, Bomprezzi racconta della sua esistenza con una passionalità che non ha eguali.
In “Cucire la memoria” (Libertà Edizioni) si scopre il Franco bambino, ragazzo, uomo. Pezzetti di vita che, sebbene in alcuni momenti riconducano ad esperienze dolorose dal punto di vista fisico ed emotivo, regalano al lettore una splendida sensazione di pace interiore. Fa bene al cuore immaginare un bimbo, che liberatosi dal pesante fardello del tutore ortopedico, per la prima volta poggia i piedini sulla sabbia e si lascia coccolare da una brezza leggera.
Il corpo che respira: un’immagine di libertà. Un’immagine che si ripropone continuamente, così tanto da provare quasi invidia per una vita goduta appieno in ogni sua sfaccettatura. Entusiasmo, amore, passione per le piccole e grandi cose, per il cibo, per le donne, per ogni singolo giorno che viene concesso, questo comunica Cucire la memoria. Nessun rancore verso un corpo che mette in difficoltà. Solo la voglia di esprimersi al massimo, di non privarsi di nulla e di vivere accettandosi, anzi, amandosi così come si è.
Nei ricordi di Bomprezzi non c’è traccia di vittimismo. Mai. Neppure quando, in Ospedale, si trova in preda al panico perché la respirazione non è delle migliori: “Provo a respirare. Con calma. Devo ragionare. Respirare in fondo è la prima cosa che si fa, anche senza una volontà precisa”. Attaccamento alla vita, ad una vita che tanto ha tolto, ma tanto ha dato: nessuna intenzione di morire. “Io vorrei solo vivere a lungo. Lo dico chiaramente. Non è bello pensare di morire.”
Ma quanto è bello, invece, l’insegnamento che viene da queste pagine, che sono null’altro che un’oasi di pace, intervallata da sprazzi di stupenda autoironia.
Cinzia Lacalamita
14/11/2009
BOOBZILLA ZOO – POESIE DI CORRADO SPAVIERO
UMANESIMO E NATURA NELLA POESIA DI CORRADO SPAVIERO
Quando capita, nella grigia routine del lettore di manoscritti per conto di una casa editrice, di imbattersi in un Autore veramente convincente, originale, libero di usare la propria fantasia al di fuori dei consueti ed abusati schemi letterari, è una vera fortuna, ma anche una sfida tremenda perché bisogna esercitare il difficile ruolo del critico sottraendosi all’abitudinarietà della routine, appunto. Occorre scovare le ricchezze sepolte di una terra inesplorata, aprire la scorza di un frutto sconosciuto e portarne alla luce i nascondimenti, le suggestioni e i sapori senza operare alcuna forzatura né osare troppo nel lavoro di scandaglio e di ricerca ricordandosi che l’interpretazione critica è sempre e soprattutto un lavoro di profonda umiltà intellettuale. La normale prassi di una introduzione alla lettura di un’Opera letteraria vorrebbe che si cominciasse col tracciare le sue derivazioni culturali, il clima in cui sono maturate le idee, gli scrittori che hanno contribuito a formare la personalità artistica dell’Autore. Dico subito che non seguirò questa linea espositiva per un insieme di ragioni, la prima delle quali è che non credo sia possibile etichettare con derivazioni letterarie la produzione di Spaviero che è caratterizzata da una prepotente esigenza espressiva che, nella forza della propria visionarietà, è capace di tutto assorbire e di tutto respingere in riferimento ai vari modelli che potrebbero fare da battistrada. Altra ragione è che il forte temperamento artistico dell’Autore, anche musicista e pittore, non gli ha consentito di soffermarsi a lungo sulle proposte delle varie scuole che si sono susseguite a ritmi per la verità incalzanti per tutto il Novecento. Spaviero compone seguendo il suo temperamento riflessivo e le sue idee con grande immediatezza comunicativa, e si abbandona senza problemi alla spontaneità più sincera e talvolta irriverente e provocatoria, pur non facendosi prendere la mano da un’ideologia. Egli esalta soprattutto in se stesso e negli altri la libertà di pensiero, il rispetto per qualsiasi credo che si fondi sull’uomo, tema preminente nelle sue poesie fino ad arrivare talvolta alla filosofia dell’assurdo, alla tentazione del negativismo, peraltro subito superata da un sentito e forte misticismo di base. Senza alcuna ritrosia sono eliminati gli steccati del dover essere e dei “distinguo”; per il Nostro non esistono il bello e il brutto, il meritevole e l’immeritevole quali concetti astratti, includenti o escludenti, per lui esiste il grande palcoscenico del mondo su cui agiscono gli uomini, più spesso vittime che vincitori. Il suo interesse, anzi, è rivolto verso il mondo dei vinti, come direbbe Verga, verso i diseredati, gli sconfitti, i protagonisti di una vita impoverita da un destino avverso o dalle umane ingiustizie e sopraffazioni. Egli ne è attratto perché ad essi si sente accomunato nella fatica di maturare la propria umanità fino a giungere ad un affrancamento che è al tempo stesso rivelazione della dignità costitutiva dell’essere umano. Un Autore che considera uno dei suoi maestri fu Bukowski perché, secondo le parole stesse di Spaviero, “ racconta la vita di persone come me, lavoratori,operai,ubriaconi, puttane, falliti ed emarginati, bar, fabbriche alienanti,lavori assurdi,degradanti,disumani, donne pazze che rendono pazza la vita famigliare,bevute in compagnia,il tutto unito a molta poesia semplice, ad una voglia disperata di riscatto, o forse neanche, forse rimane solo l’abbandono”. Questa poetica talvolta cruda, che ha il suo apice nella poesia che fornisce il titolo alla raccolta Boobzilla zoo ( da leggere in assoluta dialogante solitudine) non mortifica la sua visione della vita costringendola in un pessimismo sistematico e soffocante (come già sottolineato). Infatti gli altri due grandi temi della riflessione poetica sono la ricerca del trascendente, che è sentito soprattutto come misericordia e pietà, e il senso della natura accolta con una tensione ascetica che porta il Nostro molto vicino alla religiosità indiana di cui apprezza il rispetto verso ogni aspetto creaturale sia esso costituito da esseri animati o inanimati.
Se le figure umane che Egli descrive non scadono mai nel bozzettismo, ma rimangono sempre autentiche e vibranti di una loro vera ed intima vita, anche i paesaggi e gli animali rimangono loro stessi, non subiscono estraneamenti, pur essendo lo scenario talvolta grottesco col quale l’immaginazione affascinante di Spaviero si esercita in giochi di molteplici sensi. Un’attenzione particolare va rivolta al linguaggio poiché in esso traspare forse più che altrove la grande originalità fantastica , la fresca immediatezza, e l’indipendenza dalle varie scuole retoriche.
Il Novecento, più di altri secoli è stato sede di antitradizionalismo e si è esercitato talvolta perfino malignamente l’antiaccademismo, pensiamo ai poeti “maudits” ma anche alle correnti ermetiche, allo sperimentalismo degli ultimi anni del secolo, col risultato che talvolta la poesia ha finito per perdere la comunicabilità e addirittura la comprensibilità. Forse si deve anche a queste troppo drastiche rivoluzioni linguistiche se talvolta si è verificato un vero e proprio distacco del gusto del lettore dalla produzione poetica e la si è posta su un piano di estraneità, di intraducibilità. Spaviero non cade nei tranelli imitativi di scuole e di oscurità di linguaggio: la sua spontaneità ben lega col linguaggio discorsivo, perfino colloquiale ( vedi Boobzilla Zoo, La bilancia, Nico e Tina) tuttavia il risultato non è povero. Varie e bellissime sono le sue figure retoriche; le analogie ( …sotto la doccia di rami di un vecchio tiglio) le similitudini (…uno spicchio di luna come un’unghia penetrata nella carne del cielo, …un rimbombo di automobili lontane/ come vecchie mucche rivoltose)le metonimie ( sgusciarle quel bicchiere di cristallo lasciando intatto il vino…la sua carezza viene da lontano…il silenzio sembra non accorgersi di me,) l’epifonema (…è più triste il piangere o l’andare ?) le domande retoriche ( chi capirebbe se nell’acqua un pesce piangesse ?), il climax discendente e ascendente (una piazza diventa strada, e una strada vicolo, e un vicolo diventa uscio…e dalla porta alla finestra affacciandoti di nuovo sulla piazza) sono altrettanti passaggi di riflessione, momenti meditativi che sottraggono la poesia di Spaviero alla suggestione di un impressionismo che cavalca l’assurdo per farla pervenire alla profondità del significato. Che è in fondo quello che chiediamo ad ogni vera poesia.
Elettra Bianchi
LA NOTTE SI TINGE DI BLU – ROMANZO POETICO DI MARIA ROSSI
La notte si tinge di Blu di Maria Rossi è un romanzo particolare per il modo in cui l’autrice descrive gli eventi di una notte in una discoteca ai bordi di una città anonima.
Personalmente ho dovuto leggere questo testo una seconda volta per capire meglio come i luoghi e i personaggi di questa storia vengono descritti. Si tratta di una descrizione molto poetica, vengono infatti usate molte comparazioni e similitudini tipiche più della poesia che della prosa.
Il lettore è portato a leggere questo testo tutto d’un fiato per cercare di capire di cosa si tratta. Quando si arriva alla fine del paragrafo e si ha quindi in mente tutta la descrizione fatta si può ammirare la bravura di questa scrittrice nell’aver descritto le cose non in modo oggettivo, per come sono, ma di averlo fatto facendo riferimenti a mondi lontani, a paragoni, a rimandi, a similitudini, usando parole particolari.
All’inizio del testo si ha una contrapposizione tra il mondo primitivo, quello dei dinosauri, con quello della società moderna dove le fabbriche dismesse sono descritte come delle carcasse di animali morti.
Tutta la storia è ambientata presso il Grande Tempio. Solo continuando la lettura si capisce che si tratta di un luogo notturno di ritrovo per giovani, di una discoteca, che prende vita e forma solo di notte mentre di giorno mostra la sua bruttezza in quanto altro non è che una desolata costruzione di cemento armato. Di notte invece è un posto diverso con fiaccole, profumi, gente, e tutte le promesse (o forse meglio le illusioni) di cui un’anima ha bisogno . È la notte il momento di vita per questi giovani che vi si recano, mentre il giorno appare in tutto il suo orrore.
Davanti ai cancelli di questa discoteca le persone sono paragonate ad animali che desiderano entrare e che chiedono che la notte sia magica, questa è la sola aspettativa che hanno.
A pag. 14 appare la protagonista della storia, Angela. Per avere una descrizione completa di questa ragazza occorre leggere tutto il testo: passo dopo passo capiamo che indossa degli anfibi, una canotta bianca, ha i capelli verdi, un anello rosso, un giubbotto di pelle nera, un tatuaggio su una spalla. E’ una dark lady a cui piacciono i poeti, è colta e conosce l’arte, che però non sfrutta per crearsi una vita e trovare un lavoro. Ha una famiglia ma si capisce che le sta stretta e quindi non è una persona felice.
La notte inizia quando i cancelli si aprono e il dj mette la musica. Il dj è il demiurgo della notte, è lui che dà forma e significato alla notte per questi giovani.
Gli altri personaggi della storia vengono descritti con gli occhi di Angela come ad esempio Lidia, un’altra ragazza che lavora nelle cucina della discoteca, quando si trova sdraiata sulla lastra di marmo della cucina come se fosse una vittima sacrificale sulla tomba. Ma queste persone di fatti, sacrificano la loro vita, ma per cosa? Per il niente, per un non futuro, o per una vita fatta solo di hashish.
Tutto il romanzo è una descrizione di cose e persone. Ci si aspetta l’azione, il movimento, ma non arrivano mai. Sono ben poche le azioni in questa storia notturna.
Piove, l’ambiente è triste, fa schifo. Angela sente, è un po’ come una sensitiva, sente per due volte un messaggio di tentato suicidio: “…entrerò nel fiume, lascerò che il fiume di porti via” è un’immagine poetica e romantica, un po’ alla Virginia Woolf con i sassi in tasca…
Si parla anche di amore in questo romanzo, ma cosa è l’amore? Non lo si trova nella ragazza che vomita aggrappata ai capelli di Angela, mentre il suo ragazzo non fa niente. Angela non può rendere noto il suo dispiacere per quella ragazza ubriaca che vomita mentre Ramon dice che la vita à violenza. Angela apparirebbe ridicola se esprimesse il suo pensiero, deve apparire forte e insensibile come gli altri personaggi del racconto che non hanno sentimenti ma che sono solo mossi da avidità e cinismo, come Ramon, come la cartomante, come la cubista che non ha neanche un nome.
Alla fine arriva il mattino, la notte finisce, non piove più. Siamo sempre in questa periferia del mondo senza anima né colore.
Solo alla fine abbiamo un’ immagine felice di Angela con il sorriso, “a casa finalmente” “le labbra si distendono in un sorriso”. Dopo la bruttezza di una notte ai margini del mondo, abbiamo un riscatto finale della protagonista. Anche se questo riscatto non è quello che avremmo voluto leggere, ma forse, per l’autrice, è questo l’unico modo possibile per Angela per salvarsi dalle brutture della sua esistenza.
Jundra Pinelli
SALUD LA RIVOLUZIONE – TEATRO DI BEPPE CASALES
STORIA GENEROSA DELLA RIVOLUZIONE
Un racconto sulla guerra civile spagnola
Il racconto breve di Beppe Casales, intitolato Salud – la rivoluzione, si muove nell’ottica dell’incrocio incontro fra due generazioni di rivoluzionari, legate dallo stesso ideale anarchico, che vivono la loro esperienza fra Napoli e la Spagna precedente la guerra civile e poi contemporanea della stessa. Le vecchie e le nuove generazioni che, più che confrontarsi, vivono la stessa lotta con un impeto e una consapevolezza integrali, totali.
La vicenda, come in un pianosequenza filmico, si sposta continuamente fino a trovare il suo punto di congiunzione e di stabile svolgimento nella città che per antonomasia simboleggia la guerra civile spagnola, cioè Barcellona. Barcellona che ribolle di rivoluzione, che quasi diventa la madre della rivoluzione con i tram verniciati di rosso e di nero, e nella Rambla “gli altoparlanti tuonano rimbombanti canzoni rivoluzionarie per tutto il griorno e per gran parte della notte”.
La storia, quella dei potenti, quella di coloro che governano e decidono, diventa la storia di uomini e donne, più o meno giovani, che combattono una guerra rivoluzionaria giusta perché dalla parte di chi è subalterno. Una guerra in cui si affrontano persone con le divise, i soldati, e persone senza divise, gente normale, che combatte mossa da un ideale profondo e sincero che trova le sue radici non solo nell’insegnamento di Bakunin, ma in quello di Lenin, e nelle parole d’ordine che furono la forza dirompente della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità!
E i giovani eredi dei vecchi anarchici di Napoli e Spagna, si spostano da Barcellona a Madrid dove in un bar incontrano Neruda che attende Lorca il quale non arriverà mai perché i fascisti lo ammazzeranno. Due poeti, coloro destinati, come scriveva Holderlin, a scrivere quelle cose che durano in eterno. E Lorca viene ammazzato proprio per impedirgli di dire cose che sarebbero rimaste nell’eternità. Ma la morte non gli impedirà comunque di scrivere per l’eternità. La morte appartiene ai fascisti. Che se la tengano! La vita è degli altri, cioè di tutti quelli che non sono fascisti.
La guerra civile termina con la vittoria del fascismo, cioè della morte sulla vita; il “no pasaran” sembra sconfitto ma rivivrà, e questa volta vincente, nelle pianure e sulle montagne di tutti quei paesi che appena qualche anno dopo si ribelleranno al nazifascismo, resisteranno e vinceranno.
Casales narra con forza espressiva, con una partecipazione alla vicenda che lascia intendere un coinvolgimento anche ideale, direi ideologico. Non è male di questi tempi, che Brecht avrebbe sicuramente definito “bui”, un’esplicita scelta di campo. L’opera letteraria ne ha bisogno e Casales lo fa senza timore, con la forza di una scrittura immediata che sa muoversi anche tra le pieghe del discorso dialettale con abilità e sagacia. Un racconto breve che racconta una storia lunga; una storia di sentimenti, di coraggio, di astuzie politiche, di generosità rivoluzionaria. Insomma, la storia in un racconto.
Lelio La Porta
AVVISIAMO LA GENTILE CLIENTELA – ROMANZO DI ENRICO MATTIOLI
“Avvisiamo la gentile clientela” è il romanzo di Enrico Mattioli, edito da Libertà Edizioni, in cui l’autore narra le vicissitudini di un giovane che aspira a diventare attore di teatro (cit. Non volevamo altro, ci bastavano i sogni e le tavole del palco). Il destino, tuttavia, ha in serbo una sorte diversa: complici i problemi economici, infatti, il ragazzo si ritrova, quasi senza accorgersene, a lavorare in un centro commerciale. La trama del romanzo si snoda tra le pagine del libro seguendo percorsi che, sotto molti aspetti, si possono assimilare a quelli compiuti da chi entra in un ipermercato per effettuare acquisti. Le continue, esilaranti battute – disseminate lungo quasi tutta la narrazione – sembrano studiate per influenzare il lettore, invogliandolo alla lettura, proprio come l’accurata esposizione delle merci sugli scaffali, i prodotti civetta e le offerte speciali servono a spingere il cliente a compiere acquisti d’impulso; accanto a questo aspetto quasi ludico, nel romanzo, si possono però individuare delle importanti tematiche che, nel punto vendita possono essere metaforicamente rappresentate come le merci di prima necessità.
Seguendo questa logica, chi acquista (proprio come chi legge il libro) si ritrova, senza rendersene conto, a far parte del sistema capitalistico imperniato sul consumismo e ad agire sulla base delle logiche di mercato (cit. La gente (…) si perdeva dietro le smanie di possesso senza capire che tutto stava comprando e possedendo, tranne la propria vita). Se si continua ad osservare ciò che accade partendo da questo particolare punto di vista, può anche accadere che, qualche cliente (e quindi il lettore) entri all’ipermercato (ossia all’interno del libro), per individuare ed appropriarsi dei generi di prima necessità come, ad esempio, il pane (che in questo gioco interpretativo rappresenta le tematiche) ma, quando arriva alla cassa (ossia al termine della lettura), s’accorge di aver dimenticato il reale motivo per cui era entrato. Molti studi hanno, del resto, evidenziato che centri commerciali ed ipermercati rappresentano dei piccoli microcosmi nei quali è riprodotto, in tutto e per tutto, il moderno sistema economico e, di conseguenza, la crisi che lo ha di recente colpito. In questo ambito, perfino i rapporti tra gli individui sembrano avere un prezzo (cit. Le amicizie sono a buon prezzo), mentre le persone vengono indicate con la mansione che, all’interno della società, di volta in volta si ritrovano a svolgere: da un lato c’è il cliente – consumatore, con le sue assurde richieste mentre, dall’altro lato, c’è il dipendente che deve ripetere sempre le stesse azioni. La spersonalizzazione dell’essere umano diventa ancora più evidente se si osserva il rapporto tra addetti e superiori, nel quale la persona sembra diventare solo il ruolo formale che ricopre: quando, infatti, il protagonista chiede al microfono che venga inviata una persona alle casse, viene ripreso, in quanto avrebbe dovuto sollecitare l’invio di “una cassiera alle casse”. L’atteggiamento degli esseri umani si presenta spesso non veritiero, perché tutto è pervaso da “falsi sorrisi di circostanza”.
Fare la spesa nella quotidianità, ossia prendere coscienza della realtà e dei reali bisogni umani, risulta pertanto necessario, ma se di tanto in tanto si riesce anche a sorridere, tutto risulta meno gravoso.
Il finale, tuttavia, è all’insegna del pessimismo: lo sciopero riprende senza convinzione, perché ”la gente usciva e tirava dritta”, e “dove andava il mondo e la dignità dell’essere umano, a chi doveva consumare, non interessava.”. Il protagonista non si concede un’ultima risata ma arriva ad uniformarsi a tutti gli altri (cit. era una società che non sapeva più ridere). Non c’è, infatti, nessuna replica alla strafottente battuta di un automobilista: “Andate a lavorare al social forum!”
I temi che si possono estrapolare dalla lettura di questa opera, sono molti e si sviluppano su due piani differenti.
In un primo momento, prevale l’esposizione dei problemi personali del protagonista che si ritrova all’improvviso a svolgere un lavoro che non gli piace e che, come tale, diventa alienante. Su questo stesso filone si inseriscono le tematiche relative alle difficoltà dei rapporti tra colleghi. Ci sono gli approfittatori che prendono in giro il protagonista (ad esempio la collega che non paga mai la merce acquistata), e coloro che pensano solo a se stessi o fanno il doppio gioco (come, ad esempio, la signora Serpe che fa la spia). Ci sono, inoltre, coloro che sfruttano il sistema per fare carriera, come Dal Canto che “poteva vantare rapporti confidenziali con i dirigenti”, mentre il protagonista è sull’orlo del licenziamento (cit ” Alla fine l’azienda mi stava dando il colpo definitivo”). Nella seconda parte del romanzo, prevalgono problematiche di più ampio respiro: queste ultime, sono spesso solo accennate, ma si rivelano di grande attualità. Si va dall’indifferenza frettolosa delle persone, alla perdita di potere dei sindacati (perché ”solidarietà e unione erano termini arcaici”), dall’impiego di lavoro precario e flessibile come deterrente per eventuali proteste, fino ad una realtà che si presenta permeata da quel capitalismo sfrenato che porta alla creazione di holding, ossia società capogruppo il cui compito non è produrre servizi o merci, ma acquisire marchi per poi chiudere i battenti e creare le basi per nuova disoccupazione ed inflazione. Il protagonista, dopo aver lavorato per anni in una realtà che viene inglobata e fagocitata dal sistema stesso, si ritrova così a circa trenta anni senza lavoro, senza futuro e senza nemmeno i sogni di quand’era ragazzo (cit. La mia esistenza era un prodotto scongelato, scondito, insapore).
Quando infatti le delusioni del protagonista iniziano ad intrecciarsi in modo più evidente con le difficoltà causate dalla crisi economica, tema predominante diventa l’incertezza sul futuro, perché, in una situazione di questo tipo, i trentenni si ritrovano senza speranze e senza sogni. Non sembra esserci più posto nemmeno per l’amore vero; esso sembra ridursi al solo atto sessuale (e quindi puramente fisico) squallido, in quanto consumato nella clandestinità in cui il tradimento lo colloca.
Un altro elemento importantissimo in “Avvisiamo la gentile clientela” è rappresentato dal teatro che diviene, a mio avviso, metafora di tutti gli ideali ed i sogni del protagonista e del suo amico Zucca, in netto contrasto con la realtà in cui poi si ritroveranno immersi. Questo elemento – che a prima vista sembra sparire dopo le pagine iniziali del libro – in realtà è sempre suggerito all’interno della narrazione, fino ad arrivare ad un paradossale ribaltamento degli scenari e dei contesti: l’ipermercato che rappresenta la quotidianità e la realtà, diventa esso stesso palcoscenico (cit. quello, in un certo senso, era un palcoscenico), ossia luogo in cui occorre fingere (cit. Lavorare col pubblico non era poi diverso dalle fatiche teatrali: bluff, recite e commedie, …). Anche i ruoli del cliente e dell’addetto (che, a sua volta, non dimentichiamolo, giocherà il ruolo del consumatore su un palcoscenico del tutto simile), diventano, pertanto, delle parti da interpretare (cit. tutti ”partecipavano inconsciamente, perduti nelle proprie frustrazioni” ).
A differenza di quel che accade in teatro però, la finzione su questo palcoscenico diventa obbligatoria e, quindi, negativa perché non diverte ma, al contrario, determina ulteriori forme di solitudine (cit. si chiude in gusci di alienazione), nonostante – a volte – questa mancanza d’identità diventi quasi comoda (cit. Noi non avevamo più un’identità, questo era l’unico vantaggio).
L’autore di questo romanzo, si è documentato su come funziona il mondo degli ipermercati imitandone così, ancora una volta, la logica di fondo: ”niente era lasciato al caso”. Mattioli, perciò, indaga sui metodi usati per attirare l’attenzione del cliente, slogan e perfino percentuali che valutano il comportamento del cliente (queste tecniche si possono ritrovare, ad esempio, nel documento “I 19 trucchi dei supermercati per manipolare le nostre menti”. Alcune delle tematiche sopra ricordate, inoltre, si possono rintracciare anche nel romanzo d’esordio di uno scrittore genovese, Enrico Masnata dal titolo: “Questo posto è un inferno” ).
Leggendo il romanzo di Mattioli e riflettendo sui problemi che la società e l’economia attuale presentano, non posso non ricordare quanto attuali siano, ancora oggi, le analisi di Platone ed Aristotele sulla società, sull’etica e, di conseguenza, sulle domande generali che questi pensatori si sono posti, in merito alla presenza o meno di un fine più alto (e, quindi, non a tutti noto) che giustifichi i mezzi impiegati per raggiungerlo. Nel libro di Mattioli, però, chi si assume il gravoso compito della presa di coscienza dei problemi esistenti sembra costretto a soffrire, perché ogni volta che si tenta di mantenere una certa capacità di scelta critica, si viene in qualche modo estromessi dal sistema.
Barbara Cannetti
