I poeti, ha lasciato scritto Elio Vittorini, sono gli unici che danno in un mondo di gente che prende.
Parlare di un artista conosciuto un attimo prima (a livello artistico) non è facile, ma per Alessandro Rindi è successo proprio così. In mezza sera fra le colonne di un loggiato a Lucca che profuma di storia in un chiostro medioevale mi arriva dalla voce di Alessandro, la forza del dire, il raccontarsi, la continua ricerca del proprio IO, e tutto questo nella coreografia di una cornice crepuscolare di inizio estate.
Le parole narrate da un fine dicitore prendono vita, ti arrivano addosso, ti scavano dentro, riflettono come specchi la voglia di sapere, l’immagine vera senza i veli dell’ipocrisia dell’essere per gli altri, in un volo immaginario senza tempo aggrappato ad aquiloni della memoria, parole senza età rimembrano la voglia di conoscere, di conoscersi, nel continuo gioco dell’amare per essere amati, nel grido di libertà, cercando di strappare i fili di reti di un pescato antico che immancabilmente ti riconducono al grande manovratore.
Di Alessandro queste righe di sicuro effetto:
In piedi sul filo
come un funambolo
dal filo e in piedi
guardo dall’alto la terra.
Maurizio Cesare Rosellini