Chi bazzica nel mondo del giornalismo sa bene chi è Franco Bomprezzi. Ma la stima che nutrono i colleghi nei suoi confronti, è tanto grande quanto quella dei suoi lettori. Molti, e non a torto, lo chiamano “Maestro”. È un termine che lui, persona umilissima, rigetta. Ma è quello che senza dubbio gli si addice di più.
Maestro di penna e di vita. Seppur gravemente provato nel fisico, a causa di una malattia che può far nascere sentimenti come rabbia e tristezza, Bomprezzi racconta della sua esistenza con una passionalità che non ha eguali.
In “Cucire la memoria” (Libertà Edizioni) si scopre il Franco bambino, ragazzo, uomo. Pezzetti di vita che, sebbene in alcuni momenti riconducano ad esperienze dolorose dal punto di vista fisico ed emotivo, regalano al lettore una splendida sensazione di pace interiore. Fa bene al cuore immaginare un bimbo, che liberatosi dal pesante fardello del tutore ortopedico, per la prima volta poggia i piedini sulla sabbia e si lascia coccolare da una brezza leggera.
Il corpo che respira: un’immagine di libertà. Un’immagine che si ripropone continuamente, così tanto da provare quasi invidia per una vita goduta appieno in ogni sua sfaccettatura. Entusiasmo, amore, passione per le piccole e grandi cose, per il cibo, per le donne, per ogni singolo giorno che viene concesso, questo comunica Cucire la memoria. Nessun rancore verso un corpo che mette in difficoltà. Solo la voglia di esprimersi al massimo, di non privarsi di nulla e di vivere accettandosi, anzi, amandosi così come si è.
Nei ricordi di Bomprezzi non c’è traccia di vittimismo. Mai. Neppure quando, in Ospedale, si trova in preda al panico perché la respirazione non è delle migliori: “Provo a respirare. Con calma. Devo ragionare. Respirare in fondo è la prima cosa che si fa, anche senza una volontà precisa”. Attaccamento alla vita, ad una vita che tanto ha tolto, ma tanto ha dato: nessuna intenzione di morire. “Io vorrei solo vivere a lungo. Lo dico chiaramente. Non è bello pensare di morire.”
Ma quanto è bello, invece, l’insegnamento che viene da queste pagine, che sono null’altro che un’oasi di pace, intervallata da sprazzi di stupenda autoironia.
Cinzia Lacalamita